La Repubblica del 20/01/2024
Se la Cina si ferma
di Paul Krugman
di Paul Krugman
Nel
2023 i risultati dell’economia americana hanno ampiamente superato le
previsioni. La recessione prevista da più parti non si è verificata.
Molti economisti (non io) sostenevano che ci sarebbero voluti anni di
disoccupazione alle stelle per riportare l’inflazione su valori bassi,
invece abbiamo assistito a una disinflazione pura: l’inflazione si è
ridimensionata velocemente e senza costi apparenti.
Per la più grande (o la seconda più grande, dipende da come la si misura) economia del pianeta, invece, le cose sono andate diversamente. Alcuni analisti si aspettavano che l’economia cinese, dopo l’abbandono delle restrizioni draconiane imposte dalla politica “zero Covid”, adottata per contenere la pandemia, avrebbe avuto un boom. Invece le performance della Cina hanno deluso le aspettative secondo tutti gli indicatori tranne il Pil ufficiale, che sarebbe cresciuto del 5,2 %.
Intorno a questa cifra tuttavia vi è uno scetticismo diffuso. Le nazioni democratiche, come gli Stati Uniti, non politicizzano spesso le statistiche economiche — ma chiedetemelo di nuovo, qualora dovesse essere rieletto Donald Trump — i regimi autoritari invece lo fanno spesso.
E l’economia cinese sembra inciampare anche sotto altri aspetti. Persino le statistiche ufficiali dicono che la Cina sta sperimentando una deflazione in stile giapponese e alti tassi di disoccupazione giovanile. Non si tratta, almeno non ancora, di una crisi totale, ma vi è ragione di credere che la Cina stia entrando in un’epoca di stagnazione e delusione.
Perché l’economia cinese, che solo qualche anno fa sembrava destinata a dominare il mondo, è nei guai?
Una parte della risposta risiede nella sua cattiva leadership. Il presidente Xi Jinping comincia a rivelarsi scadente nella gestione dell’economia: la sua propensione agli interventi arbitrari –caratteristica tipica degli autocrati — soffoca l’iniziativa privata.
Ma la Cina sarebbe nei guai anche se Xi fosse un leader migliore.
Era chiaro da tempo che il modello economico cinese stava diventando insostenibile. Come rileva Stewart Paterson, la spesa dei consumatori, in percentuale sul Pil, è molto bassa, e le ragioni probabilmente sono svariate.
C’è la repressione finanziaria — il pagamento di interessi bassi sul risparmio e la concessione di prestiti poco onerosi a debitori selezionati — che tiene basso il reddito delle famiglie e alimenta gli investimenti controllati dal governo; ci sono le tutele sociali troppo deboli, che costringono le famiglie a mettere da parte denaro per affrontare eventuali emergenze, e altri motivi.
Se i consumatori acquistano così poco, almeno in proporzione alla capacità produttiva dell’economia cinese, come può la nazione generare una domanda sufficiente a mantenere attiva quella capacità? La prima reazione, come sottolinea Michael Pettis, è stata promuovere gli investimenti, fino a superare il 40% del Pil. Il problema è che non è facile investire così tanti soldi senza incorrere in rendimenti in forte calo.
Gli alti tassi di investimento potrebbero essere sostenibilise, come nella Cina dei primi anni 2000, la forza lavoro e la produttività stessero crescendo rapidamente per raggiungere il livello delle economie occidentali. Ma la popolazione cinese in età da lavoro ha raggiunto il suo picco intorno al 2010 e da allora è in calo. E, sebbene in certi ambiti la Cina abbia mostrato una capacità tecnologica impressionante, anche la produttività complessiva sembra ristagnare.
In breve, non è più una nazione in grado di investire in maniera produttiva il 40% del PIL. La situazione non può reggere.
Ora, questi problemi sono evidenti almeno da un decennio. Perché diventano gravi solo adesso? Beh, gli economisti internazionali amano citare la legge di Dornbusch: “Una crisi impiega molto più tempo di quanto si pensi per verificarsi e quando accade lo fa molto più rapidamente di quanto si pensasse”. Nel caso della Cina, il governo è riuscito a mascherare per diversi anni il problema della spesa inadeguata dei consumatori favorendo lo sviluppo di un’enorme bolla immobiliare. In pratica, il settore immobiliare cinese è diventato irragionevolmente grande rispetto agli standard internazionali.
Ma le bolle prima o poi scoppiano.
A un osservatore esterno appare chiaro quello che la Cina dovrebbe fare: mettere fine alla repressione finanziaria, permettere un maggiore afflusso di reddito verso le famiglie e rafforzare la rete di tutele sociali in modo che i consumatori non sentano il bisogno di accumulare denaro. E nel frattempo potrebbe diminuire la spesa insostenibile in investimenti.
Ma ci sono attori potenti, soprattutto aziende di proprietà statale, che beneficiano della repressione finanziaria. E, quando si tratta di rafforzare le tutele sociali, il leader di questo presunto regime comunista suona un po’ come il governatore del Mississippi quando denuncia che le politiche di welfare “impigriscono” i cittadini. Quanto dunque ci dovremmo preoccupare per la Cina? In qualche modo, l’economia cinese di oggi ricorda quella giapponese dopo lo scoppio della bolla degli anni ’80. Tuttavia, il Giappone è riuscito a gestire bene il ridimensionamento. Ha evitato la disoccupazione di massa, non ha mai perso la coesione politica e sociale e il Pil pro capite degli adulti in età da lavoro nel corso dei tre decenni successivi è aumentato del 50%, una crescita non di molto inferiore a quella degli Stati Uniti.
Il mio timore più grande è che la Cina non sappia reagire altrettanto bene. Quanto sarà coesa di fronte alle difficoltà economiche? Proverà a rinvigorire l’economia favorendo una crescita delle esportazioni che finirà per collidere con gli sforzi occidentali di promozione delle tecnologie verdi? Oppure, prospettiva ancora più spaventosa, cercherà di distrarre dalle difficoltà interne dandosi all’avventurismo militare? Faremmo meglio a non compiacerci delle difficoltà economiche della Cina, perché potrebbero diventare un problema per tutti noi.
Per la più grande (o la seconda più grande, dipende da come la si misura) economia del pianeta, invece, le cose sono andate diversamente. Alcuni analisti si aspettavano che l’economia cinese, dopo l’abbandono delle restrizioni draconiane imposte dalla politica “zero Covid”, adottata per contenere la pandemia, avrebbe avuto un boom. Invece le performance della Cina hanno deluso le aspettative secondo tutti gli indicatori tranne il Pil ufficiale, che sarebbe cresciuto del 5,2 %.
Intorno a questa cifra tuttavia vi è uno scetticismo diffuso. Le nazioni democratiche, come gli Stati Uniti, non politicizzano spesso le statistiche economiche — ma chiedetemelo di nuovo, qualora dovesse essere rieletto Donald Trump — i regimi autoritari invece lo fanno spesso.
E l’economia cinese sembra inciampare anche sotto altri aspetti. Persino le statistiche ufficiali dicono che la Cina sta sperimentando una deflazione in stile giapponese e alti tassi di disoccupazione giovanile. Non si tratta, almeno non ancora, di una crisi totale, ma vi è ragione di credere che la Cina stia entrando in un’epoca di stagnazione e delusione.
Perché l’economia cinese, che solo qualche anno fa sembrava destinata a dominare il mondo, è nei guai?
Una parte della risposta risiede nella sua cattiva leadership. Il presidente Xi Jinping comincia a rivelarsi scadente nella gestione dell’economia: la sua propensione agli interventi arbitrari –caratteristica tipica degli autocrati — soffoca l’iniziativa privata.
Ma la Cina sarebbe nei guai anche se Xi fosse un leader migliore.
Era chiaro da tempo che il modello economico cinese stava diventando insostenibile. Come rileva Stewart Paterson, la spesa dei consumatori, in percentuale sul Pil, è molto bassa, e le ragioni probabilmente sono svariate.
C’è la repressione finanziaria — il pagamento di interessi bassi sul risparmio e la concessione di prestiti poco onerosi a debitori selezionati — che tiene basso il reddito delle famiglie e alimenta gli investimenti controllati dal governo; ci sono le tutele sociali troppo deboli, che costringono le famiglie a mettere da parte denaro per affrontare eventuali emergenze, e altri motivi.
Se i consumatori acquistano così poco, almeno in proporzione alla capacità produttiva dell’economia cinese, come può la nazione generare una domanda sufficiente a mantenere attiva quella capacità? La prima reazione, come sottolinea Michael Pettis, è stata promuovere gli investimenti, fino a superare il 40% del Pil. Il problema è che non è facile investire così tanti soldi senza incorrere in rendimenti in forte calo.
Gli alti tassi di investimento potrebbero essere sostenibilise, come nella Cina dei primi anni 2000, la forza lavoro e la produttività stessero crescendo rapidamente per raggiungere il livello delle economie occidentali. Ma la popolazione cinese in età da lavoro ha raggiunto il suo picco intorno al 2010 e da allora è in calo. E, sebbene in certi ambiti la Cina abbia mostrato una capacità tecnologica impressionante, anche la produttività complessiva sembra ristagnare.
In breve, non è più una nazione in grado di investire in maniera produttiva il 40% del PIL. La situazione non può reggere.
Ora, questi problemi sono evidenti almeno da un decennio. Perché diventano gravi solo adesso? Beh, gli economisti internazionali amano citare la legge di Dornbusch: “Una crisi impiega molto più tempo di quanto si pensi per verificarsi e quando accade lo fa molto più rapidamente di quanto si pensasse”. Nel caso della Cina, il governo è riuscito a mascherare per diversi anni il problema della spesa inadeguata dei consumatori favorendo lo sviluppo di un’enorme bolla immobiliare. In pratica, il settore immobiliare cinese è diventato irragionevolmente grande rispetto agli standard internazionali.
Ma le bolle prima o poi scoppiano.
A un osservatore esterno appare chiaro quello che la Cina dovrebbe fare: mettere fine alla repressione finanziaria, permettere un maggiore afflusso di reddito verso le famiglie e rafforzare la rete di tutele sociali in modo che i consumatori non sentano il bisogno di accumulare denaro. E nel frattempo potrebbe diminuire la spesa insostenibile in investimenti.
Ma ci sono attori potenti, soprattutto aziende di proprietà statale, che beneficiano della repressione finanziaria. E, quando si tratta di rafforzare le tutele sociali, il leader di questo presunto regime comunista suona un po’ come il governatore del Mississippi quando denuncia che le politiche di welfare “impigriscono” i cittadini. Quanto dunque ci dovremmo preoccupare per la Cina? In qualche modo, l’economia cinese di oggi ricorda quella giapponese dopo lo scoppio della bolla degli anni ’80. Tuttavia, il Giappone è riuscito a gestire bene il ridimensionamento. Ha evitato la disoccupazione di massa, non ha mai perso la coesione politica e sociale e il Pil pro capite degli adulti in età da lavoro nel corso dei tre decenni successivi è aumentato del 50%, una crescita non di molto inferiore a quella degli Stati Uniti.
Il mio timore più grande è che la Cina non sappia reagire altrettanto bene. Quanto sarà coesa di fronte alle difficoltà economiche? Proverà a rinvigorire l’economia favorendo una crescita delle esportazioni che finirà per collidere con gli sforzi occidentali di promozione delle tecnologie verdi? Oppure, prospettiva ancora più spaventosa, cercherà di distrarre dalle difficoltà interne dandosi all’avventurismo militare? Faremmo meglio a non compiacerci delle difficoltà economiche della Cina, perché potrebbero diventare un problema per tutti noi.