mercoledì 10 giugno 2026

confronti, maggio 2026

Ungheria. Il “dopo Orbán” tra europeismo e pragmatismo

Gjergji Kajana Giornalista freelance

La vittoria elettorale del partito Tisza guidato da Péter Magyar chiude sedici anni di governo di Viktor Orbán e apre una fase di riavvicinamento tra Budapest e l’Unione europea. Il nuovo esecutivo punta a sbloccare i fondi europei congelati e a ricostruire relazioni cooperative con Bruxelles, mantenendo però una linea pragmatica nei rapporti con Russia, Stati Uniti e Cina.

Nelle elezioni parlamentari del 12 aprile scorso l’Ungheria ha premiato con la maggioranza assoluta dei seggi il partito di Centrodestra moderato Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà), sancendo l’uscita di scena dalla guida dell’esecutivo del Fidesz (Unione civica ungherese) del primo ministro uscente Viktor Orbán, che governava da 16 anni su una linea nazionalconservatrice. Guidata dall’avvocato 45enne Péter Magyar, il trionfo della giovane forza d’opposizione si è innestato principalmente su una piattaforma focalizzata nel contrasto alla corruzione e allo stato deteriorato dell’economia.

L’Ungheria rappresenta solo l’1,1% del Pil dell’Unione europea, ma i conflitti orbaniani con Bruxelles e la contemporanea vicinanza di Budapest a Russia, Stati Uniti e Cina danno un risalto internazionale alla rotazione di governo.

L’orizzonte dell’esecutivo imperniato su Tisza apre il viatico a un riassetto più cooperativo della relazione comunitaria con Budapest ed accentra sull’Europa la postura internazionale generale del Paese. La stessa data del recente voto contiene un elemento simbolico per il rapporto del Paese con l’Ue: il medesimo giorno del 2003 un referendum nazionale approvò l’ingresso dell’Ungheria nelle istituzioni di Bruxelles.

 

UN “PONTE” TRA EST E OVEST

Il Paese magiaro si contraddistingue geopoliticamente per una posizione di territorio ponte tra Ovest ed Est. Nel periodo moderno l’unione con l’Occidente si affievolirà due volte: durante la conquista ottomana del XVI-XVII secolo e nella Guerra fredda con l’inserimento dell’Ungheria dentro il campo comunista. Nell’intermezzo dei due periodi avviene l’ingresso dentro l’Impero Asburgico a guida germanica da Vienna. Nel 1867 all’Ungheria viene accordata autonomia amministrativa dentro la compagine multinazionale imperiale. La sconfitta asburgica nella Prima guerra mondiale riformula l’assetto territoriale dell’Europa Orientale, con l’Ungheria che perde l’accesso al Mar Adriatico ed il controllo sulla Transilvania, Slovacchia meridionale, Transcarpazia, Vojvodina e Croazia a favore della Romania e dei nuovi stati di Cecoslovacchia e Jugoslavia. Circa tre milioni di ungheresi si trasferiscono sotto la sovranità politica dei Paesi vicini. Il lascito delle imposizioni alla sovranità subìte rimane forte nella coscienza nazionale e tre dei principali partiti parlamentari – Tisza, Fidesz, Mi Hazánk Mozgalom (Movimento “Nostra Madrepatria”) – appartengono all’alveo della Destra identitaria.

La riunione magiara con gli occidentali avviene dopo la Guerra fredda, rafforzata tramite l’inclusione di Budapest nella Nato (1999) e Ue (2004). Dal 2004 i fondi comunitari netti ricevuti dall’Unione hanno raggiunto 67,8 miliardi di euro, accelerando la crescita economica tramite esborsi infrastrutturali, in ricerca e sviluppo e programmi sociali. Le erogazioni di Bruxelles hanno esentato le casse pubbliche da spese come il sostegno alla produzione agricola.

Dal 2022, però, il trasferimento di circa 20 miliardi di euro di fondi Ue resta bloccato a causa della posizione critica di Bruxelles alla stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale e diritti della comunità Lgbtq+.(...)