Feste tragiche, una tradizione francese
PIERRE SOUCHON*
Lontano dalle affermazioni circa lo scontro di civiltà, a Crépol (Drôme) è in corso un'indagine delicata: com'è cominciata questa vicenda dall'esito letale (1)? Perché Thomas Perotto, sedicenne appassionato di rugby, ha perso la vita al termine di una normale festa di paese? Davanti a domande così delicate, bisogna rivolgersi a Philippe (2). Una forza della natura, adesso tranquillo neopensionato dell'Ardèche stabilitosi al di là del Rodano, a poche montagne di distanza da Crépol, Philippe coltiva al tempo stesso una solida reputazione e una leggenda inconfutabile, declinate localmente come le feste di paese che frequentava da ragazzo. Altri confidano: «Da giovane era il terrore dei balli», «se si presentava a una festa, era sempre una rissa», «poteva mettersi contro dieci tipi da solo senza problemi»...
Gli chiediamo: quando era ragazzo, alla fine degli anni 1970, come nascevano le risse alle feste? Philippe ride: «In qualunque modo. Ma mio fratello minore era un professionista.» In che senso? «Quando vedeva arrivare degli arabi, lasciava il suo pacchetto di Marlboro su un tavolo. Si piazzava al banco del bar e non lo perdeva mai di vista. Ogni volta, un arabo finiva per prenderlo. Beh, un pacchetto intero di sigarette, abbandonato! Si accendeva una sigaretta e ne distribuiva un po' ai suoi compagni. A quel punto arrivava mio fratello e diceva: "Hai rubato il mio pacchetto di sigarette, bastardo!" Non importava quanto l'altro cercasse di difendersi, dicendo che non lo sapeva, scusandosi... Lui passava alle botte. Diverse volte ha fatto a pugni per le sue Marlboro, la gente era terrorizzata. Ricordo che lo proteggevo a colpi di sedie...».
Insomma, per battersi con gli arabi, c'erano motivi estremamente seri... Entrambe le parti erano scientificamente consapevoli della forza dei loro argomenti: «Nel 1983, la mia ragazza di allora era infermiera. Mi invita al ballo delle infermiere dell'ospedale. Era una festa privata, si poteva entrare solo su invito... Vado, la mia ragazza mi ha procurato l'invito. Arrivando, vedo un'auto che mi lampeggia più volte. Porca miseria, non avevo fatto attenzione, avevo gli abbaglianti. Li spengo, parcheggio vicino all'ingresso della festa... I tipi tornano indietro, sono in tre. Te arabi. Li hanno allontanati dalla sala perché non avevano un invito: sono furiosi. Mi si parano davanti: "I bianchi ci cacciano e tu ci punti i fari in faccia, stronzo!"».
Un motivo estremamente serio
«Mollo un pugno al tizio che mi parla. Boom! Steso a terra. Gli altri due mi vengono addosso. Due contro uno, sento che sono spacciato. Corro verso la sala per trovare scampo ma uno di loro mi dà un pugno nello stomaco. Le infermiere chiudono la porta dietro di me... "Che cos'hai?, mi chiedono. La tua camicia è piena di sangue!" Quel tizio mi aveva dato una coltellata allo stomaco e non l'avevo nemmeno sentita. C'erano tanti medici, mi hanno portato subito in ospedale... La lama era entrata per sette centimetri nell'addome. Si era fermata appena prima dello stomaco, il peritoneo. Altrimenti sarei morto…».
La mattina dopo, grave nel letto d'ospedale, Philippe descrive il suo aggressore agli investigatori della stazione di polizia. L'Ardèche è un villaggio: nel pomeriggio, due agenti lo scovano e lo portano da Philippe chiedendogli di identificarlo. Lo riconosce immediatamente: «È lui», afferma. L'aggressore nega vigorosamente. Allora uno dei due poliziotti lo prende per le spalle e gli dice dolcemente: «Sai chi è quello coricato nel letto? È Philippe, è mio figlio. Sono suo padre. Allora: di' davanti a suo padre che non sei stato tu a fare questo.» L'aggressore abbassa gli occhi e confessa.
Qualche tempo dopo, il tribunale gli infligge diciotto mesi di carcere, metà dei quali sospesi. Nove mesi in tutto. E ne sconta solo sei, vista la buona condotta.
«Aspetta un attimo, Philippe: pochi millimetri e ti uccideva. Quindi si tratta di tentato omicidio, no? E una corte infligge sei mesi di reclusione?
- Sì, esattamente. Perché i magistrati avevano ritenuto che si trattasse di una rissa da festa di paese, in altre parole una pura stronzata tra due ventenni idioti. E in realtà avevano assolutamente ragione... Eravamo tutti ugualmente stupidi.»
Arabi che, dopo essere stati cacciati da bianchi che organizzano una festa privata di infermiere, accoltellano una persona senza motivo, e si beccano solo sei mesi di carcere? Dove siete, i vari Maréchal, Zemmour, Le Pen, Wauquiez, Ciotti? Nel 1983, questo scandalo per la civiltà, per la Repubblica, per l'identità non ottiene una sola riga sui giornali locali. Dove siete, Cnews, Bfm Tv, Valeurs actuelles, Le Journal du dimanche? Un poliziotto il cui figlio viene accoltellato da un arabo, il quale passerà in carcere giusto sei mesi, e il padre abbraccia paternamente quell'arabo? Dove siete? Dove siete, voi della «guerra contro i parassiti», il disordine sociale, le orde selvagge, dove siete voi sindacalisti bastioni della Repubblica, voi di Alliance Police nationale, Unsa e Unité Sgp Police-Fo? Dove eravate…?
Poche settimane dopo l'accoltellamento di Philippe, a Marsiglia ha luogo la Marcia per l'uguaglianza e contro il razzismo (3). Si conclude poche settimane prima del processo all'aggressore. Centomila persone di origine straniera marciano a Parigi. Una delegazione incontra l'allora presidente della Repubblica, François Mitterrand, con una lista di richieste. Si sa, le circostanze storiche producono persone, politici, giudici e media a loro immagine. Quella che nel 1983 era una rissa tra un gruppo di imbecilli non degna di suscitare emozioni, nemmeno nel profondo dell'Ardèche, un villaggio indifferente a questa ennesima storia di feste - la località ne pullula -, adesso è una questione di Stato... Si noti, fra l'altro, quanto terreno ha perso la sinistra.
Ma i vari Maréchal, Zemmour, Le Pen, Wauquiez, Ciotti, Bardella e Retailleau potrebbero osservare soddisfatti: come si spiega che in queste storie dell'Ardèche, più di quarant'anni fa, gli arabi fossero già così onnipresenti - tanto minacciati quanto minacciosi? A sentire l'allegra armata, la minaccia araba è permanente e questa storia lo dimostrerebbe.
Dunque, dobbiamo nuovamente rivolgerci a Philippe.
«Perché erano spesso con gli arabi, le litigate nelle serate?
Eravate razzisti?
- In un certo senso, si. Ma c'erano due ragioni: la prima, la più ovvia, era una miniera locale che assumeva molti algerini
della comunità harki. La seconda, meno evidente, era che facevano blocco.
-Cioè?
- In altre parole, perché una rissa valga la pena, non si va in tanti contro uno solo. Dalla miniera scendevano alla festa in venti, venticinque. E noi eravamo una ventina. Quindi la zuffa era nell'ordine delle cose. Il fatto che fossero algerini era secondario.»
A questo punto, di fronte a quello che sembra davvero l'episodio di un'enciclopedia della stupidità umana, abbiamo sentito il bisogno di chiamare Olivier – un esperto in materia. Secondo la leggenda locale, Philippe era solo un piccolo giocatore rispetto a Olivier. Nel suo villaggio, che ha lasciato più di quarant'anni fa, nominarlo suscita ancora sguardi immediati e preoccupati verso la gendarmeria: là si andrebbe a chiedere aiuto se dovesse tornare questo Attaccabrighe, questo Terrore assoluto delle feste (e va scritto con la maiuscola)...
Si dà il caso che anche Olivier, una forza erculea, come Philippe, abbia rischiato di morire per la sua inveterata inclinazione alla rissa. E anche Olivier, come Philippe, è diventato una persona tranquilla…
«Ai tuoi tempi, Olivier, c'erano risse con gli arabi alle feste?
Certo che sì! Negli anni 197O venivano dalla Ricamarie, Saint-Chamond, Firminy, da tutta la Valle della Loira, figli di operai, noi figli di contadini, e ci scontravamo, alla pari, con catene di bicicletta, manici di piccone…
- Ma c'era una dimensione razzista?
- Poteva sembrare così, ma in realtà non era una logica di odio, bensì di contrapposizione. Lo si vedeva molto bene la domenica alle partite di calcio tra paesi limitrofi: ogni volta succedeva una rissa generale, per un placcaggio, un errore dell'arbitro. Persino le madri dei calciatori si mettevano di mezzo, a colpi di ombrello! Quando ero ancora più giovane, un ragazzino, ero in una scuola privata: uscivamo dalle classi e subito ci accapigliavamo con quelli della scuola pubblica. Pugni e calci, pietre, bastoni di castagno, di tutto… Non c'era un solo arabo in quelle storie. C'era pura violenza tra gruppi opposti. E alla fine era questo che ci univa.
- Come?
- In realtà, nessuno di quei gruppi era preso in considerazione. Eravamo tutti alla disperata ricerca di un riconoscimento. I calciatori di paese, i bifolchi dei balli, i piccoli scolari in campagna, tutti sapevamo di essere gli ultimi della società. Così, come gruppo, cercavamo di schiacciare il vicino e questo rafforzava la nostra identità collettiva. Con gli arabi era esattamente la stessa cosa.»
Estromesso molto presto dal sistema scolastico - un fallimento familiare, educativo e professionale -, Olivier, come Philippe, ha condiviso la stessa esperienza di esclusione dei suoi avversari del sabato sera.
Thomas Perotto, la giovane vittima del ballo di Crépol, era uno studente del Dauphiné, scuola polivalente per i mestieri del cuoio, a Romans-sur-Isère. Per decenni, questo istituto tecnico è stato il fiore all'occhiello della regione, la «capitale mondiale delle calzature». Questo prima che migliaia di posti di lavoro andassero persi e che Romans diventasse l'emblema nazionale della deindustrializzazione. Negli ultimi anni, diversi membri della nostra famiglia hanno seguito lo stesso percorso nella stessa scuola: non sono mai riusciti a trovare lavoro nel settore... Abbonati a lavoretti saltuari, vivono di quello che arriva. Alla periferia della città, il quartiere della Monnaie, da cui si ritiene che provenissero alcuni dei protagonisti della rissa mortale di Crépol, fu in parte costruito per ospitare i lavoratori dei calzaturifici. Armeni, italiani, nordafricani: «Tutti avevano lavoro, ricorda Nathalie, che ha abitato lì per più di dieci anni dalla nascita del quartiere. Anche le casalinghe facevano calzature su commissione. Ogni mattina un furgone della fabbrica andava a distribuire i materiali, suonando il clacson davanti alle porte d'ingresso dei palazzi.»
Lavoro per tutti... Le calzature erano la linfa vitale di Romans,
del quartiere della Monnaie e anche dei piccoli paesi dei dintorni, dove si «faceva costruire» con i salari della fabbrica - fino a Crépol. Secondo Nathalie, che ha trascorso «tutta la vita a lavorare nelle calzature», l'«orgoglio operaio», di produrre marchi venduti in tutto il mondo, da New York a Tokyo, giocava molto. Di quell'orgoglio e di quei posti di lavoro non è rimasto quasi nulla alla Monnaie – né nel villaggio di Thomas: un responsabile del sindacato agricolo locale ricorda «una grandinata nel 2019, seguita da una tempesta di neve; la gente del posto rimase senza elettricità per più di dieci giorni, e non so per quanto tempo senza rete telefonica... Andavamo a protestare ai ministeri, ma a nessuno importava nulla di noi. Queste zone del cantone "Drôme des collines" sono state abbandonate a se stesse, e gli abitanti sanno benissimo che nessuno si cura dei loro problemi… Così, si sentono trattati come gli ultimi degli idioti. Dal punto di vista politico, questo avvantaggia l'estrema destra, che guadagna terreno a ogni elezione». A sentire l'Olivier di oggi, il quartiere della Monnaie e Crépol condividono l'esperienza della mancanza di riconoscimento sociale. A sentire l'Olivier di ieri. Crépol e la Monnaie sono buoni a «prendersi per il culo». A sentire la destra e l'estrema destra, bisogna prepararsi, o addirittura accelerare, lo scontro. A ricordare la storia di Philippe, non c'è nulla di ineluttabile.
(1) Pierre de Cossette, «Mort de Thomas à Crépol: ces éléments de l'enquête qui montrent la complexité du dossier, France Info, 4 dicembre 2023.
(2) Il nome è stato cambiato
(3) Si legga Maurice Lemoine, «Ceux de la "deuxième génération"», Le Monde diplomatique, agosto 1985.
(Traduzione di Marianna De Dominicis)
*Giornalista e scrittore, autore di Encore vivant, Babel, Arles, 2019
Le Monde diplomatique, gennaio 2023