mercoledì 17 settembre 2025

Riconciliarci con il limite

 

Dobbiamo recuperare la realtà del limite e riconciliarci con essa. Noi esistiamo solo in quanto limitati. Siamo nati e moriremo, per cui siamo limitati nel tempo. Abbiamo un corpo i cui contorni definiscono il nostro confine col mondo circostante, e questo ci dice che siamo limitati nello spazio. Vorremmo essere capaci di amare di più, relazionarci in modo differente, ma ogni giorno facciamo la dura esperienza di «essere fatti così» (ciascuno ha la sua storia, la sua struttura psicologica, il suo carattere, le sue malattie interiori...): siamo limitati nell’amore.

Per non parlare del limite dell’altro, che in quanto altro da noi non ci permette di essere quello che vorremmo, per cui lo percepiamo come limitante. L’alterità, dentro e fuori di noi, frustra il nostro desiderio di «come dovrebbero essere le cose», eppure c'è e non possiamo ignorarla. L’alterità, quando fa paura, assume il nome di nemico. E il nemico va sempre combattuto e possibilmente distrutto.

Noi oggi intendiamo il limite in maniera perlopiù negativa: esso rappresenta per noi costrizione, impedimento, soffocamento, mentre per gli antichi greci permetteva di stabilire i contorni del bene e del male. Il vizio e il peccato stavano nell’eccesso; la virtù e il bene consistevano nel mezzo, ovvero in un range - diremmo oggi - posto  tra i limiti estremi.

Infatti, nell’orizzonte etico degli antichi, l’errore più grave era la dismisura, l’eccesso che travalica appunto i limiti.

Oggi invece la parola limite e tutto ciò che ha il sapore di limitante suona come coercizione e quindi come totalmente negativo: richiama dipendenza, inferiorità, mancanza, quindi qualcosa da cui liberarsi al più presto.

Oggi tutto dev'essere off.limits, dalla ricerca scientifica allo sport, passando per ogni aspetto del quotidiano; i contratti sono annullabili, le relazioni di lavoro effimere e sostituibili, la parola data e la promessa fatta sono irrilevanti; è superato anche il limite della vergogna, per cui il reo non ha più bisogno di pentirsi o di scusarsi. Le nuove tecnologie e i nuovi media hanno compresso il tempo e vanificato lo spazio, fino a condurre al rifiuto dell’idea della fine, e di conseguenza del con-fine.

Ne consegue che anche il limite ultimo della vita, ovvero la morte, confine con il mistero della fine, non può essere più accettato. Il limite della morte è anacronistico e assurdo, perciò è doveroso in qualche modo essere immortali, infiniti.

E poi, come abbiamo visto, c'è l’esperienza del limite impostoci dall’altro, per cui percepiamo il tu come realtà offensiva alla nostra libertà, al nostro avere ragione, alle nostre idee, al nostro successo, al nostro essere «i primi», se non gli unici.

Tutto ciò è splendidamente raccontato nell’episodio di Genesi dove Caino, figlio unico, perde questo suo status con l’avvento di Abele, il secondogenito. Per tornare ad essere l’unico, non c'è altra soluzione che eliminare l’antagonista (cfr. Gn 4,1-8). Etimologicamente, eliminare vuol dire cacciare (e- privativo) dalla soglia (limen - liminis): buttare fuori casa, dalla propria storia, l’altro che non ci permette di essere ciò che vorremmo, realizzando il nostro essere illimitati.

 

Dalla negazione del limite  a una vita inautentica

Christian Bobin scrive:

Non sono mai stato molto portato per gli esami. Non che fossi un cattivo alunno, come si suol dire. Quando indovinavo cosa ci si aspettava da me, allora lo davo. Facevo dell'arte di apprendere un’arte davver0o sottile dell'offerta: bisogna dare all’altrp ciò che egli si aspetta, non ciò che auspicate per voi. Ciò che spera, non ciò che siete. Perché ciò che spera, non è mai ciò che siete, è sempre un’altra cosa. Ho imparato molto presto, dunque, a dare quello che non avevo (Elogio del nulla)

 

L’uomo è uno splendido attore. Il dramma che recita è vivere secondo quello che gli altri si aspettano da lui e non secondo ciò che è in grado di compiere realmente la sua storia, ovvero la verità.

Il problema è che l’altro attende da noi sempre qualcosa di divelrso da ciò che siamo; questo comporta inevitabilmente dare e manifestare sempre quello che non abbiamo e che, alla fine, non siamo. La questione sarà sempre apparire agli altri perfetti, non macchiati da limiti o fragilità, ovvero vivere attraverso quelle performance che essi s'aspettano da noi e che ci rendono ben accetti, ben voluti. Amati.

Questo lo impariamo sin da piccoli verso i genitori, per poi viverlo con gli insegnanti, gli educatori, i datori di lavoro, il proprio partner, noi stessi e Dio.

Ma non si può vivere una vita così; non si può resistere in un continuo sforzo di mostrarsi adatti, performanti, perfetti, per rassicurare gli altri al fine di far loro piacere.

Un principio basilare per il nostro percorso di vita è: «Non farti condizionare dagli altri. Non farti prescrivere dagli altri che strada devi percorrere. Vai per la tua strada. Diventa te stesso. Scopri la forma autentica e incontaminata che il Signore ti ha attribuito. E abbi il coraggio di vivere l’aspetto originario di te stesso. Chi eri prima che i tuoi genitori ti educassero? Chi eri in Dio prima di nascere?». Rammentati il tuo nucleo divino. Se entri in contatto con esso, puoi percorrere in libertà la tua strada (Anselm Grün, Il libro dell'arte della vita)

 

Il dramma per noi cristiani è il desiderio d’essere performanti anche dinanzi a Dio. Abbiamo fatto del cristianesimo la religione del «tendere al perfezionismo morale» - confondendolo con la santità -, come se fosse l’unica condizione per ottenere l'amore di Dio e i suoi doni. Ma l'unico dono che Dio potrà concedermi non sarà altro che se stesso, ovvero: Amore, perdono e misericordia. E tutto questo potrà donarmelo solo quando mi riconoscerò necessitante di amore, peccatore e misero.

La santità che ci propone Gesù non è di ordine naturale, ma è una santità da accogliere nella nostra povertà. Cristo è venuto per i peccatori e i deboli, e non per i forti che stanno bene. Lo schema di perfezione umana basato sulla volontà e l'ascesi segue un tracciato esattamente opposto a quello della santità che ci propone Gesù nel Vangelo (André Daigneault, La via dell'imperfezione, cit., p. 24).

 

La salvezza per nol giungerà non quando avremo sconfitto le nostre miserie, ma quando cominceremo a vivere nella verità di nol stessi; ad accettarci cioè con le nostre fragilità. Noi siamo le nostre imperfezioni, le nostre ferite, i nostri peccati. Non siamo altro, anche se magari lo desideriamo, anche se ci nascondiamo dietro a delle maschere e recitiamo copioni che non ci competono.

Il Vangelo è una scuola di realismo. Gesù è venuto a toglierci le maschere di teatranti, perché siamo finalmente liberi di essere noi stessi, a costo di apparire inadatti e folli agli occhi del mondo.

 

Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: un giorno, assai prima che molti dèi fossero generati, mi svegliai da un sonno profondo e mi accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere - le sette maschere che in sette vite avevo forgiato e indossato -, e senza maschera corsi per le vie affollate gridando: «Ladri, ladri, maledetti ladri». Ridevano di me uomini e donne, e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di me. E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una casa gridò: «È un folle». Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d'amore per il sole, e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance gridai: «Benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere». Fu così che divenni folle. E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci caomprendono asserviscono sempre qualcosa in noi (Kahlil Gibran, Il folle).

 

       Gesù è venuto a liberarci dalla paura di non essere all’altezza di fronte a chicchessia: noi stessi, l’altro, Dio. Adamo, l’uomo di sempre, si è nascosto per questo. Era nudo e ha avuto paura. Dinanzi a Eva si è difeso accusandola, dinanzi a Dio si è nascosto nel baratro.

Il Vangelo è una continua memoria dell’incarnazione; il Dio fattosi accanto non è venuto a toglierci l’inadeguatezza, la fragilità, il limite, ma a liberarci dalla paura che tutto questo esercita su di noi, perché non siamo schiacciati sotto questo peso immane.

Occorre restituire alle nostre ferite il diritto di cittadinanza!

Il rapporto con noi stessi e la nostra vita quotidiana (sociale, familiare, relazionale) diverranno «paradisiaci» quando riusciremo ad accoglierci ed amarci non malgrado, ma attraverso tutte le nostre ferite e le nostre debolezze.

Una comunità - sia essa civile, familiare, religiosa - è un paradiso non se tutti sono perfetti e non ci sono tensioni, bensì quando ciascuno può vivere la libertà di abbassare la maschera perchè si sente accettato e amato così com'è; quando limiti, peccati, ferite e tradimenti non sono più occasioni di divisione e maledizioni, ma luoghi dove potersi amare e perdonare.

 

Paolo SCQUIZZATO in Elogio della vita imperfetta Effatà Editrice