GUERRA
Guerra è una parola che torna.
Può essere declinata in diversa maniera: guerra totale, guerra lampo, guerra di posizione, guerra di logoramento, guerra a bassa intensità, guerra ad alta intensità, guerra convenzionale, guerra non convenzionale, guerra simmetrica, guerra asimmetrica, guerra chimica, guerra batteriologica, guerra etnica, guerra di religione, guerra chirurgica, perfino guerra "intelligente". Non esistono tante declinazioni per la parola pace.
Non è solo una questione di vocabolario: è un fatto culturale, un sistema di pensiero e di potere, un disegno economico: si fanno più affari con la guerra che con la pace.
Nella nostra Costituzione c'è scritto «L'Italia ripudia la guerra, ma i governi della stessa Repubblica che «ripudia la guerra» continuano a investire nelle armi, negli eserciti, perfino nelle frecce tricolore che sorvolano le nostre teste come fossero innocenti farfalle. Una ha ucciso, a settembre, Laura, cinque anni, durante un addestramento. La bambina è morta, le frecce continuano a volarci sulla testa.
La storia viene da lontano. Abbiamo celebrato il culto della guerra. E per quel culto cruento si possono fare tutti i sacrifici.
C'è il mito della guerra, del guerriero. Le fonti non mancano: da L'arte della guerra del cinese Sun Tzu al De bello Gallico di Caio Giulio Cesare, dal Machiavelli a La Gerusalemme liberata di Tasso. Anche la Bibbia, che non solo parla di guerre, ma chiama Dio «Signore degli eserciti», Siamo stati infarciti dalla retorica della guerra. È straziante leggere le lettere dei condannati a morte italiani delle guerre, giovani di vent'anni che salutano le loro mamme o le loro morose con la "consolazione" di aver dato la vita per la Patria.
Quella Patria che, come scrive Trilussa, li ha trattati come «carne da macello». La mia generazione è quella dei bambini che il 4 novembre portavano in piazza la bandiera tricolore con l'orgoglio di aver vinto. Ma cosa?
Il vero cambiamento avviene se cambia la mentalità. Tutti i soldi delle armi vanno convertiti in educazione, scuola, cultura. Allora forse si ripudierà davvero la guerra.
Fino a quando continueranno a inchinarci davanti alla sfilata delle armi il 2 giugno per festeggiare la nascita della Repubblica? Quando cancelleremo i nomi dei generali macellai, primo fra tutti Cadorna, che mentre i ragazzi morivano divorati dai ratti o dai pidocchi, oltre che dai cannoni, degustavano il grappino nei bei caffè di Udine?
La guerra è un colossale affare. Lo denunciava nel 1986 la mia amica Giancarla Codrignani alla Camera dei Deputati: «ln quaranta anni ha vinto la lobby dei mercanti d'armi. Ormai non c'è questione che riguardi il commercio della droga, la delinquenza organizzata, il terrorismo, la loggia P2, il riciclaggio del denaro sporco, che non abbia a che vedere con il perverso intreccio del commercio delle armi». Profezia? Cambiano i nomi, non la sostanza.
Si "predica la pace", ma si vuole e si finanzia la guerra.
Non lo dice solo il "pacifista", ma un uomo che in guerra c'era stato, il "Sergente nella Neve" Mario Rigoni Stern, lassù nel mio Veneto: «Se i morti negli ossari potessero uscire quando ci sono certe fanfare che suonano e bandiere e generali, ministri, prenderebbero tutti a calci nel sedere».
Amen.
(Marco Campedelli, Adista, Novembre 2023