martedì 16 settembre 2025

 24° domenica – Anno C

(Num 21,4-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17)


Oggi la chiesa fa memoria della croce sulla quale è morto Gesù. Purtroppo, il mettere la croce al centro della propria attenzione ha fatto del cristianesimo una religione triste, cupa, incapace di lasciar trasparire tutta l'esuberante energia di vita che è scaturita da tutta quanta la vita di Gesù. Non dimentichiamoci che Gesù sulla croce vi è rimasto solo 6 ore, dalle 9 del mattino alle 3 del pomeriggio, non di certo tutta quanta la sua vita. La vita di Gesù è stata una vita bella, solare, ricca di incontri, di amicizie, di cene con gli amici, trasmettendo a piene mani energie di vita vera, viva, spumeggiante, capace di far trasparire in essa tracce di quel Dio, Padre, che ha amato in modo unico e incondizionato ogni giorno che ha trascorso qui su questa terra in mezzo a noi.

Non è venuto in mezzo a noi, come ci ricorda oggi il Vangelo di Giovanni, per condannare il mondo, ma per portare modi, visioni, parole, azioni capaci di rendere la nostra vita come sempre in fondo al cuore l’abbiamo desiderata: è venuto per portare al mondo salvezza, ossia speranze cariche di futuro, un futuro che avesse il sapore dell’eternità, nutrito da quell’amore che, attraverso lo Spirito, col quale lui stesso si è alimentato nella sua relazione col Padre, quell’amore che è l’unico ingrediente capace di dare alla nostra vita i veri e autentici connotati umani. La croce di Gesù di per sé non salva, è tutta quanta la sua vita, compresa, certo, anche la sua morte, ma come epilogo finale, ha consegnarci segni, spunti, orizzonti di salvezza.

La sofferenza di per sé non salva, la sofferenza abbruttisce, ci pone domande alle quali non sappiamo rispondere, scatena in noi reazioni di ribellione, perché ci aspettiamo altro dalla vita, da quel Dio che dice di essere nostro Padre e puro amore infinito. Gesù, quando ha incontrato i malati ha desiderato una sola cosa... curarli, guarirli, farli stare meglio. Poi, quando si è trovato di fronte alla necessità di attraversarla, per non tradire ciò in cui ha sempre creduto, ha saputo farlo con una forza e una dignità uniche e indicibili: proprio dalla croce ha saputo perdonare i suoi accusatori e uccisori. Ma si può chiedere tanto a chi di noi attraversa momenti di sofferenza fisica, o morale, o psicologica o spirituale? Quando stiamo male desideriamo una sola cosa... stare meglio, guarire, rivedere l’azzurro del cielo e riacquistare la serenità del cuore. Gesù è stato un gigante di sopportazione e di amore gratuito, disinteressato, direi... cosmico... Ma noi?

Oltretutto occorre fare chiarezza. La chiesa ha giocato col fuoco nel proporre cammini di accettazione della sofferenza come viatico verso orizzonti di salvezza. Ci ha fatto credere che Gesù ha riscattato i peccati di tutti offrendosi come vittima espiatoria sull’altare del sacrificio del mondo. Ma che Dio sarebbe quello che desidera la sofferenza e la morte di suo figlio per soddisfare la sua sete di giustizia nei confronti del mondo? Non di certo il Dio che ci ha fatto conoscere Gesù, ricco di tenerezza, di misericordia (cordia... miseri... un cuore traboccante di amore infinito verso la miseria del mondo), di attenzione, di cura.

No, non facciamoci del male nel seguire itinerari così malsani, in aperto contrasto con ciò che oggi la psicologia ci dice, e ciò che ormai anche il nostro intimo ci invita a credere. La sofferenza, se arriva, e non si riesce a eliminarla (non dimentichiamoci che i mezzi per eliminarla o almeno alleviarla oggi sono molti), va attraversata con dignità, consapevoli che può far parte di questo nostro cammino terreno, aperti a cogliere l’eventuale insegnamento che può depositare nei nostri giorni, facendo bagaglio insieme a tutte le altre sfumature della nostra vita.

Ciò che salva non è la sofferenza in sé, ma l’avere nei confronti della vita, degli altri, del mondo, quello sguardo di gratitudine e accoglienza sapiente e intelligente capace di farci mettere gli occhiali giusti di fronte al mondo. Ciò che salva è il crescere, il maturare ogni giorno nella nostra capacità di amore. L’uomo è “Capax Dei” come ci ha detto san Bernardo, ossia capace di Dio, capace di contenere Dio, capace di vivere in sé i colori, le dimensioni, le sfumature, i profumi di Dio. Ne è stato capace Gesù, che non è sceso dal cielo come un marziano, ma che è nato, cresciuto e dunque salito dalla terra, con le stesse nostre fatiche e limiti, quella stessa terra che calpestiamo con i nostri piedi ogni giorno, quella stessa terra che ha offerto a lui e che offre a noi oggi capacità di speranza, capacità di futuro, capacità di Dio, capacità di amore.

Buona riflessione a tutti/e!

Remo Bessone