giovedì 15 febbraio 2024

VIGILATE LA VITA

 

«Voi, vegliate e siate presenti a voi stessi. Non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino. Siate pronti»

Marco 13, 33-3

Che strano che alla prima domenica dell'anno liturgico si inizi dalla fine. Ma ci sono molte cose da capire in questo invito ad essere pronti che il Vangelo di Marco ci riporta. «Vegliate! Vigilate !» è l'invito frequente dei Vangeli. Vigilare e riconoscere il tempo che viene, immergersi-dentrO, HOA separarsi dal tempo che scorre e non guardarlo dall'alto. Sono i tempi di cui parla Qoelet: i tempi del ridere, del piangere, del fare festa, del lutto, del costruire, del demolire, dell'abbracciare, dell'astenersi dagli abbracci, del nascere e del morire. Nella visione di Qoelet c'è un velo di disincanto e di pessimismo: c'è l'impermanenza del buddhismo, cioè la non durata, la non continuità del mondo, della storia. Forse Gioele è così perché è vissuto prima di Gesù e la sua visione delle cose è quella del "come se Gesù non fosse venuto".

La veglia e la vigilanza di cui parla Gesù sono la consapevolezza delle cose, per non sprecare nulla della vita.

Si potrebbe dire: vigilare la vita. Proprio perché passano stagioni, incontri, speranze, gioie, amori, giorni e anni, amiamo ogni cosa, accogliendola con cuore riconoscente nel momento in cui ci è data. Essere all'altezza della vita quotidiana. La vita come il fiume; le cose come la corrente dell'acqua che scorre; l'alveo che tutto raccoglie e contiene come il disegno del mistero. La corrente è sempre la stessa, ma l'acqua che passa sempre nuova.

Una bella immagine evangelica dice «Dal fico imparate questa parabola: quando ormai il suo ramo si fa tenero, voi sapete che l'estate è vicina». È la parabola della vita, la parabola del sempre. Il fico, risvegliato dal letargo invernale dai primi calori della primavera, intenerisce i suoi rami e gonfia i suoi germogli. L'albero, che sembrava morto, rivive. I germogli col tempo si trasformeranno in fiori e frutti. Al sopraggiungere dei primi freddi autunnali il fico ingiallirà e ritornerà in letargo.

È il ciclo della vita che continua in nuovi alberi, creature, vite. È la condizione del rinascere di tutte le cose. È il richiamo, anticipato in forma semplice, da Qoelet: «Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole» (cap. 1,9).

Tutto sembra ripetitivo nella vita e nella storia, così come pare indicare Qoelet, al punto che si potrebbe pensare che non esista alcun disegno, alcun senso, alcuna conclusione e che il divenire di tutte le cose sia solo il manto variopinto della danza eterna del divino.

Se tale fosse il senso della parabola evangelica sarebbe grande il terrore della fine o, all'opposto, la rassegnazione passiva davanti all'insignificanza di tutte le cose.

Ma lo stile di vita di Gesù è altro: riportare l'attenzione alle cose quotidiane che ci circondano, avvertire che ogni avvenimento è unico, ultimo, eskaton. A volte, si è impoverito il parlare escatologico di Gesù, dimenticando che il suo annuncio è che ogni cosa contiene in sé qualcosa di "oltre" e ha valore eterno. La vita, la morte e la resurrezione di Gesù sono il grande mythos della vita.

Ma perché la vita è così visitata da tante difficoltà, dalle violenze sui giusti e sui bambini? Gesù non illudeva i discepoli con facili promesse. Li assicurava però che tutti avevano in sé la forza di attraversare la bufera della vita. Li invitava ad esporsi, a non temere, a considerare l'eskaton, cioè la visione ultima della vita come il vento che scuote l'albero; ma con la sua forza obbliga l'albero a mettere radici profonde nel terreno.

Gesù direbbe a tutte le creature di non stare a contemplare solo le cose che passano e le foglie che cadono, come nel cartone animato di Snoopy: deve essere abbastanza stupido chi si siede sotto un albero a guardare solo le foglie che cadono.

(Tempi di Fraternità. Gennaio 2024)