sabato 17 febbraio 2024

L'eterna giovinezza di Dio

Il 1° gennaio di quest'anno avrebbe compiuto un secolo di vita: Luigi Sartori è stato una pietra miliare per il cammino dell'incontro tra i cristiani, per diversi decenni. «Maestro di libertà, soprattutto spirituale»: definendolo così Maria Vingiani, la fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, che lo conosceva bene, richiamava la vocazione più profonda di don Luigi, tornato alla casa del Padre il 2 maggio 2007.

 Infaticabile tessitore di dialoghi

 Sartori, in effetti, è considerabile una delle figure più autorevoli della teologia italiana del postconcilio, radicata nel suo Veneto e a un tempo apprezzata internazionalmente. Per descrivere la singolarità del suo percorso intellettuale, Severino Dianich ed Ermanno R. Tura, in occasione dei suoi sessant'anni, scrivevano: «Un'enorme produzione bibliografica di articoli, di riviste, relazioni per congressi, contributi a pubblicazioni collettive e non un titolo di libro a cui resti legato nella memoria il suo nome. Il fatto non può essere interpretato come segno di indolenza o timidezza scientifica. Al contrario, la sua è una teologia che non ha mai accettato di attestarsi nell'otium litterarum di ricerche annose o di meditazioni solitarie molto prolungate». Ecco il basso continuo del suo lavoro: da una parte, lo sforzo coraggioso per un aggiornamento dottrinale, a partire dalla piena accettazione della dimensione del dialogo nella Chiesa, tra cristiani, tra credenti di fedi diverse, tra la Chiesa e la cultura contemporanea, come elemento determinante per la testimonianza evangelica; dall'altra, il rifiuto delle ristrettezze della specializzazione, e la ricerca inesausta della genuina integrità della fede.

Per questo, è giusto farne memoria qui, in particolare per la sua opera di infaticabile tessitore di dialoghi, teoretici e pratici. Ne fa fede l'intensa biografia di questo prete gioviale e ironico, che registra, oltre alle docenze al Seminario di Padova, all'Istituto per le Scienze Religiose di Trento e all'Istituto di Studi Ecumenici; la consulenza al Pontificio consiglio del dialogo ecumenico e alla Commissione per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei; la carica di membro della delegazione cattolica nella commissione Fede e Costituzione; il trentennale sodalizio con Maria Vingiani, a presiedere le Sessioni del Sae; la presidenza dell'Ati, l'Associazione dei Teologi Italiani, e così via.

La santa immersione

 Nato a Roana, nell'altipiano di Asiago, il capodanno del 1924, in un contesto familiare e sociale in cui l'appartenenza a un cattolicesimo popolare assume di regola - all'epoca - caratteri devozionali, è in Seminario a Padova che il giovane Luigi matura un certo fastidio per la dominante cultura controversistica, per rivolgersi a un pensiero fondato sul dialogo con la cultura moderna e contemporanea. Un dialogo, intuisce, che la Chiesa è chiamata a costruire grazie alla scoperta di un linguaggio nuovo, capace di trasmettere nel contesto la fede cristiana, com'era avvenuto lungo i secoli: ed è in tale direzione che, ormai a Roma, studente in Gregoriana, sceglie per argomento della tesi di laurea in teologia dogmatica un'indagine sul rapporto tra il filosofo Maurice Blondel e il cristianesimo. Alla luce della quale dimostra ormai di aver compreso l'importanza del metodo scolastico più come strumento che come fine della teologia, un'acquisizione destinata a non abbandonarlo più. Il soggiorno capitolino riveste un significato rilevante anche per la formazione ecumenica di don Luigi. È qui, infatti, che si troverà casualmente per le mani alcuni dépliant della comunità di Taizé, all'epoca appena avviata in Francia da frère Roger Schutz. L'opportunità di accedere direttamente a quell'esperienza gli capita nel '48, quando da Grenoble raggiunge la località sita nei pressi di Cluny: ne resta profondamente colpito, e non dimenticherà più quelle giornate intense di preghiera e meditazioni. Rientrato a Padova dopo gli studi romani, si apre per lui una nuova stagione: nel 1954 il vescovo Bortignon gli affida infatti la segreteria della nascente rivista Studia Patavina, con l'obiettivo di rappresentare un ponte di dialogo e incontro tra i due Studia della città, l'università e il seminario.

Ma sarà il Concilio, voluto da un vescovo che conosce bene, il patriarca di Venezia Roncalli, un decennio più tardi, a confermare nel modo più autorevole la sua inclinazione al dialogo come traiettoria maestra per la Chiesa. Le prime due sessioni (1963 e 1964) le segue da Padova, dov'è ormai collocato, poi può recarsi a Roma, accettando la proposta di monsignor Carlo Colombo, vicino al nuovo papa Paolo VI, di intervenire alle conferenze stampa quotidiane sull'andamento dell'assise. Inizia così la sua partecipazione diretta al Vaticano II, che assumerà varie forme: è accertato, quale perito, il suo contributo al documento sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, a quello sull'ecumenismo Unitatis redintegratio e sulla Chiesa Lumen gentium. Una stagione ricca di stimoli, che egli rievocherà con modestia: «Faticoso impegno per me, solitario e inesperto teologo di provincia, fino ai quarant'anni obbligato e adeguato solo a proporre la teologia scolastica e con metodo scolastico (anche se desideroso di aprirmi alla contemporaneità); e d'improvviso gettato nel mare della verifica di una teologia nuova per la fedeltà all'uomo... Ringrazio Dio di tale santa immersione, che ha costituito per me una vera conversione». Dopo le fatiche del Concilio, accetta l'insegnamento alla Facoltà teologica dell'Italia settentrionale di Milano, pur rimanendo titolare di Ecclesiologia, Escatologia ed Ecumenismo a Padova.

A quella fase va ricondotto il suo approccio col Sae: la prima sessione estiva cui presenzia è la seconda in assoluto, dedicata a La Chiesa, mistero e segno di unità (agosto '65), durante la quale interviene proprio sulla Lumen gentium. Da allora, e fino al '95, la sua presenza diviene uno degli elementi fondamentali delle sessioni di formazione ecumenica. Nel suo ricordo, uno degli aspetti più positivi di quell'esperienza è il clima amichevole che si viene a creare tra i partecipanti, specialmente fra teologi e pastori delle diverse confessioni cristiane, invitati a vivere a fianco per l'intera durata dei lavori. È a partire da questo palcoscenico ampio che gli derivano le nomine internazionali, nel Segretariato per la promozione dell'unità dei cristiani e nella Commissione Fede e Costituzione (all'interno del Consiglio Ecumenico delle Chiese),fino al coinvolgimento nel lungo processo redazionale del Bem (Battesimo, Eucaristia, Ministero), cui dedicherà diversi articoli per promuoverne il più possibile la ricezione. E appunto in qualità di membro di Fede e Costituzione ha modo di vivere dal di dentro gli appuntamenti ecumenici internazionali di Accra ('74), Bangalore ('78) e Lima ('82): «Per me si è trattato – commenterà – di un'esperienza fondamentale; di una vera scuola e di una iniziazione di tipo privilegiato. Purtroppo oggi serpeggia troppa rassegnazione; si pensa, anche in ambito non cattolico, che l'ecumenismo sia una legittimazione delle diversità, che non dia urgenza alla tensione verso l'unità, e qualche teologo rimanda fino al dopo la storia il tempo dell'unità tra i diversi... Io ritengo invece che si debba camminare davvero verso la meta storica dell'unità...».

Il paradigma obbligatorio

La sua impronta si ritrova anche in ambito catechistico, in particolare nella prima stesura dei catechismi nazionali, come il catechismo degli adulti Signore, da chi andremo?

Qualche anno più tardi, avvicinandosi il Giubileo del 2000, Sartori paventerà con l'abituale parresia il rischio di un eccessivo trionfalismo della chiesa cattolica, che la potrebbe allontanare dalla dimensione ecumenica della testimonianza di fede, sollevando questioni (come quella delle indulgenze classico luogo di frizione con la tradizione protestante) che appartengono al passato remoto della storia delle chiese: mentre a suo dire, sarebbero altre le  vie da percorrere per approfondire sempre meglio il dialogo tra cristiani e con la contemporaneità. Da questo punto di vista, ai suoi occhi è esemplare l'itinerario che ha portato la chiesa cattolica e la Federazione mondiale luterana alla firma congiunta della Dichiarazione comune sulla giustificazione del '99: che poneva fine ad una questione plurisecolare, introducendo un metodo ecumenico - riassumibile nell'idea di consenso differenziato – che apre la strada a nuovi sviluppi nel cammino di dialogo ecumenico fra le tradizioni cristiane.

Fino agli ultimi tempi, del resto, Sartori potrà fornire una ferma testimonianza del suo credo l'ultima apparizione al Sae è del 2005, sul tema della fede di Abramo, quando sottolinea con forza che occorrerà d'ora in poi entrare in un paradigma nuovo, obbligatorio, quello del pluralismo religioso teologico. Fino a rivolgersi ai presenti in questi termini: «Se trovate un teologo o un pastore che non ha questo schema in mente, che non pensa guardando alla pluralità delle fedi, dite che è ancora preistorico; non è adatto a fare quel che fa, e purtroppo diventa un peso morto».

Richiesto di esporre qualche sogno personale, due anni prima della morte, si era lanciato in un'immagine poetica: «Non ho più tempo di sognare per questa mia vita al tramonto. Sogno per l'altra vita; che essa stessa sia un continuo sognare con Dio... Troppi pensano che l'aldilà sia noioso, così da stancarsi. No, Dio è e dona eterna giovinezza, eterna novità. Sogno dunque di entrare nel sogno di Dio». E allora - senza retorica, che non ti sarebbe piaciuta - grazie di tutto quello che Dio ci ha regalato per mezzo tuo, carissimo don Luigi, ora che, combattuta la buona battaglia, sei entrato definitivamente nel suo sogno.

Brunetto Salvarani

Rocca, 15 gennaio 2024