lunedì 1 giugno 2026

da Il Fatto Quotidiano del 09/03/2026

Gli ayatollah sfidano Usa e Bibi: “La Guida suprema è stata scelta”

di Farian Sabahi


Fumata bianca: il conclave degli ayatollah ha portato alla selezione del prossimo leader supremo, colui che succederà ad Ali Khamenei, ucciso nel bombardamento statunitense e israeliano di sabato 28 febbraio. L’obiettivo non è stato scegliere il migliore degli uomini possibili, il più pio oppure il più dotto. Dopotutto, un vecchio adagio sulle elezioni monastiche della Chiesa cattolica recita: si doctus doceat (se dotto che insegni), si pius oret (se è pio che preghi), si prudens regat (se è accorto che governi). Questo proverbio vale anche per gli sciiti: il prossimo leader supremo deve garantire la continuità della Repubblica islamica e traghettare l’Iran fuori dalla guerra.

Il parallelo con la Chiesa di Roma non è del tutto fuori luogo. Il Papa è il successore di San Pietro, e San Pietro era il rappresentante di Cristo in terra. In Iran, il vali-e faqih (giureconsulto) esercita le funzioni del dodicesimo Imam, ovvero del discendente diretto del profeta Maometto andato in occultamento, ed è quindi la guida suprema dell’islam sciita in terra. Se il pontefice è un capo spirituale, il vali-e faqih è un sovrano teocratico, rappresenta la massima autorità politica e religiosa in Iran e ha l'ultima parola su tutte le questioni di Stato, dalla politica estera alla sovranità nucleare. Ieri l’assemblea degli Esperti, ovvero l’organismo religioso incaricato di eleggere il nuovo leader, ha raggiunto una decisione.

Il nome non è stato reso noto, ma uno dei membri dell’Assemblea degli Esperti ha comunicato che il nome di Khamenei “continuerà”. Questo lascia pensare che ad assumere l’incarico potrebbe essere Mojtaba, il secondogenito del defunto Khamenei. Classe 1969, è una delle figure più influenti dietro le quinte. Suo padre era un attivista religioso che partecipò alla rivoluzione contro lo shah Mohammad Reza Pahlavi e diventò poi uno dei principali dirigenti della nuova Repubblica islamica dopo la rivoluzione del 1979 per succedere all’ayatollah Khomeini nel 1989. Dopo la scuola secondaria, Mojtaba entra nei pasdaran, partecipa negli ultimi anni alla guerra contro l'Iraq (1980-1988), per poi intraprendere studi religiosi in un seminario sciita nella città santa di Qom.

Dal 1997 Mojtaba è operativo nell’ufficio del padre con funzioni politiche e di sicurezza. A differenza di molti politici, ha sempre mantenuto un profilo pubblico basso, ma ha avuto un peso rilevante. Ha costruito una rete di relazioni tra i vertici religiosi e i servizi di sicurezza, è ritenuto molto vicino ai pasdaran e ai miliziani basij. Di fatto, ha sempre esercitato il potere senza avere incarichi pubblici. La sua figura è controversa, tant'è che è stato accusato da esponenti dell'opposizione di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2009 a favore di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste che seguirono, note come Onda verde, furono represse con durezza e Mojataba è stato indicato come uno dei coordinatori della repressione di regime. Se a diventare leader supremo fosse Mojataba gli iraniani rischierebbero di passare dalla padella alla brace. Il secondogenito di Khamenei è infatti ritenuto ancora più radicale del padre, più militare che militante religioso. Se in una fatwa (editto religioso) il padre aveva dichiarato haram (illecito) il possesso e l’uso dell’atomica dal punto di vista religioso, il figlio non esiterebbe a reinterpretare le scritture: quando la fede e la vita dei credenti sono in grave pericolo, mentire diventa verità.