sabato 23 maggio 2026

da Pressenza del 22/05/2026

Dario Salvetti e Antonella Bundu: la Flotilla continua il suo percorso di terra

di Emanuela Bavazzano


Stamattina alla sede della Ex-GKN si è svolta la conferenza stampa di Antonella Bundu  e Dario Salvetti, appena tornati a Firenze dal sequestro subito dall’Esercito Israeliano per essere parte della Global Sumud Flottilla.

Antonella e Dario., due corpi, due menti, un compagno ed una compagna che tornano per incoraggiarci a continuare.

Partono con un ringraziamento: alla popolazione palestinese, perché, anche se lì si continua a morire, “abbiamo ricevuto messaggi di solidarietà dalla popolazione gazawi”: “dall’inizio alla fine in empatia con la Palestina”, dichiara Dario; il secondo ringraziamento: “a chi da terra ci ha sostenuto”, sostiene, al collettivo di fabbrica che resiste.

Continua Dario: “la cosa più grave è stata il sequestro in acque internazionali”, avvenuto per due volte, la seconda a 500 km da Gaza. Descrive cosa avviene: “arrivano forze speciali, ti puntano il mitra senza dirti perché ti sequestrano”; tutte le imbarcazioni battono bandiere internazionali, parecchie sono italiane. A partire dal sequestro, “48 ore di violenza generalizzata e tortura”; “non abbiamo riportato danni permanenti, di tipo fisico, siamo stati fortunati, per quelli di tipo psicologico, vedremo..”

Ci sarà tempo per ricostruire le narrazioni anche quelle dei vissuti interiori, ma Dario ed Antonella tengono soprattutto a restituire una rappresentazione collettiva, un significato collettivo ad una azione che non vuole chiudersi sul trauma privato, anche perché, prosegue Dario, “qualsiasi cosa abbiamo vissuto non è niente rispetto a quello che vivono le palestinesi e i palestinesi.

“Tecnicamente siamo stati in un campo di concentramento, eravamo dentro quattro container”; “sempre ammanettati con le fascette, con la testa in basso, non riuscivi nemmeno a camminare”.

Continua Antonella: “appena rilasciati dalla nave prigione, le immagini che sono girate hanno scandalizzato tutte e tutti, ma non è stato niente rispetto a quello che vivono subiscono le palestinesi e i palestinesi. La barca dove era Dario è sfuggita due volte alle intercettazioni, la prima volta io non ero nella stessa; la seconda volta, dopo il nostro naufragio, c’ero anche io.

“Navi da guerra in acque internazionali, ci hanno intercettato, col taser al collo di una persona, chiedendo chi era il capitano; mettevano le canzoncine, dicevano che ti portavano in Africa”; continua “sul gommone, in fila, a me mi hanno subito tolta dalla fila, mi hanno chiesto di togliermi i pantaloni, sotto avevo i fuseaux”; “ero il numero 263”; “rubate le scarpe, i calzini, i pantaloni tutti bagnati, tipo carro bestiame, rannicchiati l’uno sull’altro”; e poi… “sparavano, sparavano, prendevano la gente”; “un liquido giallo sparato su di noi, filo spinato sopra, venivamo ripresi, loro fieri di questo”; “ci hanno urlato, ci hanno tirato poi via dentro un tunnel mentre ti davano le botte, piegati, sbattuti, circa due ore, con l’inno di Israele, le fascette strette dopo tanto tempo fanno danno grave”.

Continua Antonella, con pathos determinazione com-mozione di chi vuole restituire il senso ed anche il sentimento: “ci hanno chiesto di firmare che siamo entrati illegalmente, non abbiamo firmato”; “sono arrivati gli avvocati, due minuti di tempo ciascuno”. “Oltre le manette, le catene ai piedi, a me mi hanno chiuso in una scatola di ferro un metro per un metro e mezzo con l’aria condizionata, tutta legata, non vedevi fuori, si sentiva un cane graffiare sulla porta di ferro, mentre i soldati urlavano, urlavano sempre”; “ti spingevano, anche quando eri giù giù”; mi chiamano: “Moro” … “chiaramente ero io”, dicendoci: “tutto il mondo vi odia”.

“Il giorno dopo non sapevamo che ci stavano per deportare, non avevamo l’orologio, non si sapeva dove eravamo, si intravedeva uno spiraglio di sole…all’ultimo momento ci hanno tolto le manette, siamo usciti a testa alta, insieme con i passeggeri normali, alcuni ci riprendevano, ci facevano il verso, ma sapevamo che era tutto finito”.

L’appello è a tornare ad indignarsi, a leggere anche la dimensione “grottesca”: “un sistema oliato, un dispiegamento di forze allucinante, grottesco”; “anche l’ultimo banchino di impiegati ti prendeva in giro; continua Dario: “passato l’ultimo pestaggio, parlato già con l’avvocato, pensavo fosse passato il peggio, invece due teste di cuoio hanno iniziato a colpirmi in zone che non si vedono, prendevano in giro”; “navi cargo container nel Mediterraneo non possono non essere viste, sono una prigione a cielo aperto”.

Con un’immagine “iconica” si chiude la conferenza stampa: “durante la seconda intercettazione, all’orizzonte si vede stagliarsi la sagoma di una nave militare e la sagoma di una barca a vela, la barca a vela punta dritto, tagliando la rotta alla nave militare”.

Il saluto è un momento carico di intensità gratitudine responsabilità, che ciascuna persona presente si deve assumere a portare testimonianza, continuare, insistere, resistere, Grazie Dario, Grazie Antonella, con il cuore e la mente con voi, con il popolo palestinese, per i diritti umani, perché la Memoria è anche farsi tramite di questa esperienza collettiva e restituirla, perché possiamo fare la nostra parte.