da Internazionale del 22/05/2026
Gli adivasi sognano un loro stato
di Fabio Lovati, New Internationalist, Regno Unito
In India per la prima volta un partito che lotta per i diritti degli aborigeni è entrato in parlamento. E ha ripreso slancio l'idea di unire le aree tribali in uno stato.
I campi intorno al villaggio cominciano a brillare alla luce del mattino mentre Mahesh Rathwasi mi accompagna tra le case dei suoi vicini. È un bhil, fa parte di una delle più grandi comunità adivasi (aborigene) dell'India. Mi guida lungo sentieri di terra battuta, accanto a case senza recinzioni, poi si ferma e indica il paesaggio: "Sai come chiamiamo questo stato?", mi chiede riferendosi al Madhya Pradesh. "Il cuore dell'India, perché siamo proprio al centro del paese". Nelle regioni tribali dell'India centrale la politica sta cambiando lentamente e in sordina dopo l’ingresso nel parlamento nazionale, nel 2024, del Bharat adivasi party (Bap), il partito che Mahesh rappresenta nel suo villaggio. Questo evento ha acceso nuove aspettative tra le comunità adivasi e ora il partito vuole farle crescere ancora.
Molti bhil cominciano a radunarsi davanti alla casa di Mahesh. È un incontro informale, uno dei tanti che ha organizzato negli ultimi due anni per ascoltare le preoccupazioni della sua comunità. Mahesh resta in piedi, parla con calma, risponde alle domande, ascolta, con umiltà. Si volta verso di me: "Senti queste persone", dice. "Non si tratta più di bandiere o di partiti. Quello che conta davvero è altro: chi decide della nostra terra, dei nostri diritti e del futuro dei nostri figli?".
In questo clima di ritrovata forza identitaria, il movimento che si batte per il riconoscimento del Bhil Pradesh, uno stato tribale autonomo, è tornato al centro del dibattito politico nell'India centrale. Chiede la creazione di un nuovo stato che riunisca i distretti adivasi di Rajasthan, Madhya Pradesh, Gujarat e Maharashtra. Un tempo sarebbe stata una richiesta marginale ma negli ultimi anni si è trasformata in una rivendicazione politica esplicita, portata avanti in larga misura dalle comunità indigene.
I bhil sono rimasti a lungo sparsi tra diverse entità amministrative e senza una rappresentanza politica unitaria, fino alla svolta del 18 luglio 2024. Quel giorno, più di centomila persone delle comunità tribali provenienti da tutta l'India centrale sono state invitate da una rete di organizzazioni a riunirsi a Mangarh Dham, una collina sacra della memoria indigena, teatro di un massacro coloniale. Durante il raduno Maneka Damor, insegnante e attivista per i diritti degli adivasi, si è rivolta alla folla, definendo con chiarezza le differenze culturali e politiche dei bhil rispetto alle norme dominanti dell'induismo. "Gli adivasi non sono indù", ha dichiarato. “Le donne indigene non sono tenute a seguire il pandit (erudito indù), a mettersi il sindoor (la polvere rossa che le donne sposate si applicano lungo la scriminatura dei capelli) o a indossare il mangalsutra (una collana indossata da chi è sposata). È ora di concentrarsi sui diritti che al nostro popolo sono ancora negati: l'istruzione e la gestione della nostra terra". Le sue parole hanno risuonato oltre quel raduno.
Qualche giorno dopo Damor è stata sospesa dalla sua scuola per presunte violazioni delle norme di condotta del Rajasthan e per aver danneggiato l'immagine del dipartimento dell'istruzione: una decisione che molti bhil hanno interpretato come una censura davanti alla rinnovata autoaffermazione indigena. "Volevo spiegare che in passato le donne tribali non portavano il sindoor né il mangalsutra", racconta. "Dopo aver consultato documenti e libri, mi sono resa conto che queste pratiche non appartengono alla cultura tribale, e ho anche scoperto una sentenza della corte suprema del 5 gennaio 2011 in cui si riconosce che i popoli tribali non sono indù". Secondo Damor per questo la scuola è centrale, a partire dall'insegnamento della lingua tribale, che è diversa dall'hindi: "Per la nostra comunità l'istruzione è l'unico modo di emanciparsi e rivendicare i propri diritti", dice.