mercoledì 29 aprile 2026

da Il Manifesto del 22/04/2026

Ue-Israele, tutto come prima. Grazie a Italia e Germania

di Andrea Valdambrini


Il Consiglio dell’Unione europea non ha raggiunto nessun risultato in merito al rapporto che lega Ue e Israele. Lo stallo non è nuovo, ma appare sempre più difficile da giustificare, alla luce delle nuove e continue violenze e violazioni dei diritti da parte del governo di Tel Aviv in Libano, che si sommano alle violenze dell’occupazione in Cisgiordania e al genocidio nella striscia di Gaza. «Non c’è stato sostegno da parte degli stati», ammette la responsabile per la politica estera Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa alla fine del meeting del Consiglio Ue in Lussemburgo. Kallas promette che «la discussone continuerà», a partire da nuove proposte di interruzione dei rapporti commerciali, come quella avanzata da Francia e Svezia per uno stop al commercio con i territori più recentemente finiti sotto occupazione da parte de coloni in Cisgiordania. Solo che tali misure hanno bisogno di essere prima formalizzate da parte della Commissione Ue per finire poi sul tavolo dei ministri a cui spetta decidere. Un cane che si morde la coda, dato che neppure le attuali proposte dell’esecutivo Ue hanno ottenuto il minimo consenso tra i rappresentanti dei governi.

NELLE PREVISIONI più ottimistiche, i ministri degli Esteri dei 27 paesi Ue avrebbero potuto discutere e magari votare il blocco, almeno parziale, delle relazioni commerciali con Israele. Sembrava quasi scontato, poi che si arrivasse almeno a sanzioni individuali, sia contro i coloni israeliani che occupano la West Bank che contro i ministri Smotrich e Ben Gvir contro cui è stato emesso un mandato d’arresto quasi un anno fa da parte della Corte penale internazionale.

Vince invece la linea espressa da Germania e Italia su quella anti-Netanyahu di Spagna, Irlanda, Slovenia, a cui si è unito il Belgio. Anche il presidente francese Macron giudica «legittimo» interrogarsi sulla sospensione dell’accordo, se il governo Netanyahu non cambiasse posizione». Il ministro Tajani ha sottolineato la consonanza con Berlino, il cui capo della diplomazia ha definito «misure inappropriate» quelle che prevedono la sospensione totale o parziale della partnership con Tel Aviv, pur dicendosi contrario alla violenza dei coloni e alla reintroduzione della pena di morte.

BERLINO PUNTA a mantenere un «dialogo critico e costruttivo» con Israele: una posizione criticabile dal punto di vista politico, ma sostanzialmente coerente. Il contrario di quella espressa da Roma. Solo pochi giorni fa, il governo Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del memorandum sulla difesa tra Italia e Israele. Il tema delle armi è regolato bilateralmente e non rientra nell’accordo di associazione a livello Ue, che fornisce il quadro giuridico di riferimento. Ma la mossa d Roma si rivela facilmente un’illusione ottica. Non solo perché, a livello nazionale, rimuove l’automatismo ma non il legame in quanto tale. Ma anche perché alla presunta svolta del Vinitaly – da lì Melon ha annunciato la decisione – non corrisponde una analoga presa di posizione italiana in sede Ue.

ROMA SI È INFATTI presentata in Consiglio Esteri pronunciando due no secchi sia rispetto alla sospensione totale del partenariato Ue-Israele che rispetto alla revoca delle sole parti commerciali. L’unica apertura, peraltro non nuova, si è vista nei conforti delle sanzioni individuali contro i coloni violenti. Ma si tratta di un sì modesto, perché accompagnato dal rinvio alle eventuali decisioni da prendersi nel prossimo Consiglio esteri, l’11 maggio. Congelando l’accordo di associazione, «faremmo un danno alla popolazione civile, che però non può essere assimilata alle posizioni del governo», sostiene Tajani, mettendo una pietra tombale sul tema che richiede consenso unanime.

ANCHE L’UNGHERIA ha fatto il suo gioco di prestigio. Il ministro degli Esteri magiaro Szijiarto – quello che riferiva al russo Lavrov dopo i meeting dei capi delle diplomazie Ue -, ha disertato il tavolo con i suoi omologhi. All’ambasciatore ungherese, presente al posto del ministro, il premier uscente Orbán ha dato istruzioni precise: fino alla fine non mollare l’alleato Netanyahu, mantenendo di fatto il veto sulle sanzioni ai coloni. «Le discussioni continuano a susseguirsi senza portare ad alcuna azione e sono quindi prive di qualsiasi significato», è il giudizio severo dell’ong Oxfam, una delle oltre 60 organizzazioni umanitarie mobilitate per chiedere al ministri di far pressione sullo stato ebraico. «È tempo che lo facciano i singoli paesi, pena essere complici di Tel Aviv», sostiene ancora Oxfam. Meglio non contare sul governo Meloni, in ogni caso.