da Il Manifesto del 09/06/2026
Dal Sudan ai Balcani senza rifugio
di Annaflavia Merluzzi
Dopo tre anni di viaggio, con i piedi stanchi e incalliti, A.D. è arrivato alle porte dell’Europa. Per quattro volte, quando ha provato a entrare in Croazia per chiedere asilo, le ha trovate chiuse. A ventidue anni ha lasciato Nyala, la sua città natale in Sudan, quando il sud del Darfur è caduto nelle mani delle Forze di supporto rapido (Rsf). Il 15 aprile 2023 la milizia ha preso d’assalto le strade, le case, le piazze. Nella sua mente ripercorre i rapimenti, le esecuzioni pubbliche, la scelta di partire. Come lui, tanti sudanesi sono passati attraverso il Ciad e la Libia, alla volta dell’Europa.
COME LUI, TANTI SUDANESI hanno incontrato i confini militarizzati, i manganelli della polizia croata, il rifiuto di registrare la loro richiesta di protezione internazionale nonostante ne avessero pieno diritto, anche e soprattutto quando ne hanno manifestato la volontà. La diaspora sudanese ora è concentrata nelle case abbandonate e nel campo profughi di Bihac,, la cittadina bosniaca da tempo snodo centrale della rotta migratoria che passa per i Balcani, a pochi chilometri dalla Croazia.
«Sono qui da due mesi. La prima volta che abbiamo attraversato il confine eravamo in sette, abbiamo fatto dieci chilometri e poi siamo stati circondati dalle autorità croate. Ci hanno picchiato, spogliato e rubato telefono e soldi», racconta A.D., ripercorrendo i respingimenti collettivi della polizia croata, illegali secondo la Convenzione di Ginevra e la carta dei diritti dell’Unione europea. «Ci hanno percosso talmente forte che uno di noi non riusciva più a camminare, lo abbiamo portato in braccio nella foresta fino alla strada». Una delle pratiche usuali delle forze di frontiera croate è tenere chiusi i migranti in un furgone per ore, con l’aria gelida d’inverno e il calore al massimo l’estate. «Alcuni spesso vomitano per l’assenza di ossigeno», spiega A.D.
«La seconda volta è stata anche peggio, in quattro abbiamo camminato per tre giorni, attraversando due fiumi. Faceva freddo e pioveva, la polizia ci ha tolto scarpe e giacche invernali, scaricandoci al confine con la Bosnia semi nudi».
ACCANTO A LUI, M.Q. ricorda la frase rivoltagli da un poliziotto: «Mi ha chiesto se fossi musulmano, ho risposto di sì. Mi ha detto che l’Europa è solo per i cristiani, di tornarmene nei paesi arabi. Sono rimasto in silenzio». È seduto, insieme a una decina di connazionali, su un muretto fuori dal campo profughi di Lipa. La struttura dista 23 km da Bihac, per andare in città ci vogliono cinque ore a piedi e non esistono mezzi di trasporto. È costituita da container, dove dormono e mangiano i masafer («viaggiatori») e da un caffè dove l’ong Ipsia serve cibo, bevande e organizza attività di svago. Ora, il campo ospita circa 700 persone, quasi tutte costrette in un limbo dopo numerosi fallimenti di ingresso in Croazia.
I sudanesi sono centinaia, molti sono scappati da El Fasher o El Geneina, nel Nord Darfur, a causa delle persecuzioni etniche subite. Sono quasi tutti Fur e Masalit, le tribù più colpite dalle Rsf durante le razzie. Il Sudan continua a essere tradito dalla comunità internazionale, incapace di sanzionare chi profitta dal conflitto e di accogliere chi fugge. Mentre il paese entra nel quarto anno di guerra, i coinvolgimenti degli stati terzi sono conclamati da report Onu e inchieste, l’Europa sa delle armi vendute dagli Emirati Arabi alle Rsf e dell’addestramento militare fornito dall’Etiopia, ma non agisce.
A.D. e M.Q. raccontano storie collettive, di un esilio forzato che non trova sollievo. Raccontano una violenza sistemica nelle foreste croate, dove fare il game – così, chiamano il tentativo di entrare in Europa – implica spesso delle discriminazioni anche di classe. Chi può permetterselo, infatti, ricorre ai trafficanti e fa il «taxi game», pratica che prevede il passaggio in macchina fino all’Italia o la Francia, dove possono finalmente presentare richiesta di protezione internazionale. La comunità sudanese, però, raramente ha i soldi per farlo. «Io – dice A. D. – sono riuscito a pagarne una versione ridotta, dopo tre respingimenti ero disperato, ma al confine hanno perquisito la macchina e mi hanno beccato. Essendo alla frontiera, però, davanti a tanta gente, almeno non mi hanno picchiato, mi hanno solo rubato il telefono», Era al suo quarto tentativo.
A sorprendere ma non troppo, è il fatto che la polizia croata riservi lo stesso trattamento anche ai minori non accompagnati. La notte in cui è stato respinto perseguita ancora i ricordi di N.T., ragazzo gambiano che ha lasciato Serrekunda da rifugiato politico. Suo padre era un attivista per i diritti umani e dissidente, avvelenato durante una cena governativa a cui era stato invitato con l’inganno.
ANCHE N.T. aveva cominciato a seguire le orme del padre, partecipando alle attività studentesche. Quando ha compiuto 15 anni ha riferito in parlamento come rappresentante del movimento giovanile, e sono cominciate le minacce. Sua madre, temendo che venisse ucciso anche lui, è riuscita a farlo fuggire in Serbia insieme a un amico di famiglia, da Belgrado hanno raggiunto Bihac e tentato di passare in Croazia. Anche lui è tornato seminudo nella cittadina bosniaca, raccontando le percosse e i furti delle autorità croate. Anche a lui non è stata concessa l’identificazione nel paese europeo di ingresso, come previsto dal Trattato di Dublino, né lo status di rifugiato politico, previsto dalla Convenzione di Ginevra.
Ora ha chiesto asilo in Bosnia Erzegovina, che ha un tasso di rigetto del 90%. Anche lui aveva creduto al mito dell’Europa terra aperta e del diritto.