lunedì 29 giugno 2026

da Internazionale del 12/06/2026

I veri motivi del crollo demografico

di John Burn-Murdoch, Financial Times, Regno Unito


Il tasso di natalità è in forte calo in quasi tutti i paesi, a prescindere dalle differenze economiche e sociali. Ma c’è un fattore che potrebbe spiegare questa tendenza.

In più di due terzi dei 195 paesi del mondo, il numero medio di figli partoriti da una donna è sceso al di sotto del “tasso di sostituzione” di 2,1, la soglia che mantiene una popolazione stabile in assenza di immigrazione. In 66 paesi la media è più vicina a uno che a due. In alcuni stati il numero di figli più comune per una donna è zero.

Il ritmo e la portata di questo declino vanno oltre le aspettative. Appena cinque anni fa, le Nazioni Unite prevedevano che nel 2023 i nuovi nati in Corea del Sud sarebbero stati 350mila. Hanno esagerato del 50%: il dato reale è stato 230mila. I paesi a reddito medio e alto combattono contro il calo demografico da più di mezzo secolo, ma il fenomeno ha accelerato nettamente negli ultimi dieci anni.

Nonostante il calo delle nascite derivi da diversi fattori, l’analisi dei dati - dai registri della popolazione alle ricerche su Google - suggerisce che il crollo recente sia legato all’uso che facciamo della tecnologia.

Il fenomeno riguarda tutto il mondo. Fino a poco tempo fa i tassi di natalità molto bassi e in rapido calo erano una preoccupazione soprattutto dei paesi ricchi, ma oggi i paesi in via di sviluppo hanno indici inferiori a quello di stati molto più ricchi. Nel 2023 il tasso di natalità del Messico è sceso per la prima volta sotto quello degli Stati Uniti. In seguito la stessa cosa è successa anche in Brasile, Tunisia, Iran e Sri Lanka. I paesi a reddito medio e basso stanno diventando anziani prima che ricchi.

L’invecchiamento della popolazione riduce la forza lavoro e rallenta la crescita della produttività e del tenore di vita. Lo stallo economico del Giappone dagli anni novanta è dovuto quasi interamente al calo delle nascite, che ha provocato una contrazione del numero di cittadini in età da lavoro. La pressione fiscale causata dall’inevitabile aumento della spesa pubblica per le pensioni e l’assistenza riduce anche gli investimenti nelle infrastrutture, contribuendo a creare un senso di declino che alimenta il populismo.

“Il calo delle nascite è la grande questione del nostro tempo”, sostiene Jesus Fernandez-Villaverde, professore di economia dell’università della Pennsylvania ed esperto delle conseguenze dei cambiamenti demografici. Secondo Fernandez-Villaverde quasi tutti i problemi delle società moderne derivano dal crollo del tasso di natalità. “Tutto il resto è una conseguenza”.

Non bisogna essere per forza Elon Mask, secondo cui il calo della natalità rappresenta “il più grave rischio per la civiltà”, per rendersi conto che il fenomeno sta aggravando alcuni dei principali problemi sociali ed economici del mondo.

Alcuni sperano che una popolazione più piccola possa aiutare ad affrontare il cambiamento climatico. Ma uno studio recente ha rilevato che nel corso dei prossimi decenni tassi di natalità inferiori avranno al massimo un impatto trascurabile sulle emissioni.

La natalità sta crollando nonostante i desideri delle persone, non a causa di essi. La maggior parte dei giovani dichiara ancora di volere circa due figli, perfino in Corea del Sud, dove la maggioranza delle donne non ne ha nemmeno uno. Piuttosto esiste un “divario di fertilità” tra gli obiettivi e i risultati, dovuto a frizioni e frustrazioni legate soprattutto alla vita moderna, come le case e, sempre più spesso, gli smartphone.

Nei decenni scorsi il tasso di natalità mondiale scendeva perché le coppie avevano meno figli. Oggi invece la ragione principale è che ci sono meno coppie. Se la percentuale di matrimoni e convivenze negli Stati Uniti fosse rimasta costante nell’ultimo decennio, il tasso di natalità del paese oggi sarebbe più alto rispetto a dieci anni fa.

Uno studio pionieristico condotto dal demografo Stephen Shaw indica che negli Stati Uniti e in gran parte dei paesi ad alto reddito il numero di figli per madre è stabile o addirittura in aumento. Ma la percentuale di donne che decidono di diventare madri è calata sensibilmente negli ultimi 15 anni.

Curva a K

Tra gli stereotipi associati spesso a questa tendenza c’è l’idea che molte donne antepongono la carriera ai figli o quella secondo cui diverse coppie scelgono di non avere figli nonostante abbiano la possibilità per farlo.

Ma in molti paesi il declino delle nascite e delle coppie è decisamente più marcato tra le persone meno istruite e con i redditi più bassi. Di contro la percentuale di laureati che decidono di vivere in coppia e avere figli è stabile o addirittura in crescita. La formazione delle famiglie, a quanto pare, ha assunto un andamento a K, più alto per i redditi superiori e più basso per quelli inferiori.

Gli interventi degli stati nei paesi più ricchi non hanno arrestato la tendenza. A partire dagli anni ottanta i paesi sviluppati hanno triplicato la spesa pro capite in termini reali per gli assegni familiari, i servizi per l’infanzia e i congedi, mentre la partecipazione dei padri nella gestione dei figli è cresciuta costantemente. Eppure le nascite sono calate lo stesso, passando da 1,85 figli per donna a 1,53.

Molti scelgono una vita da single e senza figli, ma i dati indicano che il numero di persone che trovano un partner e hanno figli sta calando nonostante le intenzioni. Questa tendenza è particolarmente pronunciata tra i meno abbienti e si accompagna a un senso sempre più profondo di solitudine e frustrazione nei rapporti. In diversi paesi ricchi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito, negli ultimi decenni gli alloggi hanno rappresentato un forte ostacolo alla formazione delle famiglie.

Secondo un’analisi del Financial Times, fino a metà del calo delle nascite emerso dagli anni novanta può essere attribuita alla diminuzione delle case di proprietà e all’aumento dei giovani adulti che vivono ancora con i genitori.

In situazioni simili, l’assenza di un alloggio a lungo termine rappresenta una barriera per altri impegni a lungo termine. Ma questo non basta a spiegare il crollo della natalità più recente né la sua portata globale.

Nei paesi nordici, per esempio, le nascite sono diminuite nonostante la stabilità economica e l’aumento del numero di giovani adulti che vivono da soli invece che con i genitori o con dei coinquilini.