da Rocca del 01/05/2026
Il Vangelo e la forza: fede e potere
di Tonio Dell’Olio
Il confronto tra papa Leone XIV e Donald Trump non è uno scontro personale, né una schermaglia tra leadership. E’ qualcosa di più profondo: il riemergere di una frattura antica tra la fede come criterio morale universale e la politica come esercizio della forza. Le dichiarazioni scomposte dell'amministrazione americana tradiscono un’incomprensibile radicale, non tanto del papa quanto del piano su cui egli si muove. Leone XIV non contesta strategie né propone alternative geopolitiche: scardina il linguaggio stesso con cui la guerra diventa accettabile. Quando parla di <<delirio di onnipotenza>> o di <<idolatria della forza>>, quando definisce blasfemo l'uso del nome di Dio per giustificare le armi, non entra nel dibattito: lo supera. E’ questo che irrita il potere. Un potere fondato sulla deterrenza può reggere il confronto politico, ma fatica davanti a chi ne mette in discussione le fondamenta morali. Non potendo assimilare quella voce, prova a delegittimarla. Così però ne rileva la forza. Per la prima volta questa tensione si consuma dentro l’Occidente. Leone XIV è figlio dell'America a stelle e strisce: non può essere liquidato come estraneo, come accadde con papa Francesco. Ma la sua biografia - Chicago e il Perù - rompe ogni schema identitario. E’ interno ed eccentrico insieme. E proprio per questo disarma. Il punto non è Trump, ma la saldatura tra religione e potere militare, tra linguaggio sacro e logica bellica. Una saldatura globale: dalle “guerre giuste” alle teologie che benedicono le armi, fino a un misticismo politico che trasfigura i leader. Qui la Santa Sede incontra i nuovi “signori della guerra”. Tradizionalmente ha scelto diplomazia e dialogo. Ma quando la guerra diventa linguaggio dominante, il silenzio rischia di farsi complicità. La parola del papa si fa allora più netta. Non è contro-politica. Leone non scende nell’arena: resta sul piano del Vangelo. <<Beati i costruttori di pace>> non è uno slogan, ma una frattura: da una parte la forza che promette sicurezza e produce paura, dall’altra una pace esigente che chiede limite e responsabilità. Il nodo è antropologico. La guerra nasce nei linguaggi prima che nei campi. Quando diventa “inevitabile”, è già iniziata. E quando Dio la giustifica, la fede si rovescia: non giudica il potere, lo legittima. E’ questo contorcimento che Leone smonta, svuotando dall'interno la grammatica della guerra. Un lavoro lento ma decisivo, perché tocca le coscienze. Da qui nasce anche una domanda radicale per la Chiesa: può limitarsi alla denuncia o deve arrivare a sanzioni estreme? L'ipotesi di una scomunica per chi provoca, prepara o scatena guerre non è più solo provocazione teorica, ma possibile sviluppo coerente di una dottrina che definisce la guerra “bestemmia". Sarebbe un gesto profetico, capace di segnare un confine netto tra Vangelo e violenza. La reazione del potere è nervosa perché avverte una parola che non si lascia usare. Disarmata, dunque disarmante. In un tempo che torna al ferro e al fuoco, la fede autentica resta controcorrente: non perché ingenua, ma perché rifiuta la violenza come destino. E continua a indicare un'altra possibilità. Qui sta la vera posta in gioco: non chi vince, ma quale idea di uomo e di mondo vogliamo abitare.