da “Ogni giorno la Tua voce” - 1979
di Franco Barbero
Sappiamo che la tua promessa non delude,
ma come mai è così difficile tenerla viva?
Abbiamo imparato persino a penetrare nel cuore dell’atomo,
ma non sappiamo vedere i segni che ci dai in questo tempo.
Tutto il mondo ci parla di noi e delle opere delle nostre mani:
tu sembri il grande assente tra mille evidenze.
I signori di questo mondo impongono la loro presenza,
tu invece nascondi la tua gloria nella povertà delle cose.
Le tue opere sovente sono molto diverse
da ciò che noi ci aspetteremmo da te;
di esse ci giunge soltanto e a stento
un'ombra, come un'eco lontana.
Le nostre "cose" fanno ressa e urgono
alla porta del nostro cuore;
la tua presenza invece è discreta,
attenta a non imporsi, ma a proporsi.
Perché questo, o Signore, è il tuo stile,
la povertà che tu hai scelto;
è la strada della proposta libera,
che non vuole farci violenza.
A volte la cappa del dubbio ci opprime
e la voglia di vedere e di toccare
ci prende e ci sconvolge,
come fu per Tommaso, uno dei dodici.
Siamo gente che forse cammina con te
come i viandanti di Emmaus,
ma abbiamo gli occhi bendati
e non sappiamo ancora riconoscerti.
A volte ci regali uno sprazzo di cielo
e poi torna ancora la notte:
ma nel cuore della notte
nasce sempre un nuovo giorno.
Eppure tu ami questa nostra vita
reale, concreta, priva di miracoli,
in cui giorno dopo giorno camminiamo,
spostando le tende come pellegrini del regno.
E’ bello sapere che tu sei con gli uomini e le donne:
li spingi avanti come la generazione dell'esodo
a guadagnare, lottando, qualche palmo di libertà.
Tu sei lì, in questo felice ed ostinato desiderio
di andare avanti, sempre e ancora, o Signore.
Il cammino di liberazione, ora felice ora crocefisso,
è il roveto ardente che non si consuma
e nel quale bisogna tuffarci continuamente
per incontrare la tua presenza e il tuo amore.
Tu ci chiami a sperare, a non fermarci, a far festa,
ad accendere fuochi e a intonare canzoni di vita!
Ci inviti a darci la mano, a non misurare ciò che si dà,
a ritornare poeti e fanciulli, come figli della risurrezione.