da Il Manifesto del 16/05/2026
I nuovi sindaci francesi
di Filippo Ortona
Non solo Saint-Denis, nelle ultime municipali la banlieue rouge ha eletto un numero senza precedenti di candidati di sinistra, razzializzati e provenienti dai quartieri popolari
A sinistra della piazza c’è l’edificio storico del municipio, uno di quei grandi palazzi color crema in stile neorinascimentale che dappertutto, in Francia, ospitano gli uffici dei comuni e le scrivanie dei sindaci. Sul lato destro c’è la seconda chiesa più famosa del paese: la basilica di Saint-Denis, dove per più di mille anni sono stati sepolti i re di Francia. In mezzo, tra i due edifici, negli anni ‘90 è stato costruito un grande fabbricato in vetro e cemento, che oggi ospita gli uffici del comune più grande dell’Île-de-France dopo Parigi, con 150.000 abitanti, nonché uno dei più poveri del paese.
Tra il vecchio palazzo del comune e quello nuovo c’è una passerella di vetro, una specie di parallelepipedo trasparente. Dentro, Bally Bagayoko, alto e slanciato, filma con un telefono la folla assiepata quasi venti metri sotto di lui.
Ex-allenatore di basket e impiegato dei trasporti parigini, militante dei quartieri popolari di Saint-Denis, con un passato nel Partito comunista francese e poi ne La France Insoumise, Bagayoko è stato eletto sindaco di Saint-Denis al primo turno delle municipali il 15 marzo, sbaragliando il sindaco uscente socialista. Da allora ha subito una quantità senza precedenti di attacchi razzisti e, in risposta, ha chiamato una grande manifestazione nella sua città. Passa il telefono al suo assistente, poi scende nella piazza piena di gente e sale sul palco approntato appositamente sul selciato della mairie.
«Siete l’orgoglio di questo paese, siete l’orgoglio delle lotte antifasciste, antirazziste e anti-imperialiste», dice Bagayoko in questo sabato 4 aprile, prima di lasciare il microfono agli interventi successivi di politici e militanti. Quasi tutti sono figli delle seconde, terze, quarte generazioni di immigrati che popolano le classi popolari francesi e la banlieue parigina.
Per la prima volta nella lunga storia delle lotte dei quartieri popolari francesi, tra le persone che si avvicendano sul palco a Saint-Denis alcune di loro indossano una fascia tricolore. Sono sindaci anch’essi eletti nell’ultima tornata elettorale nella periferia parigina, anch’essi razzializzati e originari dei quartieri popolari, spesso formatisi – come Bagayoko – in un lungo percorso associativo e militante di base, arrivati infine a capo delle rispettive mairies dopo anni di screzi con le sezioni locali o nazionali dei partiti della sinistra.
Sul palco ci sono persone come Aly Diouara, 39 anni, cresciuto in uno dei più famigerati palazzoni francesi, la Cité des 4000 a La Courneuve, deputato de La France Insoumise dal 2024 e ora sindaco della sua città. O Bassi Konaté, 38 anni, neo-sindaco di Sarcelles, uno tra i comuni più poveri del paese e ospite della più grande comunità ebraica francese. Nomi che fanno eco alle elezioni di Adama Gaye a Mantes-la-Jolie, Demba Traoré a Le Blanc-Mesnil, Mohamed Gnabaly a l’Île-Saint-Denis, Omar Yaqoob a Creil… Nelle ultime municipali, la banlieue rouge ha eletto un numero senza precedenti di candidati di sinistra, razzializzati e provenienti dai quartieri popolari.
Secondo quanto scritto dalla ricercatrice Violette Arnoulet, co-autrice di un libro sugli eletti nei comuni delle banlieues populaires (Élus des banlieues populaires, Puf, 2026), prima del 2014 «non c’era nessun sindaco razzializzato nel dipartimento» della Seine-Saint-Denis, che ingloba Saint-Denis e che conta quasi due milioni di abitanti e 39 municipalità. Nel 2020 erano appena 7.
La questione non si limita alla provenienza geografica dei genitori, ha scritto Arnoulet qualche settimana prima delle elezioni. Nella Seine-Saint-Denis le classi popolari «rappresentano il 53% della popolazione attiva», ma sono sotto rappresentate nei consigli comunali, dove (prima dell’ultima tornata elettorale) «le professioni superiori» occupano il 42% dei posti nonostante siano il 21% della popolazione attiva.
Tra la folla nella piazza di Saint-Denis, Youcef Brakni è venuto a godersi il momento. Militante dei quartieri popolari di Bagnolet (nel nord-est della banlieue di Parigi) e tra i fondatori del Comité Adama, il collettivo capeggiato da Assa Traoré che lotta contro le violenze della polizia, Brakni parla di Bagayoko chiamandolo per nome: «Con Bally ci conosciamo da anni, abbiamo militato negli stessi spazi per molto tempo», dice. «È una nuova generazione non tanto in termini anagrafici – Bally non è giovane – ma nel senso che incarna una linea politica che per molto tempo è stata marginalizzata», dice Brakni, ovvero quella di «un antirazzismo intransigente» che denuncia «il razzismo come un sistema di oppressione che domina una categoria della popolazione costruita come “pericolosa”, che viene presentata come una minaccia, una quinta colonna, il nemico dell’interno».
Ancora fino a pochissimo tempo fa, militanti come Brakni o Bagayoko erano ai ferri corti con le sinistre locali delle banlieues parigine e, in particolare, con il Partito Comunista francese, allergico ad affrontare temi come l’islamofobia o la violenza della polizia. Alle municipali «nel 2020 a Saint-Denis il Pcf ha perso l’elezione perché ha rifiutato di allearsi con la lista di Bally», ricorda Brakni.
Un errore che non è stato ripetuto, visto che nel 2026 i comunisti hanno sostenuto Bagayoko. La ragione del cambiamento risiede nel fatto che nell’ultimo decennio e mezzo, la “cintura rossa” attorno a Parigi, bastione del Pcf sin dal dopoguerra, ha cominciato prima a creparsi e poi a franare. Tra il 2005 e il 2020, i comunisti hanno perso Saint-Denis, Saint-Ouen, Aubervilliers, Bobigny, Le Blanc-Mesnil, per citare solo alcune delle più importanti città conquistate dalla destra, dai partiti di centro o dai socialisti.
«Il Pcf è stato a lungo il partito delle classi popolari e della classe operaia, ma quando queste si sono incrociate con gli eredi dell’immigrazione, non ha più saputo incarnarle», dice Eric Coquerel, deputato Lfi della Seine-Saint-Denis. Secondo lui, i comunisti hanno «perso il treno» rappresentato dalle «nuove mobilitazioni contro il razzismo», contro la violenza della polizia e dalle «nuove forme di militantismo» espresse in questi anni dai quartieri popolari. «Hanno mancato l’appuntamento con la nouvelle France», afferma Coquerel.
Lfi ha sostenuto numerosi candidati della “nuova Francia” in banlieue, primo tra tutti Bally Bagayoko. Ma in altri casi il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha appoggiato liste che erano invece concorrenti a quelle civiche guidate da figure dei quartieri popolari. A Le Blanc-Mesnil, per esempio, così come a Mantes-la-Jolie, i neo-sindaci Demba Traoré e Adama Gaye si sono trovati ad affrontare, ai rispettivi primi turni, delle liste concorrenti appoggiate da Lfi e da altri partiti di sinistra. Solo al ballottaggio queste ultime hanno accettato di appoggiare sia Gaye che Traoré, arrivati in testa al primo turno.
Con le urne oramai chiuse e due dozzine di sindaci razzializzati e di sinistra in piedi sul palco sotto al municipio di Saint-Denis, l’importanza dei calcoli degli apparati di partito appare del tutto relativa. A parlare, ora, è Aly Diouara. «Siamo precursori di qualcosa», dice, «e vorrei ricordare alla sinistra al caviale: ripigliatevi. Perché il treno siamo noi, ci siamo dentro, e stiamo arrivando».