giovedì 28 maggio 2026

da La Stampa del 05/05/2026

Operazione speranza

di Federica Allosio


Alle 9,40 del mattino una carovana di uomini percorre in fila indiana le strade semideserte del centro di Oulx. Sono una cinquantina e indossano giacche a vento e scarponi da neve ricevuti dai volontari del rifugio Fraternitа Massi durante quella che da queste parti chiamano «la vestizione». L’ultima e spesso unica occasione per dotarsi del necessario prima di affrontare i sentieri ancora innevati che conducono in Francia. E ricevere zaini o tracolle in cui custodire i pochi ricordi della vita da cui sono fuggiti. I cancelli del rifugio si sono chiusi alle loro spalle da qualche minuto, dopo le ultime visite in ambulatorio e una partita di calcio improvvisata in cortile. Per il resto della mattinata e parte del pomeriggio i migranti saranno assistiti per strada da un medico di Rainbow for Africa e dai volontari.

Chiuso il rifugio Fraternitа Massi

Una soluzione d’emergenza resa inevitabile dalla scelta, sofferta, di tenere chiusa la struttura dalle 10 alle 17. Così da ridurre almeno in parte le spese necessarie per garantire la sopravvivenza di un progetto di accoglienza virtuoso capace di assistere ogni anno 20 mila persone. Un presidio umanitario indispensabile per il cui mantenimento occorrono 800 mila euro l’anno. Eppure, da tempo il rifugio può contare soltanto sulle donazioni dei privati, nel silenzio assordante delle istituzioni.

Guidati dai volontari, i ragazzi arrivano in piazza Garambois. E’ sul muretto di fronte all’ufficio del turismo che viene servita loro la colazione. «Qui possono acquistare i biglietti del pullman per Claviere a 3 euro e 30. A bordo li pagherebbero un euro in più» spiega Michela, attivista 23enne di On Borders. Porge un uovo sodo a Bekri, che di anni ne ha sedici e ha lasciato il Sudan per scappare dalla guerra dove suo padre è morto. Usa il traduttore del telefono per raccontare la sua storia.

Storie di migranti

«Sono partito da casa due anni fa. In Sudan i militari costringono i ragazzi ad arruolarsi, ma io non voglio combattere» le dita scorrono rapide sullo schermo dello smartphone. «Ho trascorso due mesi nei centri di detenzione in Libia - avvicina i polsi, simulando il gesto delle manette – spesso ci picchiavano e ci lasciavano senza cibo e acqua». Poi la fuga e il viaggio in mare verso la Grecia. Lungo la rotta che da qualche tempo i trafficanti sembrano prediligere a quella che conduce in Sicilia, dove i controlli sono più serrati. «Voglio raggiungere mia sorella in Olanda e studiare per diventare dottore». Siede accanto a decine di ragazzi eritrei, somali e sudanesi. A pochi passi da loro, sulla facciata del municipio, campeggia la targa «Benvenuti ad Oulx».

Il lungo cammino verso la frontiera

Chi non ha i soldi per pagare il biglietto del pullman prosegue a piedi il cammino verso la frontiera. Gli altri vengono condotti alla fermata da Jonathan, dell’associazione «No name kitchen». Non parla italiano, ma fa il possibile per rendersi utile. Così come le decine di ragazzi italiani e stranieri che ogni mattina arrivano ad Oulx all’alba per dare assistenza ai migranti fino alla riapertura del rifugio. Rassicurano occhi spaesati, forniscono raccomandazioni. Chi non parte viene accompagnato alla stazione, dove i volontari servono il pranzo in attesa del pullman delle 13 per Claviere e accolgono i nuovi arrivati.

Cinquanta medici

Con loro c’è anche Annalisa, medico volontario di Rainbow for Africa. E’ in pensione e almeno una volta a settimana sale ad Oulx. Trascina dietro di sé due valigie piene di farmaci e medicazioni. «Siamo una cinquantina tra medici volontari in pensione, specializzandi e neolaureati. Facciamo i turni per assicurare un presidio sanitario costante» racconta prima di allontanarsi per visitare su una panchina della sala d’aspetto della stazione Alm. Ha 20 anni, è originario della Somalia e in undici giorni ha percorso a piedi la distanza che separa la Grecia da Trieste. «Ho camminato nei boschi della Bosnia di notte in mezzo alla neve con quelle» spiega in inglese indicando un paio di scarpe da ginnastica. Ha un principio di congelamento al piede destro e la dottoressa l’ha convinto a fermarsi almeno una notte al rifugio prima di riprendere il cammino. Dovrà attendere la riapertura serale della Fraternità Massi seduto sul marciapiede, insieme agli altri. Mentre il tiepido sole primaverile cede il passo alle nubi.

Un flusso continuo

Dall’ultimo treno in arrivo da Torino sono intanto scesi tre uomini afghani e due ragazzine eritree di 15 e 16 anni. La più piccola tiene stretto tra le mani il peluche di un ippopotamo. E’ stata rinchiusa per due anni nei lager libici, dove ha subito violenze che preferisce non rievocare. «Ci facevano andare a dormire con i vestiti bagnati» si limita a dire in inglese. Ad accoglierla c’è Zineb, mediatrice e volontaria. Le offre una bevanda calda, poi un piatto di cous cous. Lei sorride e fa dondolare le gambe. L’orlo dei pantaloni svolazza sferzato dal vento gelido e così pure le grandi margherite bianche disegnate sopra. «Mia mamma è stata uccisa dai militari. Sono sola – sussurra - da grande voglio fare la hostess di volo».