lunedì 18 maggio 2026

da Domani del 22/04/2026

La profanazione di Gesù 

e il declino di Israele

di Davide Assael


L’immagine del soldato dell’Idf che prende a martellate un crocefisso suscita ribrezzo. Si inserisce in un declino morale del paese, dove l’estremismo si sente legittimato dalla presenza di una componente suprematista nel governo di Tel Aviv.

È davvero difficile trovare le parole che esprimano il disgusto, proprio fisico, provato nel vedere la foto del soldato dell’Idf che sfonda a martellate il volto di Gesù crocifisso. Forse solo Gesù stesso, con la sua inclinazione verso lo chesed, la compassione che nella Torah è una della manifestazioni della Trascendenza, lo potrà perdonare e giustificare, noi no di certo. Qualunque sia lo stress di guerra a cui questi soldati in conflitto permanente da quasi tre anni siano sottoposti, qualunque sia la provocazione subita, qualunque sia il livello di ignoranza di questo figuro che magari identifica il cristianesimo tutto con quell’Occidente che ha effettivamente voltato le spalle agli ebrei riproponendo, per puro lucro politico, i peggiori stereotipi antiebraici. E avanzo questa ipotesi solo perché ho visto che qualcuno si è pure azzardato in queste letture pseudo-culturali, non perché mi sia venuta in mente spontaneamente.

Come ovvio, sono arrivate le parole di condanna del ministro degli Esteri Sa’ar e dello stesso premier Netanyahu, che hanno assicurato un’inchiesta senza sconti. Va detto chiaro: non ci basta nel modo più assoluto. Anzitutto perché lo storico di queste inchieste che riguardano i soldati, come avviene per tutti gli eserciti, si tratti degli aviatori americani della tragedia del Cernis o dei marò italiani che hanno aperto il fuoco su innocenti pescatori indiani, non è affatto rassicurante. L’arresto del soldato che ha compiuto il gesto, annunciato ieri dall’Id, è sicuramente un punto di partenza importante, ma, solitamente, quando queste vicende escono dagli occhi dei riflettori, prevale l’estrema indulgenza. Secondo perché, senza lanciarsi in induzioni un tanto al chilo che, come insegna Aristotele, servono solo a confermare i nostri pregiudizi (ne abbiamo avuto un recente esempio con l’affaire Pizzaballa), l’episodio non può certo considerarsi isolato.

Casi molto peggio che deplorevoli, come sputi e intimidazioni nei confronti dei fedeli non ebrei si susseguono a ritmo sostenuto nella Città Vecchia di Gerusalemme, così come fuori dalle sue mura, e sono iniziati ben prima della guerra. Non parliamo, poi, delle sistematiche violenze mafiose e terroriste in Cisgiordania, arrivate ad un livello tale da spingere persino il famigerato ministro delle Finanze con competenze del tutto sui generis in Cisgiordania, Bezalel Smotrich a deplorare <<marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti>>.

La ragione del perché di questi vergognosi atti è nota a tutti: la presenza di una componente razzista, suprematista e anti-araba all’interno del governo, non solo nei due ultranoti ministri Ben Gvir e, appunto, Smotrich. Una presenza che ha ringalluzzito gruppi estremisti, che possono anche contare su un Ben Gvir a capo della polizia. Con ciò non bisogna pensare ad un cambiamento antropologico degli israeliani, numeri alla mano il consenso verso quest'area non è incrementato negli ultimi anni. Anzi, il partito del sionismo religioso di Smotrich lotta per l'ingresso nella prossima Knesset, nonostante una soglia di sbarramento bassissima, fissata al 3,5%. L'incremento del potere di questi movimenti e partiti ha un solo responsabile: Bibi Netanyahu, che per perpetuare la sua lotta contro tutti i poteri dello Stato e sfuggire ai processi cielo attanagliano ha improvvisato un governo con questi loschi figuri, già ospiti delle patrie galere israeliane. Motivo? Erano gli unici alleati che gli erano rimasti, avendo, secondo lo schema di queste leadership paranoiche e populiste, fatto politicamente fuori ogni possibile erede designato, interno o esterno al Likud. Fossero Sa’ar stesso, Lieberman o Bennet, oggi il maggior candidato a sostituirlo alla carica di primo ministro. Perché in queso sfacelo le uniche buone notizie arrivano dai sondaggi, che dal post 7 ottobre a questa parte, seggio più o seggio meno, offrono lo stesso risultato: 50 seggi per la sua coalizione, 70 per l’opposizione. Ora, visto il fiasco totale di una strategia di guerra mai accompagnata da sforzi diplomatici capaci di incassare i successi militari, si fa sempre più sensibile il calo nei confronti della sua persona. Nell’ultimo sondaggio di Canale 12, alla domanda, <<Netanyahu o qualcun altro come prossimo primo ministro?>>, il 36% ha detto Bibi il 56% qualcun altro. Vogliamo che Israele resti l’unico paese del Medio Oriente in cui la presenza cristiana non legata a permessi di lavoro cresce da anni? Sosteniamo l’Israele democratico.