don Franco Barbero racconta
Storie, storielle e storiacce
3. La tubercolosi e il ricovero nel sanatorio di Pracatinat (dall’estate 1959 ai primi mesi del 1961)
Già prima della cerimonia in cui ho ricevuto il suddiaconato ero consapevole di avere un problema respiratorio serio, ma mi dicevo “se lo dico mi ricoverano subito” e così ho aspettato. Con me c’erano anche Mario Polastro e Ernesto Bossetto.
Il lunedì successivo alla cerimonia sono andato nello studio del medico valdese Matieu per farmi visitare e lui, come ho già ricordato, dopo aver ascoltato i miei respiri con lo stetoscopio, ha chiuso il suo studio e mi ha detto: “la sua situazione è molto grave, andiamo subito al sanatorio di Pracatinat di cui sono direttore”. Se chiudo gli occhi vedo ancora mia mamma che piangendo mi accompagna.
Il dottor Mathieu mi ha trovato una camera bellissima dove sono stato, allettato per diversi mesi e in cura per circa diciassette mesi, fino all’inverno del 1961.
Il sanatorio in cui ero ricoverato era una struttura edificata dalla famiglia Agnelli negli anni trenta per la cura dei malati di tubercolosi. In quel periodo non esistevano ancora cure efficaci, ma si pensava che l’aria di alta montagna (eravamo a più di 1650 metri di quota) facesse comunque bene ai pazienti. Il primo antibiotico efficace per la tubercolosi, la streptomicina, è stato introdotto durante la seconda guerra mondiale, nel 1943.
Fortunatamente quando sono stato ricoverato nel 1959 erano già disponibili antibiotici efficaci, anche se nei primi mesi la mia condizione era davvero molto grave. Le lastre parlavano chiaro: la tubercolosi aveva creato una grande “caverna” nel polmone sinistro e anche il polmone destro aveva molti microbi attivi.
Ricordo la competenza e l’affetto di chi mi ha seguito in quel periodo. Appena arrivato mi hanno detto: “adesso è giugno… almeno fino a Natale non può né parlare, né stancarsi per visite o altro. Deve solo riposare e sperare che il suo corpo reagisca bene.
Non avrei potuto spostarmi di lì per lungo tempo, nemmeno per andare a trovare i miei. I medici che mi hanno seguito e suor Isa, la caposala, mi hanno detto: “no, no il male è troppo serio… abbia fiducia… più avanti, se tutto procede bene, potrà riprendere a parlare, ma tra molti mesi. Io mi sono fidato e mi sono riposato, anche se dormivo male perché respiravo a fatica.
C’è stato un momento in cui la situazione è precipitata, sembravo ormai in fin di vita: per questo mi è stato impartito il sacramento “dell’estrema unzione”. Anni dopo, guarito del tutto, scherzerò con alcuni amici ricordando che sono una delle poche persone cha ha ricevuto nella sua vita tutti i sette sacramenti cattolici.
A distanza di anni da quel periodo complicato posso dire che sono stato molto fortunato: mi hanno salvato il riposo ma soprattutto gli antibiotici con cui i medici mi hanno potuto curare da subito. E’ stata un’esperanza di vita che ha segnato profondamente la mia vita. Quel lungo periodo di silenzio a guardare il “Becco dell’aquila”, una montagna visibile dalla finestra della mia stanza, ha arricchito profondamente la mia spiritualità.
Era piena estate quando, nei primi mesi del mio ricovero, ho conosciuto due ragazzi, che a differenza di me potevano muoversi e parlare e ben presto sono diventati miei cari amici: Bruno (siciliano di Sciacca è ancora vivo e qualche anno fa mi ha confidato che gli piacerebbe tornare in Piemonte per rivedere l’ormai ex sanatorio) e Carlo (qualche anno dopo il nostro ricovero a Pracatinat ha conosciuto una donna e mi ha chiesto se potevo sposarlo io; purtroppo è morto qualche anno fa).
Quando li ho visti la prima volta mi hanno detto “abbiamo sentito che c'è un prete, ci piacerebbe leggere con te il vangelo”, ed io ho risposto “ma io non sono prete, sono ancora suddiacono, devo ancora diventare diacono prima di arrivare ad esse presbitero”.
Anche se dovevo stare a letto senza parlare, in quel periodo potevo scrivere tante lettere e soprattutto leggere i libri di teologia che mi portava il rettore del seminario. Anche Mario Polasto, che era stato mio collega al seminario ed aveva ricevuto il suddiaconato lo stesso mio giorno, mi mandava dei suoi scritti.
I miei due compagni di sanatorio, Bruno e Carlo, stando decisamente meglio di me, potevano muoversi e parlare e venivano tutti i giorni nella mia stanza a trovarmi. Periodicamente ci trovavamo in camera per fare insieme un gruppo di lettura, io li ascoltavo e loro leggevano per me.
Suor Isa mi ricordava sempre: “lei può ascoltarli e può farli leggere, ma non può parlare… deve avere pazienza… sperare e aspettare”.
Il primo maggio 1960, dopo quasi un anno di letto, quando già avevo compiuto da più di due mesi 21 anni, mi hanno finalmente dato la possibilità di parlare: “da ora in poi può parlare un quarto d’ora alla settimana”.
Quel giorno il mio amico Bruno è passato come sempre a trovarmi e mi ha detto: “Franco adesso tu puoi parlare”. Io gli ho risposto: ”cosa potremmo fare insieme?”... e lui: “facciamo un gruppo sul Vangelo?”
Abbiamo così iniziato un gruppo biblico che ha coinvolto 8 ragazzi che erano in sanatorio.
Intanto il tempo passava e la mia salute finalmente migliorava: dopo altri due mesi la suora mi ha detto “dal quarto d'ora possiamo passare a 25 minuti”.
Sono rimasto ricoverato per 17 mesi al sanatorio di Pracatinat e finalmente nell’inverno del 1961, ormai guarito sono potuto rientrare a Pinerolo.
sabato 28 il prossimo appuntamento con le “Storie…”