domenica 12 novembre 2023

FUNERALE

Marco Campedelli

 

Edgar Morin ricorda che ci sono due criteri per "misurare" il grado di umanizzazione: l'invenzione dell'utensile e la sepoltura dei morti.

Sta di fatto che, quando si muore, c'è bisogno di un rito. Come se

senza un rito non si potesse chiudere la propria vita, restando sospesi, non salutati, non pianti, in qualche modo "incompiuti". Abbiamo visto in questi tempi diversi funerali di figure pubbliche con annessi commenti e critiche. Il primo, Berlusconi, funerale di Stato. Di fatto una "messa di Stato". Per una figura piuttosto imbarazzante anche per una Chiesa che digerisce i sassi; quella di Formigoni (il Celeste), per intendersi, di CL e del suo fondatore don Giussani, così convintamente sponsorizzato da papa Wojtyla. Un "do ut des" che CL non si dimenticherà, esibendo al funerale del papa polacco una sfilata di cartelloni con scritto sopra "Santo subito"! Quello di Berlusconi è stato un rito in cui avrebbero potuto trovare posto, oltre alla predica equilibrista e patetica dell'arcivescovo, i versi ironici della Szymborska nella poesia "Funerale", appunto.

Il secondo è quello di Giorgio Napolitano. Un funerale di "Statissimo" per "Re Giorgio", come l'aveva chiamato il Times. Un funerale regale, solenne. Laico. A Montecitorio. Un limite appare evidente: non c'è popolo. Le parole della nipote per il nonno riportano finalmente nel marmo istituzionale un briciolo di emozione, di sentimento, che dovrebbero appartenere anche alle istituzioni. Quasi tutto il rito, a parte i sobri simboli della Repubblica, è lasciato a una geometria miliare, fatta di presentat'arm... nessuna musica, poesia, nessun testo di passione politica, civile (da Platone a Calamandrei). Nonostante tutti abbiano

ribadito la passione e la competenza di Napolitano per teatro, cinema, letteratura, musica. Un deficit rituale o un vuoto di immaginazione, tali da suscitare imbarazzo. Ma dov'è il "cuore dello Stato"?, avrebbe forse detto Pasolini.

Il terzo (tra i due), quello di Michela Murgia. Una donna anti-convenzionale che invece vuole proprio un funerale "convenzionale", cattolico.

Si poteva immaginare un funerale in mezzo a un prato, ecumenico, inclusivo di tutti e tutte... Non presieduto da rappresentanti di un patriarcato storicamente ostile alle donne. Ma forse questa è stata la sfida davvero anti-convenzionale della Murgia, chiedendo di avere un rito, in quella fede nella quale, in modo intelligente e critico, si era riconosciuta. I canti nella sua lingua sarda, le pagine bibliche lette da una preziosa amica, non sono sufficienti però perché quel rito contenga quella storia sanamente "eretica".

E non la riesce a contenere (esattamente per il motivo contrario alle dichiarazioni del vescovo di Sanremo, che facendosi "arbitro dell'ortodossia" ha gridato allo "scandalo"). Perché non riesce a custodire la «memoria pericolosa», «sovversiva» (Metz) di Gesù di Nazareth. Gli "eretici" e le "eretiche" sembrano non trovare spazio esattamente come non ha trovato spazio il "sublime eretico" Gesù. Il funerale della Murgia è una provocazione politica, ma anche teologica, che scuote il tempio di una religione escludente: "God Save the Queer".

 

Adista, 14 ottobre 2023