da Le Monde Diplomatique del 06/2026
LA GUERRA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Gli Stati uniti hanno un piano
di Evgeny Morozova
La condotta imprevedibile del presidente statunitense nasconde forse una coerenza, consistente in un formidabile ritorno dello Stato nell'economia, uno Stato però guidato da banchieri d'investimento? Donald Trump persegue in effetti la stessa strategia del suo predecessore: organizzare la sovranità statunitense nei confronti della Cina nei settori critici della difesa e dell'intelligenza artificiale
Con Donald Trump è facile confondere la retorica avversativa con la trama di fondo. La prima - insulti, capricci doganali, traffici di criptovalute, melodrammi ministeriali, crudeltà calibrate per le telecamere - attira l'attenzione sulla pista del circo. La seconda si esprime in dollari. E quello attuale è il più grande budget per la difesa nella storia degli Stati Uniti in valore nominale (vicino, in termini reali, al picco annuale raggiunto quando il paese era in guerra contro Adolf Hitler): 1.500 miliardi di dollari. Per mettere insieme una somma simile, serve tutta l’eleganza aritmetica di un uomo che non esita a sottrarre ai cittadini i servizi pubblici che li nutrono, li scolarizzano e li curano.
Questo bilancio è destinato a finanziare la trasformazione strutturale dello Stato americano, della sua economia e del suo posto nell'ordine mondiale. La repubblica lascia cadere in maschera del libero mercato, anche se l'Agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa (Darpa), il fondo di investimento dell'Agenzia centrale di intelligence (Cia) In-Q-Tel, i laboratori nazionali e altri strumenti dello «stato sviluppi nascosto», come lo ha chiamato l'economista Fred Block, esistono da tempo. Ormai, alla luce del giorno Washington seleziona settori di attività, fissa prezzi, acquisisce partecipazioni in società private e condiziona gli aiuti internazionali alla lealtà politica dei beneficiari. Il vocabolario della guerra fredda e quello successivo alla caduta del Muro non sono più adeguati. «Keynesismo militare» significava incentivare la domanda aggregata aumentando la spesa per la difesa, «neoliberismo militare» intendeva lo stesso obiettivo, passando attraverso finanziatori privati e catene di fornitura deregolamentate.