mercoledì 3 giugno 2026

da Domani del 18/05/2026

La strada della radicalità 

Solo così la sinistra vince 

di Gigi Riva

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato

C’è un equivoco lessicale irrisolto quando si tenta, leninianamente, di rispondere alla domanda “che fare?” Che fare della sinistra italiana, soprattutto del Pd, soprattutto in vista delle elezioni che stanno dietro la curva degli ultimi mesi di legislatura? L’equivoco, di forma e di sostanza, sta nell’accavallarsi di due parole spesso usate come sinonimi ma che hanno significati assai diversi: radicalità ed estremismo. 

“Gloriose sconfitte”

È del tutto evidente, da diversi lustri, che in occidente la sinistra estremista è votata a quelle “gloriose sconfitte” che alimentano l’ego, producono la sindrome dell’orgoglio di minoranza. E relegano nell’ininfluenza. E allora la risposta spesso tentata con riflesso pavloviano è quella di cercare spazio sull’altro versante, verso quel centro che è meta agognata e irraggiungibile come un miraggio. Tanto da far supporre che, in un mondo fattosi settario, il centro non esista più, nonostante il sogno ricorrente di riproporre il modello egemone di un’altra epoca, la Democrazia cristiana.

Un aggettivo accompagna di solito quella caccia spasmodica al supposto cuore della politica: moderato. Il centro moderato. Senza comprendere che quell’elemento rassicurante è stato superato dal suo doppio. Il contrario del moderatismo è la radicalità. Sta tutto qui il dibattito scatenato dal sondaggio Izi, pubblicato su queste pagine il 9 maggio tra gli elettori del Pd. E sul quale sono variamente intervenuti con interpretazioni anche opposte il senatore Filippo Sensi, Mario Lavia, Gianfranco Pasquino e Marco Damilano.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’affannosa corsa a essere più realista del re della sinistra per essere accettata dal capitalismo trionfante e cercare di emendarsi dalla colpa di essere stata comunista ha prodotto programmi elettorali simili, se non addirittura sovrapponibili a quelli della destra. Oltre agli altri, con un difetto fatale: essere una copia. Tra la copia e l’originale, l’elettorato sceglierà sempre l’originale.

Nel nuovo millennio la sinistra ha vinto praticamente solo quando ha percorso un’altra strada, dopo aver pensato che la Terza via di Tony Blair fosse la panacea di tutti i mali salvo vederla naufragare e quindi affondare con la vergogna della guerra irachena. E la strada è quella della radicalità. Un progetto chiaro, alternativo, originale, per riprendersi il rapporto con le classi svantaggiate, l’ex bacino di consenso emigrato altrove perché non si era sentito più rappresentato.

La strada tracciata

Il caso più emblematico è quello di Alexis Tsipras e del partito Syriza in Grecia, un fulmine a ciel sereno che spalancò un universo del possibile grazie ad alcune parole d’ordine irrinunciabili e che sembravano desuete, coniugandole con un rigore che ha permesso di salvare il paese dalla bancarotta temperando le ricette troppo liberiste.

Antonio Costa, il socialista portoghese, è riuscito a restare al potere per 9 anni anche grazie ad accordi con un partito che osava ancora definirsi comunista. José Louis Zapatero in Spagna è riuscito a far tramontare la stella di José Maria Aznar, punta di diamante di una destra alleata con Bush figlio e Silvio Berlusconi e che sembrava imbattibile. Lo stesso colpo era riuscito in Francia a Francois Hollande, trionfatore su Nicolas Sarkozy. E sarà il caso di sottolineare che il suo precipitare nell’irrilevanza cominciò quando si dichiarò “socialdemocratico” dopo essere stato in precedenza orgogliosamente “socialista”. Si possono infine sommare due esempi che arrivano da oltreoceano, Barack Obama e Joe Biden, entrambi arrivati alla Casa Bianca con un programma radicale.

Questo è, grosso modo, il Pantheon a cui può far riferimento Elly Schlein tra il Mediterraneo e l’Atlantico. E’ diventata segretaria del Pd grazie al consenso tra i non iscritti, dunque con una capacità conclamata di allargare gli argini di un fiume di voti altrimenti troppo stretto per vincere. Essendo il Pd il partito di gran lunga maggiore dell’opposizione può e deve trovare la forza per imporre a chi ci sta alcuni punti chiave non negoziabili per dirsi pienamente di sinistra. Uguaglianza dei punti di partenza, redistribuzione del reddito (sì, anche quella), salario minimo. Scuola e sanità come pilastri del welfare per migliorare le condizioni delle classi disagiate. E per quanto riguarda le guerre, una chiara distinzione tra aggressore e aggredito in nome della scelta della nonviolenta (non significa pacifismo a ogni costo). Differenziarsi insomma. Sfatare il luogo comune qualunquista per cui i politici “sono tutti uguali”. Non lo sono.

Esistono ancora la destra e la sinistra, sono alternative, non si possono consociare. E la seconda difende concetti che dovrebbero piacere a tutti. Come uguaglianza e fraternità (dando per scontata, se possibile, la libertà).