giovedì 23 aprile 2026

da Quotidiano Bellico del 16/04/2026

Esercito: pronti alla guerra?


La riforma dell’esercito annunciata dalla Difesa con il ritorno del servizio militare di leva, nelle parole dei generali significa essere pronti alla guerra: una “necessità” che si vuole imporre, senza alternative e soprattutto senza dibattito.

Il governo vorrebbe riformare l’esercito, il Ministro della Difesa Crosetto lo ha annunciato più volte e ha varato un Comitato Strategico che il 16 febbraio scorso ha presentato agli stessi militari “il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze Armate, che costituirà la base del disegno di legge di revisione dello strumento militare”. Non abbiamo una bozza ufficiale, ma lo stesso ministro e i diversi Capi di Stato Maggiore hanno dato interviste ai media per spiegare emergenze e bisogni. Secondo il Ministro: «Quando la riforma sarà discussa in Parlamento, non sarà il Ministro a spiegarla: manderò le Forze Armate, uomini e donne che conoscono i limiti attuali e le necessità reali».

Secondo le bozze raccolte da siti legati al “complesso militare industriale” (compresi quelli di arruolamento che sono i meglio informati) la sintesi della riforma è: un aumento degli organici fino a circa 275.000 unità entro il 2040; reintroduzione della leva secondo il modello franco-tedesco (che però sono molto diversi come abbiamo già raccontato qualche settimana fa; varo di una quarta arma specializzata in tecnologie (la cyber armata in sostanza che però è contesa tra i diversi corpi); riformulazione e aumento di una “riserva” da almeno 15mila unità (gli ex militari che vogliono continuare ad addestrarsi e rendersi disponibili); riforma della ferma e della formazione a partire dalle Accademie.

La riforma ha un costo stimato (secondo il quotidiano La Repubblica) di 7 miliardi di euro. E il ritardo nella presentazione del progetto di legge al Parlamento sarebbe dovuto alle ristrettezze di bilancio ma anche al rischio di una opposizione nel Paese.

Per ovviare all’opposizione della stragrande maggioranza dei cittadini (anche gli elettori di destra) il ministero della Difesa ha attivato un vero e proprio ufficio di promozione per lo sviluppo e la diffusione di una Cultura della Difesa” con tanto di Comitato ad hoc di esperti per creare “una mutua contaminazione reciprocamente vantaggiosa con il mondo civile, attraverso un sistema dinamico di relazioni con i principali attori istituzionali, con la società e con il mondo del lavoro”. Un programma di “war washing” in breve per dimostrare come l’incremento del sistema militare sia un vantaggio “per il sistema paese in termini di incremento dei livelli occupazionali, di sviluppo complessivo del sistema industriale, di leadership tecnologica, di incremento della crescita e dunque delle entrate”.

Giuseppe Cavo Dragone, ex Capo di Stato maggiore della Difesa e attualmente Presidente Comitato militare della NATO, in audizione al Parlamento così ragionava: “Siamo assolutamente sottodimensionati: 150mila effettivi è improponibile, 160mila che è quello che attualmente ci è stato approvato è ancora poco e con 170mila siamo al limite della sopravvivenza”. Ricordiamo che 150mila effettivi sono previsti da una legge dello Stato italiano, la 119 del 5 agosto 2022, che ha per ultima riformulato carriere ed effettivi. Da notare inoltre che la guerra in Ucraina era già scoppiata.

Gli effettivi però al dicembre del 2023 erano 160-170mila unità (dipende da come si calcolano), più 110mila carabinieri impiegati nella sicurezza interna. Ma negli ultimi anni all’aumento senza precedenti della spesa militare si accompagna quello della necessità degli effettivi. Prendiamo Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, che ha dichiarato più volte che per “un conflitto ad alta intensità” ovvero per una guerra servirebbero oltre 40.000 donne e uomini in più per l’esercito. Su La Stampa del 25 febbraio 2025 chiariva così il concetto: “per troppo tempo si è pensato che l’esercito fosse zaini e scarponi. Siamo stati sotto finanziati per anni. L’esercito deve essere tecnologico e recuperare il gap rispetto alle altre forze armate”. Intanto cominciamo a rifarci i mezzi con almeno 280 carri armati di nuova generazione Panther, poi un migliaio di mezzi corazzati per trasporto truppe o combattimento Lynx (il tutto sviluppato in partnership da RheinMetall e Leonardo per un costo stimato di almeno 20 miliardi di euro).

Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, si accontenterebbe, di “9.000 uomini” e predilige invece la spesa in armamenti: “Si pensa a una portaerei a energia nucleare, ma anche a droni di ogni tipo” (lo ha ribadito a varie testate tra cui il Corriere della Sera). La principale preoccupazione dell’Ammiraglio, però, è che la missione europea Aspides nel Mar Rosso per proteggere le navi commerciali dagli attacchi delle milizie yemenite houthi è diventata “combat” di suo, nel senso che si spara “come mai dalla Seconda guerra Mondiale” e “a questi ritmi questo sforzo può durare per 3-4 anni, non oltre”. Nel senso che finiamo i missili.

Ovviamente anche l’aeronautica oltre a un non definito “incremento del personale in servizio attivo e della riserva al momento al vaglio dello Stato Maggiore della Difesa” ha le sue priorità e il Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, Antonio Conserva, davanti alla Commissione Difesa della Camera ne ha elencate “almeno una dozzina”: da “un significativo rafforzamento delle nostre capacità di difesa antimissile e antidrone”, ad aerei, satelliti, radar, senza dimenticare le scorte “tra gli aspetti più sottovalutati nel dibattito pubblico e relegate in secondo piano, ma in realtà linfa vitale di ogni operazione militare prolungata e di successo”. Perché quale operazione militare di lunga durata potrebbe vederci impegnati, generale?

In coro generali, politici e industriali del settore seguono le linee del programma di comunicazione del ministero e parlano di “nuovi assetti geopolitici”, di “necessità strategiche”, di “sistema Difesa” e “sicurezza”. Ma allo stesso tempo dichiarano che l’obiettivo è essere competitivi sul campo con armi e uomini, per qualsiasi guerra e ovunque. Un modello insostenibile, pericoloso e fuori dalla storia: non è prepararsi alla guerra il mandato Costituzionale, ma preparare la pace, evitando al risoluzione dei conflitti con le armi e la minaccia militare.