Nurit Peled: «Noi ebrei di tutto il mondo non siamo questo»
Almeno 17 morti, la maggior parte donne e bambini: è il bilancio
(provvisorio) dell’ultimo attacco israeliano su obiettivi civili a Gaza,
che questa mattina ha colpito una scuola usata come rifugio nel campo profughi
di Nuseirat. Il quinto bombardamento contro un edificio scolastico negli
ultimi otto giorni. «È uno sterminio, ma alla comunità internazionale non
frega niente», denuncia Nurit Peled-Elhanan, accademica israeliana premio
Sakharov per la libertà di pensiero nel 2001. Allora, davanti al
Parlamento europeo che le aveva attribuito il riconoscimento, aveva
detto: «Non è per me, ma per quella voce che la morte mi ha consegnato e
che politici e generali vogliono soffocare». La morte l’aveva incontrata
quattro anni prima, nel 1997, quando la figlia Smadar, allora 13enne, era
stata uccisa in un attentato compiuto da un giovane palestinese
a Gerusalemme. Studiosa del legame tra linguaggio e violenza, dopo i
massacri del 7 ottobre è stata minacciata di sospensione dal preside
del David Yellin College of Education, dove lavorava, per aver ricordato
in una chat con i colleghi l’oppressione di cui è vittima da decenni la
popolazione di Gaza. «Avevo detto che mi sarei dimessa se la lettera di
rimprovero nei miei confronti non fosse stata ritirata, e così ho fatto», dice
a lavialibera.
Professoressa, sono passati nove mesi dal 7 ottobre e la guerra continua
con decine di migliaia di vittime: vede una via d’uscita?
La via d’uscita è uscirci, farla finire. E chi non vuole è il governo di
Israele, per diversi motivi. Uno di questi è che, in fondo, ha sempre voluto
avere il controllo su Gaza e stabilirci insediamenti. Alcuni ministri lo
dichiarano apertamente. Ora vedono un’opportunità per realizzare questo
progetto.
Cosa è successo da quando ha preso posizione contro la guerra?
Ho ricevuto migliaia di minacce e intimidazioni. Sono stata anche convocata
dalla polizia per un mio presunto video in cui chiamavo gli assassini di Hamas
“eroi”: ho chiesto di mostrarmi quel video, mi è stato detto che non esisteva
più e il caso è stato chiuso. È il governo che fa pressioni sugli istituti
perché segnalino chi esprime opinioni critiche. Insomma, non è stato piacevole,
ma alcuni colleghi hanno subìto di peggio, specialmente quelli palestinesi (con
cittadinanza israeliana, ndr). Ma il mio caso ha anche innescato
processi positivi: altri insegnanti del College, indignati per quello che mi è
successo, hanno creato il gruppo “Safe space for teachers” che ora sta
elaborando un codice etico per garantire la libertà d’espressione e evitare
ingerenze in futuro.
Cosa ci dice questo clima dello stato della libertà accademica e di
espressione, in Israele e in Occidente?
Ho sempre sostenuto che Israele fosse tra i paesi più avanzati in fatto
di libertà accademica. Ho sempre costruito i miei corsi in totale
autonomia, detto e fatto quello che volevo in classe e nessuno mi ha mai
sorvegliata o criticata finché gli studenti erano soddisfatti. Non è scontato,
in molti altri paesi non è così. Negli ultimi mesi però il clima è peggiorato
di molto, e continua a peggiorare. In parlamento sono state presentate proposte
di legge che obbligano a segnalare insegnanti e studenti che esprimessero
“sostegno al terrorismo” (di cui le autorità israeliane danno una definizione
estremamente ampia e discrezionale, come sottolineato dall’Association for
civil rights in Israel, ndr) o opinioni “contro lo Stato”. Un
insegnante, Meir Baruchin, è stato licenziato, arrestato e addirittura
incarcerato per aver pubblicato messaggi contro la guerra. Ora il tribunale gli
ha dato ragione e potrà tornare a insegnare. Casi simili sono successi anche in
Europa e America, anzi forse lì la situazione è ancora peggiore.
Che pensa delle proteste pro-Gaza che si sono diffuse nei campus
universitari di diversi paesi occidentali?
Qui in Israele gli studenti che manifestano vengono dipinti come pericolosi
antisemiti. Io spero possano aiutare a smuovere qualcosa nei governi di quei
paesi, anche se mi sembra che questo non stia succedendo.
Alcuni chiedono di interrompere i rapporti con le università israeliane:
non corriamo il rischio di isolare ulteriormente chi, come lei, cerca di
portare un discorso critico “da dentro”?
Credo sia giusto esaminare con l’attenzione necessaria i singoli casi, ma
in linea generale penso che interrompere le relazioni con le università come
istituzioni sia la cosa giusta da fare nella misura in cui queste collaborano
con l’occupazione.
Nel 2012 ha spiegato in un libro (La Palestina nei testi scolastici di
Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, Edizioni Gruppo Abele, ndr) come il
linguaggio e le rappresentazioni dell’altro alimentano la violenza. Vede un
legame con ciò che sta succedendo oggi?
Certamente. Il mio studio si è concentrato sui libri di testo usati nelle
scuole israeliane, pieni di rappresentazioni razziste e
disumanizzanti dei palestinesi, che vengono dipinti solo come una
minaccia, ma anche degli ebrei arabi ed etiopi. È un’educazione
all’ignoranza: i ragazzi israeliani non sanno nulla della storia della
Palestina, soltanto che gli ebrei l’abitavano migliaia di anni fa, ora sono
tornati e affrontano la minaccia di un “nuovo Olocausto”. Il ruolo dello
sterminatore è passato dai nazisti ai palestinesi. Non conoscono nulla nemmeno
della storia degli ebrei al di fuori di Israele, al di là dell’Olocausto. Nei
libri scolastici si parla delle rivolte nei ghetti durante la Seconda guerra
mondiale, ma senza mai menzionare che tra i leader c’erano anche personaggi
anti-sionisti come Marek Edelman. Ovviamente questo ha un impatto su
ciò che i giovani pensano.
E sullo spirito con cui poi aderiscono al servizio militare, immagino.
Certo. Il servizio militare viene presentato ai bambini come una
responsabilità sin dalla scuola dell’infanzia. Pensi che uno degli auguri più
frequenti che vengono rivolti alle future madri è “che diventi un buon
soldato”.
Che ruolo giocano i giornali e le televisioni nel costruire e rafforzare
queste rappresentazioni?
In questo momento la maggior parte dei media israeliani è completamente
allineata con il governo. Non vediamo e leggiamo nulla su Gaza, se non le gesta
dei nostri “coraggiosi soldati”. Ora hanno anche impedito ad Al
Jazeera di trasmettere dal territorio israeliano. Non c’è possibilità
di conoscere cosa succeda al di là del muro.
Sono passati 23 anni da quando il Parlamento europeo le ha consegnato
il premio Sacharov. Se potesse rivolgersi oggi ai nuovi deputati, cosa direbbe?
Direi che è in corso un nuovo sterminio, questa volta ai danni dei
palestinesi. Spesso ci si chiede “com’è possibile che siamo stati in silenzio
mentre gli ebrei venivano sterminati?”. Ecco com’è possibile: sta succedendo
sotto i nostri occhi, con i palestinesi. Ma non mi faccio illusioni: gli Stati
europei non hanno interesse nel fermare la guerra e l’occupazione perché ne
traggono beneficio, soprattutto per il commercio di armi. Anche l’Italia.
Allora si ricorre alla manipolazione del senso di colpa: durante l’Olocausto
non abbiamo fatto niente, quindi oggi dobbiamo stare con Israele senza se e
senza ma. Ma questa è una scusa.
Crede che anche l’antisemitismo venga talvolta strumentalizzato?
Certo. Israele si è sempre erto a rappresentante di tutti gli ebrei, quindi
ogni critica verso le sue azioni è letta come un attacco a tutti gli ebrei.
Invece gli ebrei in tutto il mondo dovrebbero affrancarsi, dire forte e chiaro
“noi non siamo questo”. Alcuni lo fanno, tanti altri no. Intanto a Gaza
continuano a morire bambini, mentre nessuno è mai morto per essere stato
accusato di essere antisemita. Se è il prezzo da pagare per salvare anche solo
un bambino, allora ne vale la pena.