venerdì 5 settembre 2025

 Imparare e guardare lontano

 Un giorno la chiamavano la parabola del “figliol prodigo”. Oggi, centrando più correttamente la punta della pagina biblica, la definiamo: “la parabola del padre misericordioso”. Quante schegge di luce sprigiona e fa schizzare questa pagina evangelica che mi entrò dentro da quando mia madre me la raccontava, con il cuore più che con le labbra, là nel rifugio in cui andavamo, quando gli aerei rendevano infernale la notte di quegli anni di guerra. Ora sempre più intensamente il mio sguardo si volge a questa figura di padre amoroso. In lui rivivono tutti i tratti dell’amore in maniera inarrivabile. Chi, più di lui, ha rispettato il figlio che ha deciso di andarsene? Chi più di lui ha continuato a sperare, ad attendere? Ma ciò che più mi colpisce in queste righe sta qui: «Era ancora lontano dalla casa paterna, quando suo padre lo vide e, commosso, gli corse incontro. Lo abbracciò e lo baciò» (Luca 15, 20). Il Padre buono guarda lontano!

Ecco la lezione che ci dà questa parabola: Dio ci insegna a guardare lontano, a non chiuderci nel perimetro esiguo e ristretto dell’immediato. Per guardare lontano non è necessario compiere lunghi viaggi o voli transoceanici, né ci è richiesto di abbandonare il nostro piccolo posto di lavoro e di impegno quotidiano. Guardare lontano è l'arte di un cuore che ama, che si dilata.

 

Che cosa vuol dire per noi?

Ci troviamo spesso a passare i nostri giorni e a dedicare le nostre energie in spazi piccoli, in “piccole cose” e il rischio di diventare schiavi del perimetro dei nostri impegni mi sembra reale. Ma, ancor più, guardare lontano significa “pensare in lungo”, non attendere che fruttifichi a sera ciò che hai seminato il mattino. L’amore è fatto per i tempi lunghi, sa fare i conti con i tempi lenti della crescita. La pazienza dell’amore sta in questo dare il tempo, tutto il tempo, ad ogni seme per diventare stelo o albero. Il Padre buono della parabola ha dato al figlio minore il tempo di andarsene, di fare le sue esperienze, di battere la testa, di ripensare al passato e di ritornare a casa.

Con noi Dio è così: ci dà il suo amore paziente, fatto di attesa, di ulteriori dilazioni..., anche se noi possiamo abusare della sua bontà. Come non pensare alla parabola del “fico che non dà frutti” che troviamo nel vangelo di Luca? «Un tale aveva piantato un albero di fico nella sua vigna. Un giorno andò nella vigna per cogliere alcuni fichi, ma non ne trovò. Allora disse al contadino: “Sono già tre anni che vengo a cercare frutti su questo albero e non ne trovo. Taglialo! Perché deve occupare inutilmente il terreno?”. Ma il contadino rispose: “Padrone, lascialo ancora per quest’anno! Voglio zappare bene la terra attorno a questa pianta e metterci ancora del concime. Può darsi che il prossimo anno faccia frutti; se no, la farai tagliare'’» (Luca 13, 6-9).

Rispettare i tempi di ognuno, sia pure in un dolce e persistente assedio di amore che sollecita e propone, è essenziale per costruire persone e comunità libere e consapevoli. L’immagine del pastore conosce tutte le tonalità e i ritmi dell’amore: egli vede l’agnellino stanco e se lo mette sulle braccia o lo stringe al seno e sa che le pecore madri han bisogno di un passo piano piano. Il restante gregge può pascolare liberamente e basterà un cenno per radunarlo (Isaia 40, 11).

 

Il seme e la pazienza

 E ancora: perché non pensare un istante al seminatore nella sua decisione di «uscire a seminare» (Marco 4, 3)? Egli getta il seme vicino, ma il suo cuore “guarda” lontano... fino ai giorni della mietitura.

Quest’arte del guardare lontano mentre affidiamo la nostra fatica umana e cristiana alla terra, cioè al nostro solco quotidiano, ci mantiene nella speranza. Anche perché la nostra fede ci dice che gioia e fatica, festa e pianto, vittoria e sconfitta stanno per noi al cospetto di Dio.

Insegnami, o Signore, a guardare lontano, a dare il tempo al seme di farsi albero, a lasciare ad ogni bocciolo il tempo per diventare fiore, finché spunti il frutto.

Signore, rendi pazienti le nostre più sacrosante impazienze. Insegnami ancora ad amare a fondo perduto, a lavorare nella consapevolezza che «quando abbiamo fatto tutto, siamo soltanto dei servitori» (Luca 17, 10). E poi insegnami a dormire in pace ed in speranza perché il regno di Dio, è «come il seme che cresce da solo» (Marco 4, 26).

 

don Franco Barbero “Più grande del nostro cuore”, 1987