Dalle piazze un’indicazione di rotta politica
Il Manifesto 4/9
Micaela Bongi
C’è l’avanguardia cattivista della destra, quella fomentata direttamente da palazzo Chigi dove risiede una leader che più che governare con il necessario equilibrio un paese agita la curva come un capo ultrà. A questa parte è affidata la paradossale campagna contro gli odiatori, dipinti variamente come pericolosi figli di papà, violenti scioperati amanti del weekend lungo, salottieri nemici della gente perbene.
Poi ci sono le retrovie meno propense a menar le mani alle quali, per presidiare un’area meno fidelizzata, invece del randello è stato dato in dotazione un manuale di luoghi comuni da ripetere più volte al giorno, il più diffuso dei quali recita: ma davvero si pensa che uno sciopero o una manifestazione in Italia possano influire sul governo di Israele?
Tale spiegamento di forze è il segno che qualcosa di grande e potente, sulla scia e accanto alla Global Sumud Flotilla, sta succedendo nelle piazze d’Italia sempre più piene, che sia giorno o che sia notte, che sia sciopero o meno. E che un campanello d’allarme è suonato ai piani alti del governo. Dove ovviamente – mentre si cercano stratagemmi propagandistici per criminalizzare o minimizzare – si fa finta di non capire: le piazze chiedono ai governi, a partire proprio da quello italiano, balbettante perché accondiscendente nei confronti di Tel Aviv, di assumere decisioni, dalle sanzioni alla rottura di accordi commerciali e militari, che non potrebbero lasciare del tutto indifferente Netanyahu.
Al tempo stesso – e di conseguenza anche questo preoccupa Meloni che finora ha potuto dormire sonni tranquilli – sta suonando una sveglia nel centrosinistra. Dove nell’eterna baruffa sulla leadership e sul posizionamento, si è capito dove bisogna stare: in quelle piazze. Così come fino alla fine, fino al ritorno di ieri a Roma, i parlamentari del Partito democratico, dell’Alleanza Verdi Sinistra e dei 5 Stelle sono rimasti sulla Flotilla.
E allora a esercitare una leadership politica è adesso proprio questo nuovo e grande movimento. Di fronte all’orrore di Gaza non si può restare anche se umanamente partecipi e politicamente sollecitati sostanzialmente a girare a vuoto su se stessi. A partire dalla Palestina questo movimento dice anche che nonostante la diserzione delle urne c’è una moltitudine che invece vuole partecipare, fare letteralmente parte di una dimensione collettiva e condivisa, pronta a mobilitarsi su grandi questioni e non disposta invece a seguire i partiti in contorsioni incomprensibili, contrapposizioni personalistiche o battaglie anche sacrosante ma che suonano di maniera se non condotte con la necessaria radicalità.
A una destra esagitata che mentre straccia il diritto internazionale accusa la flotta di mare e quella di terra di irresponsabilità e di fatto lascia che l’orrore si compia, questo movimento largo e pacifico dimostra cosa vuol dire sapersi assumere veramente una responsabilità.
E lo dimostra anche a un centrosinistra che con il mantra della “responsabilità” ha governato – e galleggiato – per anni.
È un indicazione di rotta che dice che, oltre il politicismo, volendo si può ancora fare politica.