da Il Manifesto del 21/03/2026
La Germania toglie i paletti sull’export di armi, la Svizzera invece li mette
di Sebastiano Canetta
In nome dell’«emergenza» il governo Merz allenta la legge sull’export di armi prodotte in Germania varando l’eccezione alle regole per le monarchie del Golfo e per l’Ucraina. D’ora in poi le forniture belliche destinate a Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman non dovranno più passare al vaglio dell’Ufficio federale di controllo delle esportazioni (Bafa) ma potranno essere spedite direttamente al compratore.
«Gli attacchi indiscriminati dell’Iran contro gli Stati del Golfo hanno creato l’urgente necessità di equipaggiamento militare, in particolare nel settore della difesa aerea» è il prologo della ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), promotrice della «licenza collettiva temporanea che adatta le attuali procedure di controllo sull’export delle armi al bisogno impellente di questi paesi».
L’OBIETTIVO dichiarato del governo Merz è «velocizzare al massimo» le spedizioni belliche per gli emiri del Golfo e per l’Ucraina; da qui la loro esenzione al più rigido obbligo previsto dalla norma che disciplina la vendita di armi made in Germany: la richiesta preventiva di export al Bafa per ogni singolo stock diretto fuori dai confini nazionali, ancora più imprescindibile qualora i destinatari non siano paesi Nato.
Rimuovendo questo “paletto” fissato dalla legge, Berlino di fatto autorizza esportazioni belliche senza verifica preliminare a beneficio di lista di stati scelti politicamente. Tutti gli altri, invece, dovranno continuare a sottostare ai numerosi passaggi di controllo previsti dalla burocrazia ministeriale.
Nel caso delle monarchie del Golfo e dell’Ucraina – a sentire il governo Merz – non è più necessario monitorare la vendita. A verificare l’export di armi «a priori» ci pensa la ministra Reiche con la licenza collettiva che bypassa il tracciamento individuale delle spedizioni, anche se l’allentamento delle regole è solo pro-tempore per non scivolare nell’illegalità costituzionale.
IL TEMPO, per la precisione, di incassare i lauti guadagni delle commesse belliche verso un gruppo di paesi che non hanno limitazioni di budget causa guerra in corso. A Berlino la premura del governo Cdu-Spd per gli «stati aggrediti» corrisponde di fatto al miglior modo di fare business. Nella capitale della Germania pecunia non olet neppure con il vento della guerra.
Al contrario della Svizzera: in teoria la patria degli affari poco limpidi, nella pratica l’altra Repubblica federale che parla Deutsch con il coraggio di dire un chiaro «Nein» a Donald Trump. L’appello di Berna al «diritto alla neutralità» storica sfocia nell’export di armi verso Washington, per una questione di principio; il valore fondativo dello stato è più importante della realpolitik, nonostante gli Stati Uniti rappresentino il secondo miglior compratore delle armi prodotte in Svizzera e il cliente più sicuro.
Per ordine del Consiglio federale, la Confederazione ha deciso di non autorizzare più le spedizioni oltreoceano «per evitare la loro implicazione in un conflitto armato internazionale». Per quando riguarda Israele e l’Iran «l’autorizzazione non viene più rinnovata da anni» fanno sapere nella capitale elvetica.
PER LA SVIZZERA l’embargo bellico agli Usa coincide con la rinuncia a 94,2 milioni di franchi di incassi garantiti, la maggior parte assicurata dai componenti per velivoli da caccia. Mentre la Germania sceglie di continuare a macinare guadagni da record, come rileva Destatis, l’ente nazionale di statistica, nell’ultimo rapporto annuale: «Lo scorso dicembre le esportazioni tedesche erano pari a 133,3 miliardi di euro, aumentate del 4,0% rispetto a 12 mesi prima».