domenica 28 giugno 2026

da Volere la Luna del 26/06/2026

Per l’Europa le donne afghane non esistono

di Gianni Tognoni


Una delegazione del regime talebano dell’Afghanistan, composta di cinque rappresentanti (ovviamente maschi), è a Bruxelles per discutere con esponenti della Commissione europea del rimpatrio forzato di migranti afghani. Il fatto è di estrema gravità, ancor più lo è tenendo conto che la visita è l’esito di contatti avviati da mesi, durante i quali la documentazione della sistematica e istituzionalizzata discriminazione nei confronti delle donne del Paese si è arricchita di rapporti e accertamenti di una situazione sempre più drammatica e incompatibile con la possibilità di considerare l’Afghanistan un interlocutore in politiche di respingimento.

Tra i vari materiali ci sono i risultati della Sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) dedicata alle donne afghane, conclusasi con una sentenza resa pubblica nel dicembre 2025. Sulla base di una documentazione estremamente dettagliata, presentata durante tre giorni da numerosi testimoni, in presenza e da remoto, e di rapporti tecnici che hanno incluso anche gli aspetti più direttamente legati alle pretese esigenze della religione islamica, la giuria internazionale in maggioranza di donne, presidente sudafricana e componenti provenienti da Spagna, India, Stati Uniti, Afghanistan e Italia) ha emesso all’unanimità una sentenza, ai sensi dell’art. 7 del proprio statuto, con cui ha dichiarato dieci leader talebani, nonché il gruppo stesso dei talebani, responsabili di crimini contro l’umanità e di persecuzioni di genere e ha, contestualmente, dichiarato che lo Stato dell’Afghanistan sta violando gli obblighi derivanti dai vari trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani, pur da lui sottoscritti, e che c’è, nel Paese, un sistema di apartheid, ovvero un regime di segregazione, esclusione e dominio istituzionalizzato. In quanto autorità di governo de facto – ha argomentato il TPP – i talebani sono responsabili diretti di una campagna di persecuzione di genere volta a cancellare le donne dalla vita pubblica e a ristrutturare la società afghana attorno alla supremazia maschile. Le testimonianze di sopravvissute, di testimoni e di organismi internazionali concordano sull’esistenza di una situazione di esclusione sistematica, di divieto di parola, di istruzione e di lavoro, di cancellazione dalla vita pubblica, di imposizione di un rigido codice di abbigliamento, di limitazione dell’accesso all’assistenza sanitaria e di punizione del dissenso. Imponendo alle donne di essere sempre accompagnate da un parente stretto di sesso maschile (il mahram), i talebani hanno limitato non solo la loro libertà di movimento, ma anche il loro accesso alle strutture sanitarie e ai medici. Hanno, inoltre, istituzionalizzato la discriminazione e la repressione delle donne e delle ragazze afghane emanando più di 100 editti e decreti vincolanti, applicati con meccanismi che le soggiogano e le controllano, sia individualmente che collettivamente. I talebani, poi, prendono sistematicamente di mira le attiviste, utilizzando sistemi di sorveglianza e reprimendo chi partecipa alle proteste con arresti arbitrari, tortura, maltrattamenti e violenza sessuale durante la custodia, confessioni estorte. Diverse attiviste sono anche oggetto di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Le ultime inchieste, di maggio-luglio dello scorso anno, della stampa internazionale confermano il permanere di questa situazione con diversi casi di suicidio di giovani donne pur di sfuggire al controllo maschile cui erano state sottoposte. La limitazione dei diritti delle donne costituisce un progetto politico legato a rivendicazioni di ripristino dell’identità nazionale e di difesa di valori culturali e religiosi. Pertanto, il dominio di genere dei talebani non è casuale, ma sistematico e strutturale, intessuto nell’ideologia di governo dello Stato. Ciò produce un sistema di discriminazione istituzionalizzata che prende di mira le donne come gruppo e considera la loro esclusione una condizione necessaria per l’ordine sociale. Le conseguenze della discriminazione sistematica dei talebani sono profonde e multidimensionali e vanno oltre le violazioni dei diritti individuali, rimodellando il panorama sociale, economico e politico dell’Afghanistan.

Le evidenze portate al TPP, spesso emotivamente tragiche, di negazione della ‘nuda vita’ delle donne di tutte le età, con implicazioni ovvie e specificamente gravi per la loro ripetitività e arbitrarietà anche su persone con malattie, disabilità e fragilità, sono un ulteriore contributo di visibilità di un sistema che, prima e al di là di essere un crimine, è intollerabile e prosegue nel silenzio connivente degli Stati.

Fin dalle prime notizie dell’invito della UE ai talebani, pertanto, il TPP ha assunto una serie di posizioni e raccomandazioni che è utile conoscere come sintesi delle possibili implicazioni di quanto sta succedendo. La normalizzazione dei rapporti con il Governo di fatto dei talebani ha numerose conseguenze. In primo luogo, incoraggia i talebani, riducendo la leva d’azione internazionale: quando gli Stati chiudono gli occhi sulla repressione di genere perpetrata dai talebani, infatti, consentono loro di imporre la segregazione di genere non solo a livello nazionale, ma anche all’interno di altri paesi sovrani. In secondo luogo, la normalizzazione ha un impatto profondo sulla normativa internazionale e sui diritti umani, minando l’universalità dei diritti delle donne e veicolando il messaggio che le loro libertà possano essere sacrificate per convenienza politica. In terzo luogo, l’impatto sulle consuetudini internazionali è profondamente preoccupante: mostrando che i governi responsabili di violazioni di massa dei diritti delle donne e delle ragazze possono comunque godere di relazioni diplomatiche ed economiche internazionali, esso erode il risalente rifiuto di normalizzazione dei regimi di oppressione istituzionalizzata. In quarto luogo ha gravi conseguenze sui sistemi di responsabilità, indebolendo le istituzioni, come la Corte Penale Internazionale (CPI) e la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che la comunità internazionale ha costruito con un impegno di decenni e per le quali le donne afghane hanno lottato per anni. Queste strutture sono state istituite proprio per impedire l’impunità di cui i talebani godono oggi. La normalizzazione danneggia, dunque, gravemente le donne e le ragazze afghane. Nel momento in cui la comunità internazionale sceglie di accettare i talebani anziché sostenere le donne, molte di loro perdono fiducia nei diritti umani e nella responsabilità internazionale, passando dalla resistenza attiva alla mera sopravvivenza. Questo cambiamento erode la speranza, indebolisce l’impegno a favore dei diritti e, in ultima analisi, rafforza il controllo dei talebani sulla società, perpetuandone il regime oppressivo.

L’UE non riconosce i talebani come autorità legittima, ma il loro invito contraddice i principi in materia di diritti umani dichiarati dalla stessa Unione. Essa ha imposto sanzioni a numerosi leader talebani per il loro coinvolgimento in attività terroristiche, in gravi violazioni dei diritti umani, nella persecuzione di donne e ragazze e nelle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali. Tali sanzioni rimangono in vigore perché i talebani continuano a commettere gravi violazioni, inclusa la persecuzione di donne e ragazze. Inoltre, la Corte di Giustizia della’Unione Europea ha stabilito  che il trattamento riservato alle donne dai talebani costituisce persecuzione, sottolineando l’impossibilità di garantire la sicurezza di qualsiasi donna rimpatriata con la forza in Afghanistan. La Corte Penale Internazionale, infine, ha emesso mandati di arresto nei confronti di esponenti di spicco dei talebani in relazione a crimini contro l’umanità consistenti nella persecuzione di donne e ragazze sulla base del genere. Invitare al dialogo politico e alla cooperazione “tecnica” persone coinvolte in tali accuse mina la credibilità dei meccanismi di giustizia internazionale e invia un messaggio devastante alle vittime afghane che chiedono giustizia. Se l’UE coinvolge i talebani in discussioni sulle espulsioni, in particolare di persone che potrebbero subire persecuzioni, incarcerazione o morte al loro ritorno, diventa complice di violazioni del diritto internazionale dei rifugiati e del principio di non respingimento.

Per queste ragioni il Tribunale ha chiesto formalmente all’Unione di riaffermare il non riconoscimento del regime talebano; di sospendere tutte le espulsioni verso l’Afghanistan, dati i rischi documentati per i rimpatriati, in particolare per le donne, le ragazze e le minoranze; di rafforzare il sostegno ai rifugiati e ai richiedenti asilo afghani, assicurandosi che nessun individuo venga rimpatriato in una situazione di persecuzione; di rispettare il diritto internazionale e gli standard in materia di diritti umani, compreso il regime di sanzioni e l’autorità della Corte Penale Internazionale; di collaborare direttamente con la società civile afghana, le organizzazioni femminili e gli attori democratici, anziché con i responsabili dell’oppressione di genere.

La riunione con la delegazione talebana è qualificata, dai portavoce dell’UE, come parte di una politica europea sulla migrazione. Le donne afghane – tutte – con la loro vita non esistono. Per l’Europa esse sono come i palestinesi per Israele, per Trump e per la stessa Unione. Non esistono. Sono variabili confondenti rispetto ai temi principali che sono, in questo caso, un altro popolo – quello dei migranti – che include anche tante donne e i loro bambini e che l’Unione non sa come collocare, con che soldi, con che scadenze, con che risultati. I talebani, non c’è dubbio, sono criminali per il diritto internazionale. Giusto sanzionarli. Obbligatorio, ma addirittura dichiararli ‘paese non sicuro’ per causa delle donne? Le donne afghane dicono la verità sulle reali responsabilità, politiche e criminali, di una UE secondo cui, ancora una volta, la propria civiltà non ha nulla a che fare con la vita reale delle persone che non rappresentano un contributo alla sicurezza e all’economia. Le donne afghane hanno forse qualcosa da dire alle tante, e potenti, donne che hanno ruoli non banali nella politica della UE (non solo a Bruxelles ma in diverse capitali nazionali e anche a Francoforte) ma non sanno quali sono le regole e le procedure per parlare con loro. Un campione di maschi del loro Paese è, senza autorizzazioni, presente in Europa: per loro non c’è bisogno di passaporti. Sono invitati. E sono stati attenti a non scegliere coloro che sono sanzionati.