La strage della diga
L'ipocrisia del giorno dopo
Il monte che si è rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita, il cui profilo è impresso nel mio animo e vi rimarrà per sempre». Il monte di Dino Buzzati sessantuno anni fa franò nell'invaso della diga del Vajont innescando un'inondazione che travolse tutto e tutti cancellando 1917 vite. Da oggi nel nostro immaginario un'altra diga — fatte tutte le dovute differenze — resterà legata ai peggiori incubi. Ai peggiori rimorsi. Tre operai morti, quattro dispersi, cinque feriti gravi per l'esplosione di una turbina nella centrale idroelettrica Enel della diga di Suviana, Appennino Bolognese.
L'ipocrita indignazione del giorno dopo è scattata come sempre. Automatica. Insopportabile. A dirla con De André, "il cuore d'Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta". Politica, istituzioni, sindacati, il cardinale Zuppi. Era successo a fine agosto per i cinque operai morti lungo la ferrovia a Brandizzo.
Poi di nuovo, a febbraio, per i quattro operai travolti dal crollo nel cantiere edile di Firenze. In mezzo, i morti invisibili, finiti nel cono d'ombra delle grandi disgrazie: uno qui, uno là, troppo soli e dimenticati per indignare.
Nei primi due mesi dell'anno 119 vittime (+20% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente), 92.711 infortuni e le malattie professionali che sono aumentate del 35,6%.
Ma sono soltanto i dati canonici delle denunce all'Inail, mancano dunque quelli di marzo e dei primi giorni di aprile. Soprattutto mancano tutti quelli che non emergeranno mai dal mare magnum del lavoro nero.
Dopo Brandizzo e dopo Firenze, il governo non mancò di annunciare l'ennesimo intervento normativo urgente adottato sull'onda dell'emozione. Ma la montagna partorì un decreto-topolino. A partire dalla patente a punti per le imprese: venti punti a morto sul lavoro. Come per la patente di guida, chi causa un infortunio sul lavoro, perde punti fino a quando non potrà esercitare l'attività d'impresa salvo seguire corsi di formazione (che spesso sono anche fasulli). Se quell'impresa, invece, dovesse comunque continuare a lavorare pagherebbe seimila euro e nulla più.
Logica vorrebbe che un'azienda in cui un operaio si infortuna o muore, sparisse dal mercato, anche se non si può farlo ai danni dei lavoratori e senza preoccuparsi degli effetti complessivi su persone e cose. «Soprattutto — spiega il magistrato di Cassazione Bruno Giordano che ha guidato l'Ispettorato nazionale del lavoro fino all'avvento del governo Meloni — non può farlo un ispettore del lavoro a rischio della propria responsabilità civile e amministrativa, per non dire della propria incolumità.
Provi chi ha scritto questa norma ad andare in un cantiere, da Reggio Calabria a Lecco, e chiudere un'impresa edile in odore di 'ndrangheta». Peraltro, non basta il mero accertamento da parte degli organi di vigilanza, ma occorrerà una sentenza penale di condanna che mediamente arriva dopo sette anni circa, sempre che riesca ad evitare la prescrizione, altrimenti niente decurtazione di punti. E nel frattempo quell'impresa continuerà indisturbata la sua attività. Si aggredisce un'impresa non nella sua effettiva organizzazione, ma solo formalmente; allora basta cambiare nome, trasferire l'azienda a un'altra ragione sociale e il gioco è fatto, tutto svanisce. L'escamotage più banale nascosto tra le righe del decreto è non aver previsto nulla che possa inseguire quell'impresa omicida comunque si chiami.
Il decreto, inoltre, in ottemperanza al mantra meloniano del "non disturbare chi ha voglia di fare", crea una sorta di intangibilità per diciotto mesi delle imprese che sono state ispezionate senza aver trovato violazioni. Insomma, gli operai muoiono e si pensa innanzitutto a come non disturbare i loro datori di lavoro.
Per non parlare della riapertura dei ruoli degli ispettori Inps e Inail, che erano stati chiusi nel 2015 per agevolare la concentrazione del personale in capo all'Ispettorato del lavoro: una scelta, quella di nove anni fa, che mirava a moltiplicare l'efficienza delle visite coordinando l'attività sotto il profilo previdenziale, assicurativo, lavoristico e della sicurezza, evitando inoltre di intervenire più volte nella stessa azienda. E magari mai in altre imprese. Il decreto, invece, riapre la porta a istanze e privilegi corporativi, con buona pace dell'efficienza e del coordinamento dei controlli.
Nessuna traccia, infine, di un intervento sulla filiera degli appalti e dei subappalti nella quale si diluiscono, fino a scomparire, le misure di sicurezza e le relative responsabilità. O della creazione della Procura nazionale del lavoro, sulla falsariga di quella antimafia, evocata vanamente dopo ogni tragedia. «Se il principale imputato della strage della Thyssen del dicembre 2007 — ragiona sempre Giordano — ha varcato per la prima volta la soglia di un carcere tedesco dopo sedici anni, nell'estate del 2023, se gran parte dei processi per lesioni sul lavoro finiscono in prescrizione, se al termine di un processo le vittime o i loro eredi non riescono ad ottenere alcun risarcimento perché nel frattempo l'imputato ha messo al sicuro il suo patrimonio, un Paese civile deve garantire un giusto processo anche alle vittime del lavoro, accelerando i tempi dei processi, con indagini mirate, mediante un pubblico ministero e una polizia giudiziaria specializzati».
Un libro dei sogni. Intanto per tutti i familiari dei caduti del lavoro restano solo gli incubi.
(MARCO PATUCCHI, Repubblica 10 Aprile 2024)