da Domani del 29/03/2026
La Cina è l’unica che sta vincendo in questa guerra
di Guido Rampoldi
La battaglia per lo stretto di Hormuz sarà decisiva. Intanto occorre ricordare che nella storia non c’è un solo esempio di popolazione che si sia ribellata al suo tiranno su richiesta di chi la bombarda. Dal conflitto rischiano di uscire indeboliti Usa, Israele e paesi del Golfo, mentre potrebbe uscire rafforzata la Cina. Quello che è chiaro è che sta perdendo la popolazione iraniana.
A quasi un mese dall’inizio, chi sta vincendo la guerra dell’Iran? Il Wall Street Journal e certi suoi epigoni italiani segnalano agli scettici che le aviazioni americane ed israeliane ormai sono padrone dei cieli. Ma si omette che dieci o ventimila metri più in basso l’Iran si è preso lo stretto di Hormuz e lo sta trasformando nell’arma di un micidiale contrattacco.
La battaglia decisiva
E’ la battaglia di Hormuz e deciderà il conflitto. Al momento procede come una partita di scacchi. L’ultima mossa: dopo aver accampato la propria sovranità sullo stretto, Teheran sta negoziando con alcuni stati (otto finora, secondo la stampa specializzata) le condizioni per traversare lo stretto di Hormuz: procedure, rotta autorizzata, pedaggio (fino a due milioni di dollari a petroliera) e soprattutto la valuta nella quale il carico deve essere stato commercializzato. Il regime iraniano propone il renminbi. Sia pure al momento remota, la semplice possibilità che questa diventi la regola di Hormuz suggerisce quali sconquassi degli equilibri globali potrebbe produrre la guerra. Per lo stretto transita un quinto delle forniture mondiali di petrolio, se fossero commerciate in renminbi tramonterebbe il dominio del dollaro nelle transazioni internazionali di energia, un elemento fondamentale dell'influenza geopolitica statunitense.
Alla guerra asimmetrica iraniana Donald Trump risponde con minacce di spaventose punizioni e ultimatum rinviati allo scadere. Il presidente sta bluffando, com’è ovvio dalle sue esitazioni. Potrebbe ordinare ai marines di conquistare alcune isolette del Golfo Persico oggi controllate da Teheran ma dovrebbe mettere nel conto morti e feriti tra i suoi soldati, nuovi picchi nel prezzo del petrolio, un dispendio di tecnologia militare a ritmi alla lunga insostenibili. Le acque di Hormuz resterebbero sotto il tiro degli iraniani, cui basterebbe colpire una petroliera a settimana nella strettoia obbligata dai fondali (è larga 4 km) per “sconsigliare” agli armatori di rischiare navi e carico tuttora intrappolati nel golfo Persico. E adesso l’ingresso in campo degli alleati Houthi mette Teheran nelle condizioni di tenere nel mirino un altro stretto decisivo, Bab-el-Mandeb, e con quello l’accesso al canale di Suez.
Tanti sconfitti
La guerra acquisterebbe senso se producesse quanto Benjamin Netanyahu prometteva, una sollevazione in Iran. Ma nella storia non c'è un solo esempio di popolazione che si sia ribellata al suo tiranno su richiesta di chi la bombarda. E il regime, ancorché odiato, è meno debole di quanto fosse due mesi fa. Il conflitto gli ha permesso di agganciare il nazionalismo persiano, spaventato dai bombardamenti e dalla possibilità che il paese sia ridotto a una maceria fumante o magari imploda in una mischia etnica, l’esito che probabilmente Netanyahu preferirebbe: difficile immaginare che lo entusiasmi la prospettiva di una democrazia musulmana che produce petrolio, qualità sufficienti per soppiantare Israele nel ruolo di alleato necessario degli occidentali in Medio Oriente.
Anche le monarchie del Golfo non vorrebbero un Iran democratico, sarebbe di pessimo esempio per i loro sudditi. Ma ancor più quei regimi temono che la guerra si confermi inconcludente e li lasci alle prese con un Iran furente e vendicativo. Con il boom spettacolare dell'ultimo decennio alcune capitali del Golfo sono diventate piattaforme globali di inusitata estensione, poderose per centri finanziari, corridoi logistici, data center, network di fibre ottiche, hub di intelligenza artificiale, aeroporti, turismo di massa.
Il presupposto di tutto questo, l'assenza di rischi per investitori e visitatori, viene ora sconvolto da missili e droni iraniani. I regimi del Golfo provano a nascondere nel loro stile gli attacchi subiti: censurano i social che propalano immagini di distruzioni e arrestano i propalatori. Ma se la guerra si protraesse diventerebbe evidente che quei paesi non sono sicuri e che Washington non riesce a proteggerli, anzi li ha messi in pericolo malgrado i miliardi di dollari che le case reali hanno riversato nelle finanziarie della famiglia Trump. Nelle corti, nelle popolazioni, crescerebbe il risentimento.
Dunque alla domanda iniziale, chi sta vincendo, potremmo rispondere: forse la Cina se giocherà bene le sue carte. Più facile prevedere chi uscirà sconfitto: la popolazione iraniana, i paesi del Golfo e l'America di Trump. Quanto all'Europa, già è qualcosa che abbia ribadito a Washington: "Questa non è la nostra guerra”. Ma questa sommessa dichiarazione di princìpi non è abbastanza per dimostrare al mondo una totale alterità rispetto al Joker che ci accusa di codardia, Trump.