da Il Manifesto del 05/05/2026
La cura necessaria per un mondo senza più limite
Presentazione (a Roma) dell’ultimo libro di Giuseppe De Marzo, “L’internazionale della Terra” (Minimum Fax - euro 18)
di Daniele Nalbone
Non siamo fuori dalla crisi, siamo dentro una relazione spezzata. Con la Terra, certo. Ma anche tra di noi. La crisi non è un evento esterno, ma il risultato di un modo di stare al mondo. È, prima ancora, una crisi della cura: dell’incapacità di riconoscere e mantenere le relazioni – con la Terra e tra di noi – che rendono possibile la vita.
Nel suo ultimo libro, L’internazionale della Terra (Minimum Fax, pp. 219, euro 18), Giuseppe De Marzo, attivista, economista e oggi direttore della Scuola Gea (Giustizia ecologica e ambientale) insiste su un punto preciso: abbiamo costruito un modello economico, culturale e sociale che si fonda sulla separazione – tra esseri umani e natura, tra individui e comunità, tra economia e vita. Una separazione che inevitabilmente produce squilibri.
Da qui l’idea di “relazione spezzata”. La vita, sostiene De Marzo, è una rete complessa di entità interdipendenti in cui tutto è connesso e necessario. La crisi nasce quando questa rete viene ignorata o forzata. Quando viene meno, appunto, la cura come principio materiale delle relazioni. Quando ci comportiamo come se fossimo “padroni del mondo”, riducendo le altre forme di vita a oggetti. Le conseguenze: crisi ecologica, disuguaglianze sociali, conflitti.
Parlare di “relazione spezzata” è più radicale di quanto possa sembrare. Va oltre il semplice “siamo in crisi” ma esclama con forza che la crisi è il nostro modo attuale di stare nelle relazioni. Inutile, quindi, cercare possibili aggiustamenti tecnici nei vari campi: l’unica strada, per De Marzo, è ricostruire quei legami – sociali, ecologici, politici – che abbiamo rotto.
L’internazionale della Terra non è catalogabile come un libro sull’ambiente o lo è solo se si accetta di uscire da quella riduzione che ha confinato la crisi ecologica a questione tecnica, delegata a vertici internazionali sempre più rituali e sempre meno efficaci. Oggi il punto è un altro. La crisi climatica non è un problema tra i tanti: è il nome contemporaneo di una contraddizione più profonda, che investe il modello economico, la forma della democrazia, sempre meno capace di prendersi cura dei legami sociali ed ecologici, e l’idea stessa di progresso.
Non bastano transizioni graduali: l’unica strada possibile è smettere di vedere nella sola innovazione tecnologica la soluzione e mettere nel mirino quella crescita infinita che continua a orientare le politiche pubbliche, anche mentre i suoi effetti materiali – aumento delle disuguaglianze, collasso degli ecosistemi, impoverimento della sfera democratica – sono sotto gli occhi di tutti. Un messaggio chiaro e netto che fatica però oggi a trovare spazio nel discorso pubblico – anche a sinistra – sempre più schiacciato tra emergenzialismo e tecnicismo. Rifiutare quindi la separazione tra questione sociale e questione ambientale è – per De Marzo – l’unica strada possibile perché senza giustizia sociale non può esserci giustizia ambientale. E viceversa.
È in questa cornice che L’internazionale della Terra attraversa una pluralità di temi, dalla crisi climatica alle guerre, tenuti insieme da un filo rosso: l’assenza di limite. È forse questa la categoria più politica del testo. Il limite non è una soglia tecnica ma un principio rimosso. Il potere economico e il potere politico hanno progressivamente smesso di riconoscere limiti, fino a produrre una forma di dominio che non ha più bisogno di giustificarsi. La crescita infinita diventa così non solo un errore socioeconomico, ma una forma di negazione della realtà.
Non a caso accanto alla critica del capitalismo fossile compare quella alla deriva autoritaria delle democrazie occidentali e al ritorno della guerra come strumento ordinario. L’economia di guerra, in questo scenario, non è una deviazione ma una prosecuzione coerente di un modello fondato sull’estrazione e sull’accumulazione. In questo senso, il libro parla direttamente del presente europeo, delle sue scelte e delle sue rimozioni: dalla difficoltà di rispettare gli impegni climatici alla crescente militarizzazione delle politiche pubbliche.
Il libro, ovviamente, non si ferma alla diagnosi ma ha un’ambizione oggi quasi fuori scala: rimettere in moto l’immaginazione politica. Lo fa insistendo su un punto che negli ultimi decenni è stato sistematicamente (e volutamente) neutralizzato: l’idea che un’alternativa non solo esista, ma sia già in costruzione. Non nei luoghi del potere, ma nelle pratiche sociali, nei movimenti, nelle forme di cooperazione che attraversano i territori. È qui che prende forma l’idea di una “Internazionale della Terra”: non soggetto politico già dato ma processo in atto.
Ed è qui che emerge anche la tensione più evidente del libro; questa internazionale resta, almeno in parte, più evocata che descritta. Le esperienze esistono, sono tante, ma sono frammentate, a volte marginali, non sempre in grado di incidere sui rapporti di forza. De Marzo non ignora questo limite ma sceglie comunque di stare da quella parte: non nel commento della crisi ma nella ricerca delle sue vie di uscita. Ne deriva una tensione irrisolta tra analisi e proposta. Da un lato, la diagnosi è netta e così riassumibile: il modello dominante è incompatibile con la vita. Dall’altro, la costruzione di un’alternativa è affidata più a un processo che a un programma. È una scelta che espone il libro a possibili critiche (una su tutte, quella di una certa indeterminatezza) ma che al tempo stesso ne costituisce la forza.
Perché in un panorama politico che ha rinunciato a pensare il futuro, limitandosi a gestire l’esistente, L’internazionale della Terra fa una cosa semplice e radicale: rimette il conflitto al centro. Non tra opinioni, ma tra modelli di mondo. E lascia aperta una domanda che non si può più evitare: se il problema è sistemico, davvero pensiamo di risolverlo senza cambiare sistema?