giovedì 16 novembre 2023

L'identità perduta della Rai

 di Luigi Zanda

 

Caro Direttore, la grave malattia della Rai è evidentemente collegata agli errori degli attuali amministratori che ieri Repubblica ha documentato. Ma anche a una crisi di identità e a un impianto societario sbagliato. Se, contraddicendo la sua presa sulla Rai, la presidente Meloni avesse l'ambizione di lasciare la sua vecchia destra per far nascere in Italia un vero partito conservatore europeo, il primo passo veramente liberale dovrebbe essere la costruzione di un fossato che tenga separati gli interessi politici dei partiti dagli obiettivi pubblici della Rai.

Che la Rai debba essere di proprietà dello Stato è un fatto. Ma che, la sua dipendenza dal governo e dai partiti, sia di destra che di sinistra, la stia portando verso un profondo declino culturale, informativo e industriale, è un fatto altrettanto conclamato. L'identità della Rai coincide con il servizio pubblico che lo Stato le ha affidato ma, a furia di imitare la tv commerciale, quel carattere identitario è andato perduto. Il risultato è un ermafrodito, metà canone e metà pubblicità. Anche i tg, che dominano l'informazione pubblica e sono la principale ragione del canone, hanno perso identità. Per assicurare l'obiettività e l'imparzialità richieste dalla Corte Costituzionale, la Rai ritiene che basti avere tre tg. È una formula obsoleta, fatta per favorire non l'imparzialità, ma una lottizzazione che non riguarda più solo i direttori, ma anche vice, capi redattori, giornalisti, conduttori. Questa non è imparzialità, ma distribuzione di posti. Poi ci sono programmi di intrattenimento. Se escludiamo alcune nicchie di qualità, quelli della Rai sono simili alle tv commerciali, con appalti esterni e cattivo gusto. La grave flessione dello share, assieme ai risultati di Mediaset e al successo di Fabio Fazio su Nove, segnalano un trend pericoloso e un pubblico che sta andando via dalla Rai.

La seconda debolezza della Rai è la mancanza di un azionista che

ne sappia indirizzare l'attività e programmare il futuro. Nessun

buon film sarebbe possibile senza un buon produttore, nessun

giornale senza un editore. Anche la Rai ha bisogno di un

azionista che sappia fare l'editore. Ma non ce l'ha. Il suo azionista

è il ministero dell'Economia che non conosce il mestiere e non è

in grado di imporre le riforme. Proprio ora che la Rai avrebbe bisogno di scelte strategiche, è penalizzata dall'assenza di un

vero azionista. Oggi l'opinione pubblica ha nuove fonti di informazione e talmente tante notizie che la verità diventa fluida. Inconsapevolmente l'utente può essere usato per il vantaggio economico della piattaforma, manipolato, ingannato. Garantire ai cittadini che pagano il canone un'informazione libera da influenze è un segno di democrazia. Per la Rai l'obiettività e l'imparzialità sono elementi costitutivi. Ma lo sono anche l'innovazione, la creatività, la forza culturale. Una Rai che si comporta da tv commerciale e mette l'informazione al servizio dei partiti non si vede perché debba essere dello Stato. Il problema non è "se" lo Stato debba essere presente nell'informazione, anzi la sua presenza è necessaria più che mai. Il problema è "come" debba esserlo. In passato, da monopolista, la Rai è stata la più importante industria culturale del Paese.

Anche allora la politica si interessava alla Rai. Ma sapeva che una

politica ambiziosa ha bisogno di una Rai intelligente, non servile.

Oggi nessuno può pensare di avere in tasca la formula della riforma della Rai. Ma se vogliamo una tv pubblica forte, l'inizio non può che essere la costruzione di un fossato tra la politica e il servizio pubblico che elimini ogni contiguità e dipendenza.

La strada più naturale, già indicata in passato, è quella di trasferire le azioni della Rai a una Fondazione pubblica, indipendente, con i vertici designati non più dai partiti, ma dalle massime cariche della Repubblica. Con poteri di vero editore, in grado di imprimere alla Rai una linea di alta professionalità, vigilare sull'imparzialità, imporre una ristrutturazione che restituisca ascolti e prestigio. Una Fondazione indipendente, competente, che non si sostituisca agli amministratori Rai ma sia capace di svolgere i compiti dell'azionista, potrebbe essere una buona soluzione. Le alternative sono ambedue sconsigliabili. La prima è la privatizzazione. La seconda è lasciare la Rai così com'è, più politica che pubblica, certi che il suo declino sarà più rapido del previsto. Chiudo con un consiglio non richiesto a

Meloni. Forse lei non lo sa, ma molto del suo futuro politico dipende dalla capacità di risolvere il rebus della Rai prima che venga messo in discussione il diritto a ricevere il canone da parte di una tv che di pubblico ha solo la proprietà dello Stato, ma non un vero esercizio del servizio pubblico.

 

Luigi Zanda è stato senatore del Pd

 

La Repubblica, 3 novembre


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