La forza di due donne
di Paolo Galimberti
Due donne hanno raccolto l'eredità spirituale e politica di Aleksej Navalny, che Vladimir Putin pensava di poter cancellare per sempre facendolo morire con modalità misteriose nel carcere di massima sicurezza IK-3 di Kharp, per poi sottrarre il corpo, magari fino alle elezioni del 17 marzo, per evitare che la verità su un decesso, spacciato sbrigativamente per «un'embolia» o «una sindrome da morte improvvisa», diventasse una prova d'accusa contro il padrone del Cremlino.
Una, la madre Lyudmila, vaga da ormai tre giorni in una delle più remote e ostili regioni della Siberia, a 1.900 chilometri da Mosca e a 30 gradi sottozero, accompagnata dai legali per chiedere la restituzione della salma del figlio. Da Kharp a Labytnangi, da Labytnangi a Salekhard, capoluogo dello Jamalo-Nenets, sempre per sentire la stessa risposta: il cadavere qui non c'è. Finora ha ottenuto soltanto un documento che conferma la morte del figlio "il 16 febbraio alle 14,17 ora locale" (ci sono due fusi orari tra Kharp e Mosca).
Ma questo disperato girovagare di una madre alla ricerca del corpo del figlio è la silente impersonificazione di un grido di dolore, una denuncia dell'ambiguità sospetta dello zar, che il portavoce Dmitry Peskov ha cercato di scagionare dicendo che il Cremlino «non è coinvolto» nella gestione delle modalità funerarie e definendo «inaccettabili» le accuse dell'Occidente.
Ma intanto 50 mila persone hanno già messo la loro firma a una petizione per chiedere il rilascio del corpo di Navalny. Come se 50 mila russi avessero il coraggio di votare apertamente contro Putin alle elezioni di marzo.
L'altra donna, la moglie Yulia, ha lanciato il guanto della sfida politica allo zar, accusandolo apertamente di aver ucciso suo marito con il Novichok, l'agente nervino con il quale sicari del Cremlino avevano già cercato di avvelenare Navalny in Siberia nel 2020. Ora che è morto ha sentito il dovere di raccoglierne il testimone, mentre l'anno scorso in un'intervista a Der Spiegel aveva detto che non sarebbe mai entrata in politica.
«Putin ha ammazzato metà della mia anima. Ma con l'altra ora lotterò per una Russia libera, pacifica e felice», ha detto nel messaggio che ha diffuso prima di presenziare al Consiglio esteri dell'Unione europea. Da ieri Yulia Navalnaya prende la guida del frastagliato dissenso russo, che con la morte di Aleksej rischiava lo sbando totale.
Così come in Bielorussia un'altra donna, Svetlana Tikhanovskaja, aveva assunto la guida dell'opposizione quando il marito era stato incarcerato, sfidando con successo il despota Lukashenko e continuando ora, dall'esilio, la lotta politica mentre il consorte resta nelle terribili galere di Minsk.
Aleksej e Yulia si erano sposati nel 2000, quasi in contemporanea con l'insediamento di Putin al Cremlino al posto di Boris Eltsin. Da allora, come lei stessa ha ricordato nel suo messaggio, erano stati inseparabili, in un coinvolgimento di amore e di condivisione politica che ricorda la parabola di Andrej Sakharov ed Elena Bonner, che dall'inizio degli anni 70 del secolo scorso, quando si erano conosciuti a Kaluga nel corso di un processo contro dissidenti sovietici, erano diventati la coppia-guida del dissenso in Urss.
Quando a Sakharov, nel 1975, il Cremlino negò il permesso di recarsi a Oslo per ricevere il Nobel per la Pace, fu Elena, che era in Italia per cure mediche, a prendere il suo posto pronunciando un discorso di forte emotività politica, che fece di lei una leader dell'opposizione, insieme con il marito, al Cremlino di Leonid Breznev. E alla morte di Andrej, nel 1989, tre anni dopo essere tornati dall'esilio a Gorkij, "graziati" da Mikhail Gorbaciov, fu Elena ha raccoglierne il testimone con la fondazione intitolata alla sua memoria.
Oggi c'è un sottile filo rosso che lega Yulia ed Elena: è stata Bonner la prima firmataria del manifesto online del 10 marzo 2010 intitolato "Putin deve andarsene".
Quattordici anni dopo, Yulia Navalnaya nel suo appello-manifesto chiede al dissenso russo di «diventare un pugno solido e sferrare con questo pugno un colpo a Putin e ai suoi amici».
Nel suo disprezzo, tipico degli ex ufficiali del Kgb, per i "diversi pensanti" (così venivano talvolta chiamati gli oppositori al regime nell'Urss), Putin non conosce la storia del dissenso nel suo Paese. Sennò saprebbe che le donne ne sono state spesso protagoniste. Erano due donne, Larisa Bogoraz e Natalja Gorbanevskaja, le menti della prima manifestazione di dissenso dell'era brezneviana, la "dimostrazione dei sette" contro l'invasione di Praga, il 25 agosto 1968 sulla Piazza Rossa.
Subito repressa brutalmente dalla polizia come quelle nelle 39 città russe dopo la morte di Navalny.
E Putin dovrebbe anche sapere che, oltre alle due donne che oggi ne contestano la responsabilità nella morte del figlio e raccolgono l'eredità politica del marito, c'è una terza Navalnaya. Dasha, la figlia, che nel 2021 aveva ritirato al posto del padre proprio il Premio Sakharov al Parlamento europeo invitando gli eurodeputati a «smettere di flirtare con Putin». E in un'intervista alla Cnn aveva avuto un presentimento: «Putin ha appena dichiarato di ricandidarsi e vorrà silenziare mio padre».
Repubblica, 20 febbraio