DI FRANCESCO BEI
La Repubblica 16/11
C’è un filo che tiene legati insieme il progetto di riforma costituzionale, le sparate del governo contro il diritto di sciopero e l’ipotesi di una legge elettorale con liste bloccate e un premio di maggioranza mostruoso. È l’idea di democrazia come delega totale al potere - quella che Carlo Galli ha chiamato “democrazia d’investitura” dove il prescelto dal popolo siede per (almeno) cinque anni a palazzo Chigi e da lì decide per tutti. Senza mediazioni, senza vincoli, senza l’impiccio di un Parlamento già oggi svuotato di ogni funzione, con una magistratura intimidita e, soprattutto, con un sindacato a cui sono state spuntate le unghie.
Un sindacato costretto sulla difensiva, a cui viene di fatto sottratto l’ultimo strumento di pressione legale e costituzionalmente protetto: il diritto di sciopero. Un diritto scolpito nella Carta ma che, nelle intenzioni di Matteo Salvini, sarebbe ridotto a mero simulacro, per non disturbare la maggioranza di italiani “che devono essere liberi di lavorare e di muoversi”. È precisamente questa la posta in gioco oggi nel braccio di ferro tra il governo e Cgil-Uil. Non la manovra o la singola riforma. Ma la qualità stessa della democrazia e l’agibilità di una forza di opposizione, che sia sociale o politica.
Com’è evidente ci sono differenze e profonde divisioni nel governo. Salvini ieri ha adombrato una revisione restrittiva del diritto di sciopero, mentre Giorgia Meloni si è affrettata a smentirlo. Ma sono divisioni tattiche, motivate dalla circostanza che la premier – in questa fase complicata – non ha interesse ad aprire un altro fronte polemico mentre il Parlamento si appresta ad esaminare la legge di bilancio. Le bastano per ora le difficili trattative con i partner europei sulla riforma del Patto di Stabilità e sul Mes, il Pnrr e la manovra sotto il giudizio della Commissione, la spada di Damocle del rating di Moody’s. Troppi fronti aperti per aggiungere anche le sessanta piazze d’Italia dove il sindacato, provocato dal vicepremier leghista, farà sentire alta la sua voce. Ma se queste differenze tattiche esistono, il disegno complessivo è il medesimo. È quello di una democrazia semplificata al punto da sognare una completa desertificazione dei corpi intermedi, in cui il premier eletto possa stabilire una connessione diretta e, appunto, “disintermediata” con il popolo, sogno di ogni populista a qualsiasi latitudine e in qualsiasi tempo. In questo le tre destre non si differenziano, se solo si ricorda il mito berlusconiano dell’Unto del Signore che, attraverso le sue televisioni (i social ancora non c’erano), si rivolgeva senza scomodi filtri al popolo di elettori-telespettatori. A cui restava, al più, il diritto di battere le mani.
Il sindacato, colpevolizzato e isolato, è quasi sovrastato da questa macchina bellica, da una politica insofferente a ogni mediazione. Non è più soltanto il fastidio per la vecchiaconcertazione dei governi di centrosinistra, che nel dialogo con le forze sociali facevano avanzare le riforme. Ormai l’attacco è diretto all’intelaiatura portante della Costituzione materiale, in attesa di smantellare i presidi di garanzia della Costituzione formale, in primis i poteri del Presidente della Repubblica.
È un progetto univoco, che procede per tappe. La differenza è che Salvini si fa strada a strappi e spallate, ha bisogno di visibilità dovendo sopravvivere nella competizione mortale con Fratelli d’Italia. Meloni, dall’alto del suo potere e del suo trenta per cento, può mostrarsi più morbida e avvolgente, persino magnanima quando – come ieri sera – smentisce il leghista e nega che sia alle viste un giro di vite sul diritto di sciopero. Ma il punto di arrivo, quello di una democrazia d’investitura, è condiviso. Ne è prova anche l’idea di una legge elettorale – ecco il terzo tassello del disegno – che dovrebbe assegnare il 55 per cento dei seggi a chi, partito o coalizione non si è ancora capito, dovesse arrivare al 30 per cento dei voti. Un premio di maggioranza monstre del 25 per cento che trasformerebbe una minoranza politica in uno schiacciasassi parlamentare. Per concedere un premio di maggioranza del 15 per cento, la famosa “legge truffa” del 1953 almeno prevedeva che la coalizione vincente dovesse arrivare da sola al 50% dei voti validi. Il progetto elettorale governativo, a cui ha tolto il velo Giovanbattista Fazzolari, il Richelieu di Meloni, sarebbe invece una legge truffa al cubo, un Porcellum geneticamente modificato.
Per questo lo sciopero di domani è importante. Chi andrà in piazza del Popolo a Roma non dovrà solo difendere il proprio diritto a non essere d’accordo con la manovra. Ma in quella piazza scaverà un argine a difesa delle libertà di tutti. Prima che ci resti solo il diritto di applaudire.