giovedì 9 ottobre 2025

Comunità  cristiana di base di via Città di Gap, Pinerolo

NOTIZIARIO DELLA CASA DELL’ASCOLTO E DELLA PREGHIERA

N° 127 ottobre ‘25

 

In evidenza:

     INCONTRI COMUNITA’ IN SEDE E SU MEET

- 3, 10, 17, 24, 31/10 h17: gr. bibl. in pres. pag1

- 7, 14, 21, 28/10 h18: gruppi biblici on line pag1 

- 5 e 19/10 h10: eucarestie on line pag1 

- 19/10 h10:45: assemblea di comunità pag1

    NOTIZIE DA GRUPPI E COLLEGAMENTI

- Incontri intercomunitari nella nostra zona pag2

- 18-19/10: colleg. nazionale CdB a Rimini pag2

     SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE

- Riconoscono lo Stato per disconoscere il popolo  pag2

- Pensavo che l’umanità fosse finita a Gaza, poi qualcosa è accaduto  pag3

      APPUNTAMENTI DI COMUNITA’ IN PRESENZA E SU MEET

NB: invitiamo tutte/i a partecipare agli incontri comunitari:

- Gruppi biblici: i martedì dalle h18 solo on line (ci si può collegare dalle h17:45 usando il link https://meet.google.com/ehv-oyaj-iue) e i venerdì dalle h17 solo in presenza.

- Eucarestie: anche questo mese ci vedremo la prima e la terza domenica alle ore 10 (collegamento dalle ore 9:45 con il solito link del gr. bibl.: https://meet.google.com/ehv-oyaj-iue)

     VENERDI’ 3 OTTOBRE h17 – Gr. biblico in presenza: su Esodo, 7,8 – 11,10.

     DOMENICA 5 OTTOBRE h 10 – Eucarestia on line (prepara Sergio Speziale)

     MARTEDI’ 7 OTTOBRE h18 – Gr. biblico on line: su Esodo, 12,1 – 13,22.

     VENERDI’ 10 OTTOBRE h17 – Gr. biblico in presenza: su Esodo, 12,1 – 13,22.

    MARTEDI’ 14 OTTOBRE h18 – Gr. biblico on line: commentiamo Esodo, 14,1 – 15,21.

     VENERDI’ 17 OTTOBRE h17 – Gr. biblico in presenza: su Esodo, 14,1 – 15,21.

     DOMENICA 19 OTTOBRE h 10 – Eucarestia on line (prepara Manuela Brussino)

     DOMENICA 19 OTTOBRE h 10:45 – assemblea di comunità

     MARTEDI’ 21 OTTOBRE h18 – Gr. biblico on line: commentiamo Esodo, 15,22 – 18,27.

     VENERDI’ 24 OTTOBRE h17 – Gr. biblico in presenza: su Esodo, 15,22 – 18,27.

     MARTEDI’ 28 OTTOBRE h18 – Gr. biblico on line: commentiamo Esodo, 19,1 – 20,26.

     VENERDI’ 31 OTTOBRE h17 – Gr. biblico in presenza: su Esodo, 19,1 – 20,26.

NOTIZIE DA GRUPPI E COLLEGAMENTI

Incontri intercomunitari nella nostra zona

Il 27 settembre le comunità cristiane di base della nostra zona (la nostra cdb di via città di Gap - Pinerolo, la cdb Viottoli di Pinerolo e la cdb di Piossasco), si sono incontrate per parlare, per la seconda volta, del nostro fine vita.

Abbiamo deciso di verificare se c’è la possibilità di disporre di spazi laici per la celebrazione di funerali e commiati, verificando se nei comuni vicini sono già state attivate esperienze più accoglienti di quelle che attualmente vengono proposte a Pinerolo e Piossasco.

Su proposta di Walter abbiamo inoltre deciso di ritrovarci, per un incontro tra le nostre tre comunità, domenica 14 dicembre dalle ore 10 alle ore 16, presso la sede di via vicolo carceri, 1 a Pinerolo. Ecco il programma della giornata intercomunitaria:

-  ore 10: celebreremo insieme, in anticipo, il Natale (poi ogni nostra comunità programmerà la propria celebrazione in una data più vicina al 25 dicembre).

-   ore 12:30: pranzeremo insieme (ognuno/a porta qualcosa)

-   ore 14/16: ci confronteremo sulle nostre esperienze di preghiera, sia comunitarie che individuali.

Collegamento nazionale CdB: 18 e 19 ottobre ’25 a Rimini

Sabato 18 ottobre (pomeriggio) e domenica 19 ottobre (mattina e pranzo), ci incontreremo in presenza presso l’hotel “AQUA” di Rimini.

Ecco l’’ordine del giorno:

-   Sabato pomeriggio e dopocena: ci confronteremo sul prossimo incontro nazionale dedicato al tema “Cos’è per noi essere Chiesa altra?”.

-  Domenica mattina: parleremo delle proposte per migliorare la nostra operatività.

Per la nostra cdb parteciperà Francesco Giusti.

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE

Riconoscono lo Stato per disconoscere il popolo

“Un insulto a ogni principio del diritto internazionale”. “Un diktat coloniale, che ci riporta al peggio mai elaborato dall’Occidente”. Quanto di più lontano possa esserci dal riconoscimento di uno Stato palestinese. Se questo è, nell’efficace sintesi di Alberto Negri, il piano Trump, ci si potrebbe stupire del favore generale con cui è stato accolto.

Anche da chi è da sempre schierato per la soluzione «due popoli due Stati». Come Francia e Regno unito che, solo pochi giorni fa, si sono aggiunti al lungo elenco di paesi che riconoscono formalmente lo Stato della Palestina. Confusione di fronte a un’iniziativa spiazzante, che potrebbe, forse, rendere più vicino un cessate il fuoco? Opportunismo? Incoerenza?

Che riconoscere lo Stato della Palestina abbia oggi un significato esclusivamente simbolico, tutti lo sanno e l’ammettono. Chi per denunciare la pochezza di un atto tardivo, utile solo a distogliere l’attenzione dall’assenza di iniziative concrete per fermare il genocidio. Chi per sottolineare, nonostante tutto, il significato politico di questi riconoscimenti: se perfino un alleato storico di Israele come il Regno unito, fin qui in prima fila nel bollare come antisemita ogni manifestazione di solidarietà con la Palestina, osa procurare un dispiacere a Netanyahu, significa che qualcosa si è mosso. Che, grazie alla straordinaria mobilitazione di popolo delle ultime settimane, sospinta dalla Flotilla, gli equilibri stanno cambiando. Di qui anche la richiesta delle opposizioni al governo italiano di riconoscere la Palestina, ora, «senza se e senza ma».

Poco ci si è interrogati, tuttavia, sul senso che può avere riconoscere uno Stato che non c’è. E che non ci sarà, con tutta probabilità, per molto tempo, in assenza delle condizioni minime che lo rendono possibile. In una fase in cui è la stessa esistenza dei palestinesi come gruppo nazionale è essere minacciata (questo significa «genocidio»), l’atto simbolico del riconoscimento dovrebbe per lo meno servire a ribadire, in via di principio, che tra le macerie di Gaza e i check point della Cisgiordania un popolo palestinese esiste, resiste, e ha il diritto di autodeterminarsi (anche in forme diverse dalla fondazione di uno Stato). «Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminarsi», recita l’articolo 1 dei Patti internazionali del 1966. «In virtù di questo diritto essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale».

Si tratterebbe dunque di riconoscere ai palestinesi non solo il diritto di opporsi all’occupazione, ma di «decidere del proprio statuto politico». Democraticamente, attraverso libere elezioni. Niente di più lontano dal progetto di amministrazione «apolitica» e tecnocratica elaborato da Trump e Blair. Ma qualcosa di ben diverso anche dalla pretesa di Abu Mazen, o del suo delfino, di ergersi a unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, nonostante le ultime elezioni politiche in Cisgiordania risalgano a vent’anni fa.

È sintomatico, del resto, che tutti ripetano come un mantra che Hamas «ovviamente» non dovrà avere alcun ruolo nel governo della Striscia, mentre nessuno contesta il diritto dei cittadini israeliani di continuare a votare, se lo vorranno, per un criminale di guerra ricercato dalla Corte penale internazionale, e per i partiti che lo hanno fin qui sostenuto.

Il messaggio, sul piano simbolico, è chiarissimo. Ti riconosco, ma ti disconosco. Nel riconoscerti, certifico la tua inferiorità: il tuo status di soggetto a sovranità limitata, bisognoso di tutela, incapace di decidere del proprio destino. Con un gesto tipicamente colonialista, i grandi del mondo intenti a disegnare il futuro della Palestina omettono di consultare i palestinesi, molti dei quali, oggi, non chiedono uno Stato, ma la fine dell’apartheid, con l’abbattimento dei muri e il riconoscimento di eguali diritti a tutti coloro che vivono «dal fiume al mare», ebrei e palestinesi.

Si rinuncia, inoltre, a cercare interlocutori nell’ambito delle associazioni e dei movimenti della società civile palestinese, che ha in questi anni praticato la resistenza nonviolenta all’occupazione. E si vuole lasciare marcire in carcere un simbolo dell’Intifada come Marwan Barghouti, rispettato e amato da palestinesi dei più diversi orientamenti politici. Meglio affidarsi ai tecnocrati e continuare a trattare i palestinesi come selvaggi, incapaci di esprimersi sul proprio futuro.

Valentina Pazé (da “Il Manifesto” di mercoledì 8/10/25)

Pensavo che l’umanità fosse finita a Gaza, poi qualcosa...

Lo ammetto, fino a qualche giorno fa mi ero convinto che dopo Gaza non avremmo più dovuto né potuto usare la parola “umanità”, in nessuna delle sue accezioni. Al di là del mero dato scientifico biologico, che ci assegna alla stessa specie, il genere umano (“il complesso di tutti gli uomini viventi sulla terra”, dice la Treccani), non avremmo più potuto affermare di appartenere a una stessa comunità “umana”. Non ne avremmo più avuto il diritto. Una comunità si fonda, innanzitutto dell’altro come nostro simile. Come qualcuno con cui si ha qualcosa da condividere e questo oggi non sta accadendo. Non siamo stati capaci di condividere questo senso di appartenenza e fino a poco fa non ne saremmo neppure più stati degni. Lo stesso valeva per l’altra accezione: “Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini”. Umanità racchiude un insieme di valori che si contrappongono alla brutalità, all’egoismo, alla cattiveria, alla brutalità. Anche qui sembrava avessimo fallito. Fallito per menefreghismo, indifferenza, disattenzione, cose ancora peggiori della violenza esercitata dalle truppe israeliane.

Invece, qualcosa è accaduto. Mi sono tornati in mente i versi di Francesco De Gregori: “E poi la gente, (perché è la gente che fa la storia) / quando si tratta di scegliere e di andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare”. Sì, nelle strade, nelle piazze abbiamo dimostrato che sappiamo cosa si deve fare e se chi governa finge che nulla sia accaduto, significa che la parola “democrazia” si sta svuotando dei suoi valori. Sì, perché non basta andare a votare ogni 4-5 anni per essere democratici, se non si ascoltano le istanze di decine di migliaia di donne e uomini che sono scesi a manifestare il loro sdegno non solo per il genocidio in corso, ma per l’indifferenza del governo, per non dire della sua complicità.

Democrazia non significa dittatura della maggioranza, perché un simile atteggiamento conduce a una forma di fondamentalismo democratico, che è tutt’altra cosa, vedi Trump e la sua accolita. Peraltro, di fronte a una così imponente mobilitazione spontanea, nata senza il supporto di partiti o sindacati, non può essere liquidata con la scusa di qualche episodio fuori dal coro. Lasciando perdere l’attribuzione della violenza alla sola sinistra, da parte di chi continua a negare le peggiori stragi che hanno colpito il nostro Paese, è meschino e dilettantesco tentare di sviare l’attenzione con trucchetti di bassa lega. Sì ci sono stati episodi deprecabili, ma non si ha il diritto di definire violenza qualche vetro rotto, dopo mesi di silenzio su migliaia di vite spezzate. No.

Un Governo sanamente democratico dovrebbe prendere atto che una buona fetta della popolazione, generazioni diverse, appartenenze diverse, ha voluto esprimere solidarietà alle vittime del genocidio in corso per mano del governo israeliano, ma anche lo sdegno per l’indifferenza manifestata dai vertici dello Stato, asservito a interessi politici ed economici.

Quelle piazze gremite hanno urlato che ci sono altri valori da difendere al di là delle alleanze di convenienza, che il dolore di quelle donne, uomini e bambini massacrati ogni giorno è e deve anche essere in nostro dolore. Che la parola “umanità” ha ancora un senso. Forse non ce l’ha per chi commenta con toni sprezzanti certe dichiarazioni considerate “buoniste”, non ce l’ha per chi irride chi vuole la pace. Non ci aspettavamo di meglio da loro, anche se in fondo lo avremmo sperato. Quello che conta è che da quelle piazze è partito un grido forte, che risuona in tutto il Paese. Continuiamo a urlarlo, che risuoni per altre piazze, in altre strade. Servirà. La storia siamo noi, nessuno si senta escluso.

Marco Aime (dalla sezione blog de “Il Fatto Quotidiano”)

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