lunedì 18 marzo 2024

Sesso in cambio di crack

studentesse e clienti ai festini dell'orrore

di Elisa Sola

 

Universitarie, lavoratrici, madri insospettabili ormai tossicodipendenti si prostituivano "a chiamata" in una casa di via Urbino: lì ricevevano la droga

C'è la studentessa di psicologia che dal tardo pomeriggio all'alba del giorno dopo incontra 40 clienti. Uno dopo l'altro. Ognuno di loro vale una fumata di crack. E la fumata diventa più lunga a seconda di quello che lei è disposta a fare. C'è la barista che stacca dal locale di piazza Vittorio alle undici e mezza di sera. E che finito il turno, per arrivare alla casa del crack più in fretta, paga un taxi: «Così ci metto solo 9 minuti».

C'è la madre di una bambina: contattata in serata perché serve

una puttana» (come vengono letteralmente definite le giovani nelle intercettazioni) in più al festino, dice: «Non posso, sono con mia figlia». Ma dopo 10 minuti richiama: «Posso stare mezz'ora». E dopo quella mezz'ora, fumati i 20 euro di crack che le spettano, supplica: «Se resto ancora un po', cosa riesci a darmi ancora?».

Sono studentesse universitarie, lavoratrici, madri. Sono donne insospettabili le vittime del crack. Invischiate a tal punto nella dipendenza di una delle droghe più devastanti – ma anche più vendute a Torino – da restare quattro giorni consecutivi in un alloggio fetido, per drogarsi e prostituirsi. Anzi, per prostituirsi e drogarsi. Perché riguardo alla scansione delle azioni, dei tempi e dei ruoli, Monique, il trans che gestiva clienti, pusher e tossicodipendenti distrutte, era inflessibile. Tanto da contare il sesso al minuto. E dal saperlo trasformare in grammi di "roba".

«Portamene 35, capito? Ne voglio per 35 euro giusti. Con la busta aperta, che la scorsa volta mi hai portato più carta che anima», ordinava al telefono a uno degli otto pusher di fiducia. E Monique, da vero maniaco del controllo, presenziava a ogni incontro. Il sesso era spesso di gruppo, nella sua casa. Le ragazze, mai sole con il cliente. Lui guardava. O partecipava. Mentre gestiva centinaia di telefonate. Quelle che hanno consentito, tra l'altro, alla pm Chiara Maina di risalire a molti personaggi del popolo del crack.

Ieri si è concluso il filone dibattimentale del processo scaturito da una lunga indagine svolta dai carabinieri. Sul banco degli imputati c'erano i due presunti complici di Monique, condannato in abbreviato a due anni e otto mesi di reclusione e 3mila euro di multa per sfruttamento della prostituzione. Sono stati entrambi assolti su richiesta delle avvocate Stefania Agagliate, Silvia Bregliano e Flavia Pivano: «Signor giudice, qui hanno fatto un castello, ma parliamo di drogati» ha esclamato uno dei due. «Non sono un santo – ha detto l'imputato rendendo dichiarazioni spontanee – ma non sfrutto le persone. Adesso vado al Sert, ho smesso. Non c'era gente che diceva fai questo o quello. Eravamo solo dei drogati». Oltre ai due assolti e a Monique, due spacciatori che rifornivano la casa hanno patteggiato pene a oltre un anno di reclusione. A uno sono contestate oltre 108 cessioni di droga.

Via Urbino 33. La Torino del crack è al piano terra di un palazzo di mattoni rossi. Oltre il cancello bianco che delimita l'aiuola condominiale di erbetta all'inglese. Oltre le due colonne grigie. «Poi giri a destra e sei arrivato» raccontava una ragazza sentita dai carabinieri, che hanno osservato per settimane, grazie alle telecamere, l'incessante processione. Il crack lo fumavano tutti, clienti e donne costrette a vendersi per il bisogno di droga. «Quand'è che mi organizzi una serata? Due puttane, io porto il resto», diceva un cliente al telefono. E Monique rispondeva: «Due ci sono già. Ovviamente non puttane che si fanno pagare. Fanno quello che facciamo noi».

 

La Repubblica, 6 marzo