mercoledì 15 novembre 2023

L’America latina prende sempre più posizione

La Bolivia rompe le relazioni con Israele

Ambasciatori ritirati da Cile e Colombia

 

Non è autodifesa, è un massacro: con questa convinzione, una parte consistente dell'America latina prende apertamente posizione contro Israele, marcando di nuovo e in maniera più netta - dopo i distinguo sulla guerra in Ucraina - la propria distanza da Stati uniti

ed Europa.

La posizione più drastica l'ha assunta il governo boliviano di Luis Arce, che martedì ha annunciato la propria decisione di rompere le relazioni diplomatiche con Israele, «come segno di rifiuto e condanna dell'aggressiva e sproporzionata offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza», secondo le parole del viceministro

degli esteri Freddy Mamani.

Una posizione sostenuta con durezza anche dinanzi all'Assemblea generale delle Nazioni unite, dove l'ambasciatore boliviano all'Onu Diego Pary ha invitato a non confondere gli aggressori con le

vittime: «La potenza occupante, l'aggressore, il genocida è Israele».

Sempre martedì, nel giro di poche ore, anche Cile e Colombia si sono pronunciati sul conflitto, richiamando i loro ambasciatori a Tel Aviv. Ma in entrambi i casi non si tratta di una sorpresa. Già lo scorso anno il presidente Gabriel Boric si era rifiutato di ricevere l'ambasciatore di Israele Gil Artzyeli per dargli le lettere credenziali, in segno di protesta contro le ripetute uccisioni di minori in Cisgiordania e a Gaza da parte israeliana. Ma allora, di fronte alle furiose polemiche che ne erano derivate, aveva fatto rapidamente marcia indietro.

Stavolta però non c'è stato arretramento: «Abbiamo deciso di richiamare per consultazioni l'ambasciatore in Israele, Jorge Carvajal», ha scritto Boric su X, condannando «energicamente» quella che ora è diventata una punizione collettiva alla popolazione civile palestinese, senza alcun rispetto per «le norme fondamentali

del diritto internazionale, come dimostrano le oltre ottomila vittime civili, in gran maggioranza donne e bambini».

 

Il Manifesto, 2 novembre