La lezione di Bobbio sulla democrazia e sulla pace
17-01-2024 - Valentina Pazé- Volerelaluna
Qualche giorno fa, intervenendo in occasione del ventennale dalla scomparsa di Bobbio, Paolo Borgna osservava che «nessuno può parlare in nome di chi non c’è più», indovinare che cosa penserebbe, o direbbe, su temi e problemi di attualità. Sono d’accordo. La tentazione di tirare Bobbio “per la giacchetta” – come si suol dire – attribuendogli posizioni che potrebbero essere il frutto delle nostre personali elucubrazioni, va respinta. Quello che si può fare, tuttavia, assumendosi la responsabilità del caso, è rileggere la sua opera chiedendoci in che cosa continua a essere viva per noi, e quali indicazioni possiamo trarne per orientarci nei nostri giudizi politici e morali.
Mi limito qui ad accennare a due tematiche di stringente attualità, su cui il maestro torinese ha scritto pagine fondamentali: la democrazia e la guerra. Bobbio è – come noto – il teorico di una concezione procedurale della democrazia, di cui offre una definizione “minima”: asciutta, (relativamente) poco impegnativa, limitata ai requisiti indispensabili perché un regime politico possa essere riconosciuto come democratico. In una delle sue versioni, la definizione minima si traduce in sei “universali procedurali”: sei semplici regole miranti a stabilire chi ha diritto di assumere le decisioni collettivamente vincolanti e come, che si prestano a fungere da test per saggiare la maggiore o minore democraticità dei vari regimi politici, reali o ipotetici. In sintesi, le sei regole prevedono:
1) il suffragio universale;
2) il principio
dell’“egual peso del voto”;
3) la garanzia della libertà di espressione,
informazione, riunione, associazione;
4) l’esistenza di una pluralità
di alternative tra cui scegliere;
5) la regola di maggioranza;
6) il
divieto, da parte delle maggioranza, di conculcare i diritti della
minoranza, in particolare quello «di diventare a sua volta maggioranza a
parità di condizioni» (N. Bobbio, Teoria generale della politica,
Einaudi, 1999, p. 381).
Ora, se proviamo a sottoporre a questo test i sistemi che siamo abituati a considerare democratici, a partire dal nostro, ci accorgiamo che non ne escono bene. Ma se estendiamo l’esperimento alla “madre di tutte le riforme”, la bocciatura è clamorosa.
Ora, se proviamo a sottoporre a questo test i sistemi che siamo abituati a considerare democratici, a partire dal nostro, ci accorgiamo che non ne escono bene. Ma se estendiamo l’esperimento alla “madre di tutte le riforme”, la bocciatura è clamorosa.
La costituzionalizzazione di un sistema elettorale che
attribuisce alla lista che ha ottenuto un voto in più delle altre (fosse
anche il 30%) il 55% dei seggi viola in modo plateale la seconda regola
di Bobbio (oltre che l’art. 48 della Costituzione).
La maggioranza
parlamentare gonfiata, e blindata, che la riforma assicurerebbe al
premier eletto direttamente dal popolo fa saltare tutte le soglie
necessarie per eleggere gli organi di garanzia (Corte costituzionale,
CSM, Presidente della Repubblica) e per modificare la Costituzione,
compromettendo i diritti dell’opposizione e il pluralismo, garantiti da
terza, quarta e sesta regola. Ricordiamocene, nell’affrontare il
dibattito sulla riforma. E rileggiamo le parole con cui Bobbio – spesso
ricordato come “il filosofo del dubbio” – conclude il suo ragionamento
su questo punto: «non ho dubbi sul fatto che basta l’inosservanza di una
di queste regole perché un governo non sia democratico, né veramente né
apparentemente» (ivi, p. 382, corsivo mio).
Il secondo tema su cui desidero attirare l’attenzione meriterebbe ben altri sviluppi di quelli possibili in poche righe. Mi limito a un consiglio di lettura e a una citazione. Il consiglio di lettura, o rilettura, riguarda Il problema della guerra e le vie della pace (il Mulino, 1979): un classico del pacifismo giuridico, in cui compare la celebre tesi della guerra come “via bloccata”. Una tesi che va compresa bene, non intesa in modo semplicistico. Bobbio sostiene in primo luogo che tutte le teorie classiche a favore della “guerra giusta” cadono di fronte alla smisurata potenza distruttiva delle armi atomiche. Ma prosegue, poi, osservando che nuove giustificazioni continuano ad essere escogitate per giustificare la guerra. Vengono dai realisti, inclini a considerare la guerra atomica come solo quantitativamente diversa da quella tradizionale; dai fanatici, disposti a rischiare la distruzione dell’umanità per la vittoria della propria causa; dai fatalisti, rassegnati alla tragicità del destino soprattutto quando pensano che non li riguardi, ma incomba su popoli lontani o generazioni future. Mentre è relativamente facile smontare gli argomenti dei (sedicenti) realisti – ci dice Bobbio – molto più arduo è confrontarsi con i fanatici e con i fatalisti. Il che non significa che non ci si debba provare. Ed ecco la citazione, in cui c’è tutto Bobbio, e forse anche qualcosa di noi, in questi tempi di rinnovata barbarie: «Non sono ottimista, ma non per questo credo che ci si debba arrendere. Altro è prevedere, altro è fare la propria scelta. Quando dico che la mia scelta è nel senso di non lasciare alcun mezzo intentato per la formazione di una coscienza atomica, e la filosofia che oggi non si impegna in questa strada è un ozio sterile, non faccio alcuna previsione sul futuro. Mi limito a fare intendere quel che con tutte le mie forze vorrei non accadesse, anche se in fondo in fondo alla mia coscienza ho l’oscuro presentimento che accadrà. Ma la posta in gioco è troppo alta perché non si debba, ciascuno dalla propria parte, prendere posizione, benché le probabilità di vincere siano piccolissime» (p. 97).
Il secondo tema su cui desidero attirare l’attenzione meriterebbe ben altri sviluppi di quelli possibili in poche righe. Mi limito a un consiglio di lettura e a una citazione. Il consiglio di lettura, o rilettura, riguarda Il problema della guerra e le vie della pace (il Mulino, 1979): un classico del pacifismo giuridico, in cui compare la celebre tesi della guerra come “via bloccata”. Una tesi che va compresa bene, non intesa in modo semplicistico. Bobbio sostiene in primo luogo che tutte le teorie classiche a favore della “guerra giusta” cadono di fronte alla smisurata potenza distruttiva delle armi atomiche. Ma prosegue, poi, osservando che nuove giustificazioni continuano ad essere escogitate per giustificare la guerra. Vengono dai realisti, inclini a considerare la guerra atomica come solo quantitativamente diversa da quella tradizionale; dai fanatici, disposti a rischiare la distruzione dell’umanità per la vittoria della propria causa; dai fatalisti, rassegnati alla tragicità del destino soprattutto quando pensano che non li riguardi, ma incomba su popoli lontani o generazioni future. Mentre è relativamente facile smontare gli argomenti dei (sedicenti) realisti – ci dice Bobbio – molto più arduo è confrontarsi con i fanatici e con i fatalisti. Il che non significa che non ci si debba provare. Ed ecco la citazione, in cui c’è tutto Bobbio, e forse anche qualcosa di noi, in questi tempi di rinnovata barbarie: «Non sono ottimista, ma non per questo credo che ci si debba arrendere. Altro è prevedere, altro è fare la propria scelta. Quando dico che la mia scelta è nel senso di non lasciare alcun mezzo intentato per la formazione di una coscienza atomica, e la filosofia che oggi non si impegna in questa strada è un ozio sterile, non faccio alcuna previsione sul futuro. Mi limito a fare intendere quel che con tutte le mie forze vorrei non accadesse, anche se in fondo in fondo alla mia coscienza ho l’oscuro presentimento che accadrà. Ma la posta in gioco è troppo alta perché non si debba, ciascuno dalla propria parte, prendere posizione, benché le probabilità di vincere siano piccolissime» (p. 97).