La politica dei miliardari
arricchirsi e garantirsi impunità
Quindi come
facciamo? Domanda una giovane donna che fino a poco fa era seduta in terza
fila, sotto quel leone barocco di pietra che, illuminato dal basso, sembra che
rida: avrebbe ragione, nel caso, a farsi beffe di noi umani di passaggio. Siamo
a Trecastagni, alle pendici dell’Etna. Come facciamo cosa, signora? Come
facciamo ora che tutto va a rotoli, chiarisce. Le sta accanto un’adolescente,
sua figlia, pallida di esame di maturità. Parliamo, si forma un capannello. La
ragazza si accende a dire di roghi e nubifragi, di allevamenti intensivi, di
sprechi enormi e guerre insensate, ha una spilletta con la bandiera di Gaza. La
madre di politica: la nostra — corrotta, inerme — le politiche nel mondo, i
dittatori con l’atomica, i presidenti che sembrano battitori d’asta e ora
“quello là”, quello che vendeva macchine elettriche e razzi e ora vuole fare il
suo partito. Il partito d’America. Dici party e sembra subito una festa. Metti
che la gente ci creda. Perché la gente, sa, tende a credere a tutto — mi spiega.
E allora, come facciamo?
Se giri l’Italia da Aosta a Capo d’Orlando perché il tuo mestiere è anche
questo — incontrare, ascoltare, capire, provare a rispondere — sempre qui
finisce ogni discussione. Sempre alla domanda senza risposta, al senso di
impotenza, frustrazione, paura. Decine di migliaia di persone ogni sera
scendono in strada e nelle piazze, entrano nei teatri e nelle librerie, nei
giardini e dei cortili: è un fatto politico rilevantissimo, mai da molto tempo
si era vista così tanta gente accesa dal desiderio di stare insieme coi corpi,
esserci, sentire, domandare. Folle. Fossi un leader di sinistra ci farei caso.
Moltissimi ragazzi. Un’Italia in carne ed ossa, fuori e lontana dagli schermi,
che chiede. E ora? C’è un libretto di Mario Vargas Llosa, I venti , che porto
in viaggio con me. L’ha scritto poco prima di morire. A ogni pagina un
frammento da segnare.
“Ora che la gente si è messa a credere negli stregoni, nei maghi, negli
indovini, nei chiromanti, nei santoni, negli ipnotizzatori, tutta quella
marmaglia di imbroglioni e truffatori” che fanno credere baggianate agli
incauti. “Nel momento della più alta modernità scientifica stiamo tornando al
paganesimo”. Abbiamo un piede nel futuro, l’altro nel passato. Sciancati. E
ora. Come si torna indietro.
Difficile. Difficile perché per costruire mondi ci vogliono secoli, sacrifici,
intelligenze. Per distruggerli bastano giorni, minuti e umane deficienze —
queste sempre in maggior quantità disponibili.
La rissa fra il presidente americano eletto e quello che pensava di manovrarlo
avendolo pagato, in campagna elettorale, non merita grande dispiego di ingegno.
È una questione di soldi. Di interessi personali di due miliardari che hanno
pensato di usare l’America e il mondo per arricchirsi ulteriormente e, intanto,
garantirsi impunità. Dai loro vizi, personali e politici. Hanno pensato, lo
pensano. Perché i cittadini credono in loro, nel caso di Trump lo hanno persino
votato, dunque il problema dov’è. È questo che vuole la gente. La “Grande e
bellissima legge” di Trump, appena approvata, è lunga 940 pagine e contiene
l’intero suo programma. Grosso modo: una riforma fiscale che agevola alti
redditi e grandi patrimoni. Una riduzione della copertura sanitaria che porterà
dodici milioni di americani a non aver più accesso alle cure, in dieci anni.
Dodici milioni. Un investimento straordinario per espellere, detenere e
controllare gli immigrati.
Che non sono solo quelli che premono dalla frontiera col Messico. Siamo anche
noi. Questo per dire due o tre cose, di quelle 940 pagine. Le quali sono
esattamente il calcio al castello di sabbia costruito nei secoli. Così, un
momento. Spazzata via una storia intera. Che poi certo, fra qualche anno
qualcuno si chiederà: e adesso? Proprio come quella giovane donna l’altra sera.
E adesso come facciamo. Ma nulla succede all’improvviso: quando qualcosa
succede — una catastrofe naturale, un impoverimento sistematico, un cambio di
regime — in realtà finisce di succedere.
È l’esito di un processo iniziato molto tempo prima, nell’indifferenza nella
sottovalutazione e nell’inerzia degli astanti. Saranno adulti, quel giorno, la
ragazza neodiplomata che portava sulla maglietta la spilla di Gaza, saranno
quarantenni lei e la sua generazione. Li avremo cresciuti proibendo loro di
usare il cellulare a scuola mentre i genitori, intanto, erano in diretta su
Tiktok, filmavano i figli per accrescere i loro followers. Abbiamo sbagliato
mira, ci diremo. Non erano i ragazzi, a dover essere ‘rieducati’. Erano gli
adulti, in quegli anni Venti, il grande problema. I ragazzi avevano le loro
passioni, la loro tenace speranza pur infragilita da legittima paura di un
mondo che somiglia ogni giorno di più all’Apocalisse. Scorrete le notizie in
rete, una dopo l’altra: un mondo che somiglia alla fine del mondo. Ma noi,
invece, noi adulti di oggi, cosa diremo quando sarà troppo tardi? Noi cosa
stiamo facendo? Cosa possiamo fare, minoranza ostinata che qualcosa vorrebbe
poter fare.
È tornato in circolo in questi giorni, per la superiore volontà dell’algoritmo
che ci governa, uno spaventoso sondaggio di qualche tempo fa che mostra come
nelle generazioni fra i 13 e i 27 anni il 52 per cento, maggioranza assoluta,
vorrebbe alla guida del suo paese un governo autoritario. La pubblicò,
all’epoca, il Times . Non è purtroppo solo il Regno Unito. Guardatevi intorno.
Mettete in fila le decine e centinaia di episodi. Ma sì: irrilevanti, cosa
volete che siano, ragazzate, sciocchezze. I cori e le scritte nelle scuole, i
gadget e i tatuaggi preferiti, le prepotenze. L’incapacità di controllare un
rifiuto, una frustrazione. Il senso di onnipotenza che porta alla violenza. La
sbruffoneria, la tracotanza.
La sponda dei genitori, così spesso complici. E d’altra parte. La presa
d’assalto dei governi di destra al controllo della cultura, il disinvestimento.
La mediocrità come obiettivo, la missione di farci divagare dall’impegno,
pensare ad altro e stare a casa: un programma di governo, descritto dal Decreto
sicurezza. Vi conviene non uscire, sennò vi mettiamo in galera. In America
sparano, ai manifestanti e ai giornalisti: proiettili di gomma, per ora. Ma
viva l’America. America Viva. Il nuovo partito. America Party. I poveri
soccombono, i ricchi vincono. Sì, certo: anche in democrazia. È la regola.
L’abbiamo stabilita noi, vogliamo forse rimproverare i ragazzi che si adeguano?
Concita De Gregorio (da “La Repubblica”, luglio 2025)