domenica 19 aprile 2026

da Il Fatto Quotidiano del 02/04/2026

Bombe, cambio di regime e conflitto lampo: Usa e Israele hanno già perso e l’iran resiste

di Maurizio Boni


Trentaquattro giorni dopo l’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il verdetto sul fronte degli obiettivi strategici è già scritto. Stati Uniti e Israele puntavano al cambio di regime e non ci sono riusciti. Teheran puntava alla sopravvivenza dello Stato nella sua forma attuale e l’obiettivo è stato pienamente conseguito già nella prima settimana di guerra. Non solo la Repubblica islamica ha resistito all’urto iniziale, preservato il suo apparato militare e mantenuto la coesione politica interna ma, aspetto ancora più rilevante, sta mostrando a livello globale l’inefficacia di uno degli strumenti militari più potenti del mondo. Gli Ufuori sa hanno scelto il bombardamento aereo come leva principale della campagna. Ma il potere aereo, per quanto massiccio, non si è rivelato risolutivo (e mai lo è stato nella storia militare contemporanea).

LE DOTAZIONI iraniane di missili balistici, droni aerei e navali e persino gran parte dell’apparato produttivo militare sono al riparo in città sotterranee pressoché impenetrabili, scavate a decine di metri di profondità sotto le montagne dello Zagros e del Khorasan. Colpirle dall’alto equivale, spesso, a colpire roccia viva.

La componente navale americana si è limitata al lancio di missili Tomahawk da posizioni lontane dalle coste, dalla portata dei missili iraniani. Lo Stretto di Hormuz resta una trappola letale, poiché qualunque forza navale che vi si addentrasse sarebbe sistematicamente neutralizzata. L’opzione terrestre, infine, è un’illusione. Poche migliaia di marines e paracadutisti non possono affrontare un apparato militare che, sommando forze regolari, Guardie rivoluzionarie e milizie paramilitari, supera il milione di uomini. L’Iran è strutturalmente pronto a difendersi sfruttando la profondità strategica del proprio territorio e si è preparato per decenni ad affrontare questa prospettiva.

Sul versante israeliano, il quadro è ancora più preoccupante. Impegnate simultaneamente su tre fronti, Iran, Libano meridionale, Yemen houthi, le Idf mostrano i segni di uno sforzo che supera le capacità di un esercito strutturalmente pensato per conflitti brevi e asimmetrici. Il capo di Stato Maggiore ha riconosciuto pubblicamente la prossimità al collasso, secondo le fonti di Al Jazeera. Le infrastrutture energetiche e produttive israeliane sono sotto pressione. Munizioni e intercettori si consumano a un ritmo che né Washington né Tel Aviv riescono a compensare. Nell’elenco dei perdenti occorre iscrivere anche le monarchie del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Kuwait avevano scommesso sulla potenza Usa come garanzia ultima della loro sicurezza. Per i regimi del Golfo si apre una prospettiva inedita e angosciante: quella di dover convivere, in modo duraturo, con un Iran che ha dimostrato di saper resistere alla superpotenza americana e di poter proiettare la propria potenza militare, per mezzo delle sue milizie in Iraq, Siria, Yemen e Libano.

L’Iran che sopravvive e si rafforza è per le monarchie sunnite una prospettiva esistenziale destabilizzante. L’Iran dispone di risorse demografiche, economiche, militari e di resilienza istituzionale, per sostenere il conflitto per mesi. La coalizione avversaria, no. Il trentaquattresimo giorno di guerra consegna un verdetto ancora provvisorio, ma già eloquente: chi contava di vincere in fretta ha già perso la partita. Chi si è “limitato” a sopravvivere sta, paradossalmente, vincendo.