NEL SEGNO DI RUT - 8
IN ASIA
Nell’Asia meridionale il cristianesimo è la religione di un'esigua minoranza. La teologa tedesca Gabriele Dietrich che vive e lavora in India, dove ha acquisito la cittadinanza, afferma che: “La teologia femminista è socialmente visibile soltanto nell'India meridionale e nello Sri Lanka, laddove parte della popolazione è costituita da minoranze cristiane rilevanti. E anche in questi paesi non è stata percepita, dal movimento delle donne, come una disciplina che susciti problemi metodologici seri. Né, d'altronde, la teoria femminista laica è stata oggetto di grande considerazione da parte della teologia femminista” (Gabriele Dietrich, Concilium 1/1996, pag. 156).
Nei due decenni successivi all'anno internazionale della donna (1975) alcuni istituti teologici hanno istituito dipartimenti di studi sulle donne. La teoria femminista non ha comunque raggiunto livelli di visibilità significativi. Le difficoltà sono ancora dovute ad un ambiente accademico fortemente dominato dai maschi, dove le donne sono ostacolate nel tentativo di sostenere una prospettiva femminista. Di conseguenza si cerca di evitare l’analisi profonda del patriarcato occupandosi molto di più degli studi sui generi o di ricerche empiriche riguardanti le donne. Spesso non sono chiare le differenze e le relazioni tra gli studi sulle donne e la teologia femminista.
Inoltre “si riscontra una controversia in merito al concetto stesso di ‘femminismo' considerato, dai sostenitori della critica liberale e marxista, un concetto occidentale, che non può trovare immediata applicazione in Asia ” (ivi, pagg. 157-158). Si è perciò creata una corrente principale femminista egualitaria, ispirata al socialismo. L'esigenza di una trasformazione molto più radicale è invece avvertita dalle associazioni dei dalit e degli adivasi (poveri appartenenti a una casta molto bassa), dei contadini e di alcuni movimenti ecologici. Le chiese del sud dell’Asia si sono dedicate alla questione dell’ordinazione delle donne e del linguaggio dei generi, ma il problema della povertà di massa resta la questione principale da affrontare. In questo senso la teologia femminista ha fatto un’opzione chiara per i poveri.
Recentemente le questioni dei contadini, dei “dalit” (letteralmente “spezzato”, “calpestato”, usato per definire i fuoricasta), delle donne e dell’ecologia si sono congiunti tra loro dando origine ad un modo interattivo di affrontare i problemi del patriarcato, delle caste e delle classi.
"Poiché ampi settori dei movimenti dalit percepiscono il femminismo come un fenomeno urbano, sorto nell'ambito delle classi medie e delle caste superiori, i teologi dalit insistono sul primato della discriminazione di casta e non elaborano con molta chiarezza la relazione esistente tra casta e patriarcato. In contrasto con questo atteggiamento stanno emergendo con forza organizzazioni autonome di donne dalit che si dedicano, molto seriamente, alla questione delle caste e ai problemi della società” (ivi, pag. 159).
Sempre in Asia meridionale è in corso una profonda riflessione rispetto alla questione ecologica.
Bina Agarwal afferma che l'esperienza indiana ha prodotto una prospettiva differente, da lei definita “ambientalismo femminista”. Questo approccio altemativo esige una trasformazione nella quale sviluppo, redistribuzione ed ecologia siano legati in modi reciprocamente rigenerativi. Ciò significa, pertanto, entrare nel dettaglio di un'economia alternativa, sollevando il problema di: che cosa si produce, come e per chi, quali sono i processi produttivi e distributivi che sostengono un modello egemonico ed ecologicamente distruttivo, Nello stesso tempo prende in considerazione gli aspetti organizzativi richiesti per elaborare modelli alternativi.
Un concetto decisivo che riassume alcuni di questi tentativi è quello di produzione di vita in opposizione alla produzione per il profitto.
A differenza della concezione tradizionale marxista, che considera come “riproduzione” i processi di vita basilari e come “produzione” quella destinata al mercato e all'accumulo di capitale, definendo così due ambiti distinti e spesso separati, la “produzione di vita” sta alla base di tutti gli altri processi economici.
“E’ ovvio che una lotta che si prefigga di porre al centro la produzione di vita è, per sua definizione, anticapitalista, antimperialista e critica nei confronti delle soluzioni meccanicistiche che scienza e tecnologie moderne occidentali, considerate coloniali e patriarcali, possono offrire. E' anche un concetto profondamente diverso da quelli di sviluppo perseguiti dal socialismo attuale” (ivi, pag. 162).
Questa esperienza ecologica richiede alla teologia femminista d'integrare il patriarcato con la prospettiva di classe e casta e di elaborare una teologia della creazione che esamini a fondo le circostanze concrete in cui l'equilibrio naturale è sconvolto, insidiando l'accesso all’acqua, al suolo e ai mezzi di sopravvivenza
“Sì al sincretismo se serve la vita”
La teologa coreana Chung Hyun Kyung, attualmente docente di Ecumenismo presso lo “Union Theological Seminary” di New York, ha scritto un libro fondamentale per capire il cristianesimo delle donne asiatiche: Struggle Ta Be the Sun Again (In lotta per essere il nuovo sole). Il titolo di questo libro prende spunto dai versi di una poetessa giapponese, Hiratsuka Raicho: “Un tempo, la donna era il sole. Era una persona autentica. Ma oggi la donna è la luna”.
Lei si è spesso definita una teologa fernminista asiatica della liberazione. Come descriverebbe questi aspetti diversi della sua identità?
Per me la teologia deve occuparsi di ogni aspetto dell’esperienza umana. Fare teologia è un po' come tessere una tela con fili di colori diversi. Nella mia teologia convergono teologie ed esperienze diverse. La teologia della liberazione ha uno spazio fondamentale, in particolare per la sua analisi sociale ed economica. Per me è anche molto importante imparare dalla spiritualità che nasce dalla lotta per la giustizia. Questo vuol dire avere contatti con movimenti e collettivi popolari. Mi sento una femminista, perché nella mia vita e nella mia teologia la lotta delle donne ha un'importanza centrale. Nello stesso tempo sono anche cosciente del fatto che le donne asiatiche vivono problematiche particolari e che sono portatrici di valori e tradizioni originali.
Nel 1991, a Canberra, in Australia, lei ha scioccato dei partecipanti alla VII Assemblea del Consiglio Ecumenico delle chiese con la sua presentazione sul tema “Vieni Santo Spirito - Rinnova l'intero creato”, dove ha integrato una comprensione cristiana dello spirito con altre forme di spiritualità. Molti l'hanno accusata di sincretismo, ma a lei questo sembra non aver dato fastidio. Che cos'è per lei il sincretismo?
Ogni religione, anche quella cristiana, si sviluppa incorporando e dando nuovo significato ad elementi di altre culture e religioni. Il sincretismo è una cosa naturale. Ma tradizionalmente il cristianesimo pensa di essere immune da questo processo. I cristiani occidentali parlano di “inculturazione” per definire il processo di radicamento e trasformazione della fede cristiana nel loro contesto e vedono questo processo come positivo. Invece definiscono “sincretismo” il cristianesimo degli altri. Quando noi in Asia, Africa o America Latina "inculturiamo" la nostra fede nelle nostre culture e nelle forme di spiritualità precristiane che sono parte fondamentale della nostra identità, siamo presi come dei pazzi scatenati e irresponsabili, che combinano fedi diverse senza nessun principio e che mettono in pericolo l’identità stessa del cristianesimo. (...) Le donne asiatiche non si preoccupano di una presunta ortodossia cristiana, ma di vivere in accordo con lo Spirito che ha creato la vita. A loro interessa la sopravvivenza, quello che a loro importa è di servire il Dio della vita e di promuovere una spiritualità che serva la vita, la pace e la giustizia. Per questo possono incorporare nella propria fede elementi di religioni diverse, religioni che sono state parte del loro contesto per secoli prima dell’arrivo del cristianesimo. Poiché ho vissuto quest’esperienza in prima persona, io penso che un sincretismo “al servizio della vita” sia una cosa positiva. Certo ci sono forme di sincretismo da criticare e da rifiutare. Ma penso che i cristiani dovrebbero dare meno peso alle discussioni dottrinali e focalizzarsi sul servire davvero la vita.
Qual è la sua visione del futuro?
In questo momento la mia attività di ricerca eè concentrata soprattutto nell'area della spiritualità. Credo che il ventunesimo secolo sarà caratterizzato da un rinascere di tanti tipi diversi di spiritualità. La gente perderà ancora più interesse nelle religioni istituzionali, ma la sete di spiritualità crescerà sempre di più. Per questo è importante che anche all'interno del cristianesimo si scoprano nuove forme di spiritualità che siano responsabili e portatrici di vita. Nella mia esperienza personale ho imparato tantissimo dalle antiche religioni dell'Asia, in particolare della Corea, delle Filippine e dell’India. Ad esempio, ho imparato le tecniche di meditazione e guarigione pranica basate sulla spiritualità delle popolazioni indigene Filippine. Ho anche imparato molto dallo sciamanismo coreano e dalla spiritualità delle donne coreane, che ha le sue radici nella ricerca di sopravvivenza e di liberazione. Faccio anche parte di una comunità Zen. Il mio sogno è quello di poter costruire dei ponti tra queste comunità e le comunità cristiane, anche le più tradizionali. Cerco anche di portare queste esperienze nella mia teologia, nel mio insegnamento e nel mio attivismo politico sociale.
(Tratto da un'intervista rilasciata a Confronti - ottobre 1998)
(continua)
