da L’Eco del Chisone del 13/05/2026
Le parole per dirlo
NON HO BISOGNO DI DIO
di Derio Olivero (vescovo di Pinerolo)
Ho incontrato un gruppo di studenti delle superiori. Due ore insieme a parlare di fede. Due bellissime ore. Ecco alcune loro espressioni: "La fede ha risposte di cui non ho bisogno"; "Non mi pongo le domande sulla fede. Non serve"; "Non sento il bisogno di credere"; "Non mi interessa la fede. A me interessano le cose che mi fanno star bene”; “Io mi fido solo del mio istinto"; "La fede non cambia nulla"; "Se credo e poi non capita nulla resto solo delusa. Meglio non credere. Eviti tante delusioni"; "Non trovo motivi per credere". Ora, nel mio studio, a tarda sera, ripenso a queste frasi, ripenso a quei volti. Per loro Dio è assolutamente irrilevante. Noi adulti, noi preti non siamo più capaci di mostrare loro un Dio “interessante". Dio non tocca i loro pensieri e, soprattutto, non tocca le loro emozioni. Non tocca ciò che “sentono”. Questi giovani non sentono alcuna mancanza. In un manoscritto di Cristina Raddavero (che spero possa essere presto pubblicato) leggo una splendida espressione: "Il problema non è che Dio è morto. Il problema è che non sappiamo più nominare l'assenza" (Davide Rondoni). Per questi giovani non c'è alcuna assenza. E, pertanto, non c'è né nostalgia né ricerca. Chi ha perso qualcosa ne ha nostalgia e lo cerca. Questi giovani non hanno perso nulla. Sono già nati senza. Alla loro nascita Dio era già lontano. Per i loro genitori Dio stava già traballando. Forse ne rimaneva un'immagine sbiadita. Era una specie di soprammobile regalato dai nonni. Un soprammobile inutile, ingombrante. Senza fascino, senza utilità. Per i genitori aveva ancora un alone di affetto. Ora resta un simulacro vuoto. Un concetto vuoto. Antico e fuori moda. Fuori tempo. Irrilevante. “Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero. E’ già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza” (M. Heidegger). Questa importante definizione del filosofo ci inquieta: il massimo della povertà sta nel non saper più riconoscere la mancanza come mancanza. Il povero "normale" sente che gli manca qualcosa (cibo, acqua, casa). Il povero "ridotto male” non si accorge neppure più di ciò che gli manca. L'uomo normale sente la mancanza di aria e la cerca, l’attende, la respira a pieni polmoni. L'uomo "ridotto male" non sente la mancanza d'aria e muore asfissiato. L’uomo “ridotto male” non è l’ateo. E’, piuttosto, l’uomo che “basta a se stesso”. Che crede di bastare a se stesso. Senza domande, senza attesa, senza ricerca. Fermo al proprio istinto. Ridotto ai propri bisogni. Senza desideri. Gli basta sopravvivere. O è condannato a sopravvivere. Non sente l'assenza dei sogni. Non osa il mistero. Seduto su ciò che è ovvio. Ecco il nostro compito: nominare ancora l’assenza. Sentire meraviglia, vibrare per cose belle, sentire la nostalgia di altro, di oltre. Non rassegnarci all’ovvio. Non accontentarci di oggetti. Come scrive D. Rondoni: “C’è un punto in noi che non si piega/ alla funzione, al calcolo, alla resa./ E’ lì che Dio, se c’è, resiste./ Non nel tempio. Nella ferita”.