da Il Manifesto del 10/04/2026
<<Ricordate Avignone>>, il Pentagono preme sul papa
di Luca Kocci
L’appuntamento per la veglia di preghiera per la pace presieduta da papa Leone XIV è domani alle 18 a San Pietro. È stato lo stesso pontefice a convocarla a Pasqua, quando la tensione fra Usa e Iran era già altissima. E a rilanciarla mercoledì, durante l’udienza generale, quando ha comunque accolto «come segno di viva speranza» l’annuncio di una tregua di due settimane fatto nella notte da Trump. Poche ore prima infatti, con toni da Armageddon, il presidente Usa aveva dichiarato che «un’intera civiltà» – quella iraniana – sarebbe stata distrutta, se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz. Una minaccia subito bollata come «inaccettabile» dal papa, che ha anche invitato i cittadini a fare pressioni sui politici a «lavorare per la pace e rifiutare la guerra».
In questi mesi la dialettica fra i due americani, Trump e Prevost, è stata costante, con il primo (insieme all’israeliano Netanyahu) ad alimentare la retorica bellica – non solo a parole ma con missili e bombe – e il secondo a rintuzzare in modo sempre più esplicito, sebbene senza mai nominare il presidente Usa.
Dai media di Oltreoceano filtra ora un’indiscrezione che conferma la forte tensione fra Città del Vaticano e Washington. Lo scorso 9 gennaio, durante l’udienza agli ambasciatori accreditati presso la Santa sede, Leone afferma che «a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati», che «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando». Pochi giorni dopo il sottosegretario Usa alla difesa Elbridge Colby convoca al Pentagono il cardinal Christoper Pierre, allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, per far sapere al papa che gli Usa hanno la forza militare per fare «quello che vogliono e che la Chiesa farebbe bene a schierarsi dalla loro parte». E un altro funzionario trumpiano evoca la «cattività avignonese», cioè il trasferimento del papato in Francia dopo il conflitto fra il re Filippo il Bello e Bonifacio VIII all’inizio del 1300. Il Pentagono conferma l’incontro, ridimensionandone la portata, la Santa sede non smentisce: quindi il colloquio c’è stato.
La risposta indiretta della Santa sede arriva il mese dopo: viene rifiutato l’invito rivolto al pontefice a visitare gli Usa in occasione del 250mo anniversario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, il 4 luglio 2026. Ma non solo: il 19 febbraio la sala stampa vaticana annuncia che il 4 luglio Prevost sarà a Lampedusa, anche per ricordare il primo viaggio di Bergoglio (8 luglio 2013), che dall’isola siciliana denunciò la «globalizzazione dell’indifferenza». In un luogo, quindi, molto lontano da Washington, non solo geograficamente.
Nelle settimane successive e fino a questi giorni Leone non ha alzato i toni – com’è nel suo stile – ma non ha indietreggiato. Alla Domenica delle Palme ha detto che nessuno può usare il nome di Dio «per giustificare la guerra». Giovedì santo ha parlato di «occupazione imperialistica del mondo» e di «violenza che si fa legge». A Pasqua ha invitato «chi ha il potere di scatenare guerre» a «deporre le armi» e «scegliere il dialogo e la pace». Ieri, poi, ha ricevuto in Vaticano il nuovo nunzio negli Usa, monsignor Caccia, e David Axelrod, stratega delle campagne elettorali di Obama. Chissà se è stato un caso.