giovedì 11 gennaio 2024

NON SOLO GAZA:

I CRIMINI DEL SILENZIO

Gianni TOGNONI

 

La tragedia umana, al di là di quella militare-politica-giuridica, che è scoppiata il 7/10 u.s. a partire da Gaza è ancora in pieno e sempre più terribile svolgimento, mentre queste righe vengono scritte, ormai 20 giorni dopo. Il 'non solo' del titolo non è un invito alla distrazione dalla gravità assoluta di Gaza. È di fatto una sottolineatura della sua esemplarità.

In una stretta coincidenza cronologica, in un luogo non lontano, nel Nord-Est della Siria, in un territorio amministrato dalla popolazione Kurda che era stata l'unica a resistere ed a sconfiggere la follia distruttrice dello Stato Islamico (bloccandone anche il genocidio della minoranza cristiana degli Azeri), si riprendevano i bombardamenti da parte della dittatura turca di Erdogan. Il silenzio internazionale era totale. Nella logica della politica internazionale, il popolo Kurdo non esiste, se non come mosaico di minoranze frammentate senza diritti nei paesi della regione (Iran, Irak, Siria, Turchia) sulla base del trattato di Losanna, di cui si 'celebra' quest'anno il centenario, deciso e firmato dalle potenze di quel post 'prima' guerra mondiale, post-impero ottomano, post genocidio armeno da parte turca).

La Autonomous Administration of North-East Syria (AANES) non è una realtà qualsiasi: da anni ormai la sua vittoria sull'esercito islamico si è trasformata in una delle esperienze innovatrici di democrazia sostanziale, che ha nelle donne le sue protagoniste, e la parità di genere la sua normalità amministrativa ed il suo indicatore. La sperimentazione sociale, politica, culturale di Rojava è ormai un riferimento politico e culturale cui partecipano anche persone ed organizzazioni di molti paesi.

Proprio questo successo è all'origine de- gli attacchi militari ed economici di cui il bombardamento sopra ricordato è una delle espressioni. Dopo un periodo (ormai anni) di attacchi aerei e di assassinî mirati che hanno avuto come, protagonista assoluto la Turchia (nel silenzio connivente della società internazionale: e l'impossibilità di 'quantificare' le vittime di tanti 'incidenti' ed 'eliminazione di terroristi) la sintesi attuale è chiara: Erdogan ha formalmente dichiarato che la decisione di eliminare Rojava è stata

presa: deve essere ben preparata. Con la scusa di un attentato, senza 'autori' riconosciuti o rivendicati, senza vittime, al Ministero degli interni di Ankara, si inizia il bombardamento della regione di AANES (5 milioni di abitanti, tra cui centinaia di migliaia di rifugiati da bombardamenti precedenti), e si rinnova l'ondata di arresti di rappresentanti politici e culturali della minoranza Kurda all'interno della Turchia. Tutte le infrastrutture delle città e delle comunità dell'area di Rojava (scuole, ospedali, dighe, impianti elettrici, depositi alimentari...) devono essere considerate 'obiettivi legittimi' di operazioni militari.

La storia di quelle regioni tanto critiche e che vede la presenza, nelle più diverse e contraddittorie forme, di tutti i 'poteri' che contano, militari, energetici, geopolitici (dagli USA, alla Russia, all'Arabia Saudita, all'Iran, alla Turchia, alla Francia con o senza la UE...) è espressione perfetta della situazione mondiale: i popoli non esistono, se non come 'variabili da usare, controllare, scambiare su un mercato di equilibri. La esemplarità democratica del Rojava ha svolto il suo ruolo di 'contenitore' dello Stato Islamico, che a sua volta era stato giudicato troppo poco controllabile e disturbatore. Si può mettere ora da parte. Le sue pretese di autonomia e la sua capacità di offrire un modello di sviluppo diventano pericolose, o almeno confondenti per tutti paesi dell'area. Non c'è posto per progetti che immaginano almeno un pezzo di mondo che ha liberato da tante paure come luogo di sperimentazione condivisa di diritti umani e dei popoli.

La posizione dei rappresentanti di Rojava (riassunta nei documenti del Kurdish National Congress del 5 ottobre) è quella di non modificare in nulla il loro esperimento di democrazia che ha

documentato la praticabilità di forme originali di rappresentanza e di soluzione di conflitti sociali. Solo la comunità degli Stati 'ignora' di fatto, contro tutte le testimonianze che hanno quella 'evidenza al di là di qualsiasi dubbio', che dovrebbe coincidere anche con i criteri classici da evocare della obbligatorietà giuridica.

Il 'crimine del silenzio' era stato indicato, da Bertrand Russell e Sartre, in un'altra era di civiltà, come quello commesso, ed intollerabile, dagli Stati (allora il caso era l'aggressione degli USA contro il Vietnam) che semplicemente obbediscono ai loro equilibri e fanno dei popoli le vittime. I Kurdi rappresentano la attualità di questo crimine trasversale: per quello che hanno subito e per quanto li minaccia. Non sono i soli, purtroppo. I Palestinesi sono stati quelli che per primi li hanno seguiti, dopo la seconda guerra mondiale, nel destino di espulsione da una storia dalla parte degli Stati che aveva già negato il genocidio degli Armeni. E la loro storia si sta esprimendo ancora in questi giorni.

Il crimine del silenzio non è mai stato considerato una cosa seria dal diritto internazionale: è troppo comodo mantenerlo come categoria 'morale', emotiva. Nel diritto 'normale' il silenzio, come categoria di responsabilità ha un peso: omissione di soccorso, o assenza colpevole di prevenzione, o cancellazione-negazione di prove. Ma è dato per acquisito che tutto ciò non riguarda Stati e

Popoli: tanto più quando gli Stati (meglio: alcuni di loro), pretendono di dare ai popoli, a tutta la loro storia, nomi che li fanno scomparire: per esempio come 'terroristi'. È un termine molto caro ad Erdogan per dare coerenza, trasversale alle sue misure repressive. È il termine più usato dai cronisti di questi giorni per chi ha attaccato di sorpresa Israele. È usato da un 'dittatore democraticamente eletto' come Modi in India per i popoli del Kashmir e non solo. È applicato in questi giorni, in Germania, agli Eelam Tamil dello Sri Lanka che cercano di inviare fondi in patria per i sopravvissuti a un genocidio documentato come prodotto dalle politiche di USA ed UK, con il silenzio della UE. Il crimine del 'silenzio-di-fatto', anche quando la intollerabilità del loro 'genocidio-in-permanente-sviluppo' è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite è applicato al popolo Rohingyas di Myanmar.

La domanda dei popoli, gridata dalle loro vittime e dalla loro resistenza al di là di tutte le tragicità è oggi di fondo, trasversale: quale può essere la tenuta di una società-civiltà che legittima le narrazioni e le decisioni dei poteri attraverso la cancellazione della vita-storia-futuro dei popoli reali?

 

Qualevita, dicembre 2023