da Il Fatto Quotidiano del 19/05/2026
E adesso Meloni scopre che il riarmo è un pacco e dà la colpa a Bruxelles: “C’è crisi, dura da spiegare”
di Lorenzo Giarelli
A ridosso del quarto anno di legislatura, dopo aver accettato impegni da decine di miliardi con la Nato e aver portato in Parlamento un’ottantina di programmi di acquisto, il governo Meloni non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato: il riarmo è profondamente impopolare, soprattutto in tempi di crisi economica, e gli investimenti promessi sono un fardello che sarà dura sostenere se non cambieranno i vincoli europei (gli stessi che il governo ha firmato).
Ieri un portavoce della Commissione Ue ha risposto durante un punto stampa riguardo alla lettera inviata domenica da Giorgia Meloni a Bruxelles. Una missiva con cui la premier chiedeva a Bruxelles di concedere una maggiore flessibilità per affrontare le conseguenze della guerra in Medio Oriente, dal caro carburante ai costi dell’energia. Visto che per le spese nella Difesa l’Ue ha attivato corsie preferenziali – per esempio il prestito Safe, che per l’Italia potrebbe valere circa 14 miliardi – l’obiettivo di Palazzo Chigi sarebbe strappare procedure di emergenza per fronteggiare la crisi. Ma per il momento la risposta della Commissione è gelida: “Stiamo monitorando da vicino la situazione sull’energia e saremo pronti a esaminare il quadro delle flessibilità esistenti nel contesto di governance fiscale dell’Ue. In questa fase l’attenzione è rivolta a sfruttare appieno i finanziamenti Ue già disponibili, che sono molto significativi”. Ci sarebbero insomma “circa 95 miliardi” per “investimenti energetici” nei pacchetti e nei fondi già esistenti. Il ministero dell’economia parla di “dialogo ancora aperto” con la Commissione, ma ad aumentare i guai del governo c’è un aspetto più politico su cui non a caso insistono le opposizioni. Per anni l’esecutivo non solo ha aumentato le spese in Difesa, ma ha rivendicato la scelta contestando chi lamentava che un simile investimento avrebbe pesato sul welfare e gli aiuti alle famiglie.
Su questo punto il governo è diviso: Giancarlo Giorgetti è tiepido sui prestiti Safe per il riarmo, perché seppur a condizioni agevolate “non si tratta di un prestito a costo zero”, mentre Guido Crosetto non concepisce passi indietro. Meloni è preoccupata non solo dai conti, ma dall’effetto elettorale: “Sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe”, ha spiegato nella lettera a Ursula von der Leyen. Così come in campagna elettorale sarà molto difficile giustificare un enorme riarmo da decine di miliardi mentre la coperta per gli aiuti alle famiglie è cortissima. Ieri Carlo Fidanza, che guida i meloniani al Parlamento europeo, ha ribadito il concetto: “Un intervento della Commissione europea è necessario subito, attendere la recessione tecnica sarebbe irresponsabile e minerebbe anche il consenso dell’opinione pubblica sugli investimenti in Difesa”.
Le scelte del governo, il cui messaggio è che gli aiuti alle famiglie sarebbero pronti, ma Bruxelles non li permette, è terreno su cui il M5S attacca: “Dobbiamo scegliere tra armi e bollette – scrivono i parlamentari delle commissioni Difesa – Meloni finalmente squarcia il velo di ipocrisia della narrazione del governo secondo cui le spese in armi non sono in contrapposizione con altre spese. Ricordiamo quando Crosetto diceva che la cosa più schifosa che si potesse fare era mettere in concorrenza le spese della difesa con le spese per asili, scuole e ospedali”. Dal Pd, Elly Schlein insiste invece sul tentativo del governo di scaricare sull’Ue le colpe per scelte proprie, dagli impegni sul riarmo alle politiche sul lavoro: “È facile dare la colpa all’Europa del fallimento totale della politica economica di tre anni”. Ma del resto Bruxelles è il bersaglio perfetto da presentare in campagna elettorale qualora le cose precipitassero. Anche perché, come dimostra un sondaggio dell’istituto Demos, già adesso mettono “le conseguenze delle guerre” al primo posto tra le proprie preoccupazioni.