da Domani del 26/04/2026
La Resistenza è dei giovani
Chi teme il popolo in piazza
di Marco Damilano
Le violenze e le intolleranze non possono oscurare una festa di popolo che in tutta Italia coinvolge nel complesso centinaia di migliaia di partecipanti, migliaia di volontari, associazioni, istituti culturali, amministrazioni comunali.
Gli spari di Roma contro il corteo del 25 aprile di Roma, due persone con il fazzoletto dell'Anpi ferite da un uomo in casco integrale e mimetica che ha puntato contro di loro una pistola a pallini, sono arrivati dopo che nei giorni scorsi erano comparse scritte contro i partigiani non troppo lontano dal punto dell'agguato. Fino a quel momento viaggiare in treno da Sud verso Nord ieri mattina per l'Italia immersa nel sole, in una giornata di primavera, aveva significato passare per le città in cui 81 anni fa fu conquistata la libertà, Firenze, Bologna, Reggio Emilia, Modena, Parma, sfiorare Casa Cervi, attraversare l’Appennino tosco-emiliano dei paesi degli eccidi nazifascisti del 1944, Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Marzabotto, Casaglia, Cerpiano. E’ stato straniante farlo sfogliando i giornali e scoprire che, con l’eccezione di Domani e de La Stampa, nessun giornale aveva dedicato la sua apertura alla festa della Liberazione. Relegata nelle pagine della cultura, come ha scelto di fare il primo quotidiano italiano. Eppure, in tutte quelle tappe, in ognuna di quelle celebrazioni (io ero a Verona), la realtà era completamente diversa. Piazze affollate di giovani, con gli striscioni. Interventi per nulla retorici e tutt'altro che nostalgici, incentrati sull'oggi: la pace nel Golfo, a Gaza e in Cisgiordania, in Ucraina, la necessità di tornare al progetto dell’Europa. Parchi e feste piene di famiglie, di popolo. E, ovunque, ragazze e ragazzi. <<La democrazia non si eredita>>, ha detto efficacemente Irene Lupi, 22 anni, presidente del consiglio studentesco dell’università di Verona, intervenuta in piazza Bra, dopo il sindaco Damiano Tommasi. La Costituzione non si eredita, la Costituzione non si tocca.
Oggi il 25 aprile tornerà sulle prime pagine dei giornali per gli spari di Roma e per le inaccettabili contestazioni di Milano contro la Brigata ebraica e di Roma contro i radicali. Il mondo politico ieri si è diviso, nella condanna del clima d'odio e di violenza che non va certo sottovalutato. Ma che allo stesso tempo non può oscurare una festa di popolo che in tutta Italia coinvolge nel complesso centinaia di migliaia di partecipanti: volontari, associazioni, amministrazioni comunali.
Chi li aveva visti arrivare i ragazzi del 22-23 marzo che hanno votato No al referendum, quelli che secondo i dati post voto sono usciti di casa per difendere la costituzione? Eravamo troppo impegnati a esaltare la festa di Atreju o a intervistare uno ad uno i riformisti del Sì e altri trascinatori di folle. Salvo poi scoprire che <<loro hanno adottato slogan più efficaci e suggestivi, con una diffusione più capillare>>, parola del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ieri sul Corriere della Sera. Ben detto, ministro. Ma dopo un’ammissione del genere, il minimo sarebbe fermarsi a riflettere, invece di approvare con l’ennesima fiducia l’ennesimo decreto Sicurezza, con pasticcio incorporato. O cercare di capire cosa si muove in questa Italia che ha votato No, che ieri ha affollato le piazze, che si ritrova nella Costituzione non solo come difesa ma come progetto politico.
<<Nessuna deriva è irreversibile>>, ha scritto ieri su questo giornale il direttore Emiliano Fittipaldi. C'è qualcosa di misterioso nella determinazione con cui i giovani e giovanissimi abbracciano un documento scritto 80anni fa. E conta poco continuare a misurare con il bilancino le dichiarazioni annuali di Giorgia Meloni, le millimetriche prese di distanza dal passato fascista che non sono posizioni politiche di spessore strategico, ma mosse tattiche per far passare la giornata (il 25 aprile). La questione politica, e perfino elettorale, si sposta da un’altra parte, ovvero come superare il distacco che c’è tra questo nuovo patriottismo della Costituzione, fiero, orgoglioso, per nulla sulla difensiva, e i partiti che dovrebbero rappresentarlo. I leader sembrano esterne consapevoli. Giuseppe Conte, forse per la prima volta, si è detto antifascista. Elly Schlein, a Sant'Anna di Stazzema, in un discorso più volte spezzato dall’emozione di fronte ai superstiti della strage, ha rivendicato i valori della Costituzione da attuare come il vero programma che il centrosinistra dovrebbe mettere in campo. E’ l’inizio. Ma il risveglio della primavera 2026 dimostra che il 25 aprile non è morto e che la Costituzione non è un cimelio da riporre in museo, una fissazione da nostalgici. Non è neppure una teca da difendere. Non si teme la Costituzione storica, ma la Costituzione viva e vitale, ancora in grado di mobilitare. E’ questo che fa paura.