venerdì 19 giugno 2026

Stati Uniti

I Mondiali di calcio alla corte di Trump

Simon Kuper, Financial Times, Regno Unito

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Tra propaganda, contestazioni e polemiche sui prezzi dei biglietti, il torneo potrà rafforzare o danneggiare il presidente. E influenzerà il futuro della manifestazione

Le mascotte dei Mondiali di calcio (Maple, Zayu e Clutch) con quella dell’Empire state building. New York, 3 marzo 2026 (Charly Triballeau, Afp/Getty)

Di questi tempi è difficile trovare qualcuno che non veda l’ora di assistere alla Coppa del mondo di calcio maschile. O forse sarebbe meglio chiamarla “Coppa del mondo Maga”, come ha proposto il politologo olandese Cas Mudde. Per Minky Worden, a capo delle iniziative globali di Human rights watch, l’immagine di Gianni Infantino, presidente della Federazione internazionale di calcio (Fifa), mentre consegna a Donald Trump il “premio per la pace Fifa” – poco prima che Washington attaccasse Venezuela e Iran – è “una metafora dei problemi del torneo”. Trump aspira a entrare nel firmamento delle stelle del mondiale, accanto a Pelé, Diego Maradona e Lionel Messi.

Gli Stati Uniti sono il principale paese organizzatore, con 78 gare in programma tra cui quasi tutte quelle più importanti mentre Canada e Messico ne ospiteranno tredici a testa. Io ci sarò per seguire il mio decimo Mondiale. I tifosi sono indignati perché anche per assistere alle partite minori si pagano migliaia di dollari (ma ora i prezzi stanno crollando perché tanti biglietti sono rimasti invenduti e gli alberghi sono mezzi vuoti). Le ong temono che l'Immigration and customs enforsement (Ice) approfitterà della manifestazione per dare la caccia agli immigrati. Todd Lyons, il direttore dell'Ice, ha dichiarato che la sua agenzia avrà un ruolo di primo piano nell'apparato di sicurezza del torneo. Se le persone di origine latinoamericana dovessero presentarsi nei bar e negli stadi indossando le magliette del Messico o della Colombia, potrebbero diventare facili bersagli delle forze dell'ordine.

È vero che questi saranno i “Mondiali di Trump”? Oppure diventeranno un boomerang per lui? La coppa segnerà l'inizio di una nuova era o si inserirà perfettamente nella storia dei rapporti tra calcio e politica?

Il sogno di Rimet

Il torneo è stato fondato da Jules Rimet, figlio di un droghiere parigino che diventò presidente della Fifa nel 1921, appena due anni dopo essere tornato a casa dalla prima guerra mondiale, a cui era sopravvissuto per miracolo. Parlava raramente della guerra, ma era chiaro che quell'esperienza aveva stravolto la sua visione del mondo. Come molti reduci, era ossessionato dalla pace. Per tutto il resto della sua vita si concentrò sul “calcio e la riconciliazione tra i popoli”, per citare il titolo di un libretto che pubblicò a ottant'anni. Rimet era convinto che il calcio potesse eliminare “i sospetti e le rivalità che oggi continuano a spingere i popoli gli uni contro gli altri”.

Nel 1930 la Fifa organizzò la prima Coppa del mondo, ma non aveva i soldi. All’epoca l’organismo che governava il calcio a livello mondiale non aveva neanche un conto in banca. E il suo segretario e tesoriere, Carl Hirschmann, un agente di cambio di Amsterdam, investiva in azioni gli esigui fondi dell’organizzazione, all'insaputa di tutti. La Fifa aveva bisogno di un paese ospitante disposto a pagare per gli stadi, le infrastrutture, la sicurezza e tutto il resto.

Per fortuna si fece avanti l'Uruguay. L’intervento si rivelò provvidenziale quando il crollo della borsa del 1929 mandò in rovina Hirschmann e azzerò quasi tutte le risorse della Fifa. Da allora il principio secondo cui “chi ospita paga” è rimasto alla base del torneo. Negli anni questa dinamica ha spinto la Federazione ad affidarsi a paesi governanti da autocrati in cerca di prestigio e capaci di spendere somme enormi senza dover render conto al parlamento o all’opinione pubblica.

La seconda edizione, nel 1934, si disputò nell’italia di Benito Mussolini. Rimet, che durante la seconda guerra mondiale avrebbe collaborato col regime di Vichy, non aveva problemi con il fatto che il torneo fosse organizzato da un paese fascista. La sua idea di “pace attraverso il calcio” permetteva alla Fifa di fare affari con qualsiasi stato a eccezione delle colonie che non contavano nulla. Rimet cercò di compiacere dittatore italiano (un'impresa non sempre facile) e in seguito scrisse di aver avuto l’impressione che il vero presidente della Federazione internazionale di calcio fosse Mussolini”.

La sera in cui l’Italia vinse la finale, il presidente della Federazione di calcio italiano, il generale Giorgio Vaccaro, portò gli uomini della Fifa a cena in un ristorante lussuoso di Ostia. Nelle memorie scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale, Rimet sembra consapevole che alcuni lettori avrebbero potuto non gradire il passato di Vaccaro alla guida delle truppe fasciste sul fronte orientale, ma sottolinea che non era necessario apprezzare la sua attività politica e garantisce che Vaccaro era stato un’ospite impeccabile.

In seguito la Fifa candidò Rimet al premio Nobel, ma nel 1956, mentre veniva preparato il dossier da presentare al comitato norvegese, lui morì, a 82 anni. Nei decenni successivi la Fifa ha continuato a strizzare l’occhio ai regimi più brutali. La giunta militare argentina ospitò il torneo nel 1978, mentre nel 2018 è toccato a Vladimir Putin. Nel 2034 sarà il turno del principe ereditario Saudita Mohammed bin Salman. Sempre nello stesso spirito della pace attraverso il calcio il predecessore di Infantino, Sepp Blatter, raccontava di aver incontrato l’organizzazione che gestisce il Nobel per chiedere che il premio per la pace fosse assegnato “al calcio, non a una persona. È per il movimento, per la Fifa”. Nel 2015 Putin, che di guerra e pace se ne intende, ha dichiarato che Blatter avrebbe assolutamente dovuto ricevere il Nobel.

I Mondiali del 2018 hanno preso il via a Mosca con il “derby del petrolio”, tra Russia e Arabia Saudita. Prima del calcio d'inizio, quando Putin si è alzato per fare un discorso, il pubblico, quasi tutti i russi, ha applaudito, ma solo per pochi secondi. Mentre il presidente parlava del calcio come strumento per diffondere l'amore, l'attenzione dei tifosi è scesa rapidamente e la sua voce è stata coperta da un brusio di chiacchiere.

Il boato più forte è arrivato quando Putin ha concluso il suo discorso, prima di sedersi a mettersi a parlare con Bin Salman e Infantino.

Premio di consolazione

Quel momento ha segnato l'ingresso di Infantino nel club degli autocrati. Sarà stata un'esperienza elettrizzante per un funzionario svizzero anonimo e senza carisma ritrovatosi improvvisamente a capo della Federazione nel 2016. Nel corso degli anni è diventato sempre più simile ai compagni del club: è ricco (l'anno scorso ha guadagnato più di sei milioni di dollari) e non si deve preoccupare né del consenso (è stato rieletto due volte senza avversari) né delle critiche dei mezzi di informazione. La sua ultima conferenza stampa risale al 2023. Infantino amministra la Fifa da solo, al punto che il modo migliore per seguire l'attività dell'organizzazione è controllare il suo profilo Instagram.

Di sicuro ama frequentare i potenti. Con l’avvicinarsi di questi Mondiali, ha lavorato soprattutto dalla sede della Fifa a Miami, poco lontano dalla tenuta di Trump. L'anno scorso il Presidente degli Stati Uniti ha passato più tempo con lui che con qualsiasi capo di stato. Infantino, tra le altre cose, ha partecipato al Vertice per la Pace organizzato da Trump e Sharm El Sheikh, in Egitto, dove ha festeggiato il presunto cessate il fuoco tra Israele e Hamas.

“Senza Trump non ci sarebbe la pace”, ha dichiarato in quell'occasione promettendo che la Fifa avrebbe “sostenuto e assistito” il “processo di pace”. Era anche al primo vertice del Consiglio della Pace di Trump e alla prima del documentario su Melania Trump.

Da capo della Fifa ha capito la frustrazione di Trump per non aver ricevuto il Nobel e ha pensato di consolarlo con il “premio della pace Fifa”. Questa deferenza probabilmente non fa bene alla reputazione della Coppa del Mondo. A questo punto è evidente che la Federazione ha rinunciato a quella capacità di pressione e negoziazione che normalmente esercita sui paesi ospitanti. Ma l'obiettivo di Infantino sembra essere più personale.

Trump vede i Mondiali di calcio in modo diverso rispetto a tutti i presidenti autoritari che li hanno organizzati prima. Mussolini, i generali argentini, Putin e la famiglia reale del Qatar cercavano di fare sportwashing, cioè usare il torneo per proiettare l'immagine di un paese accogliente e con infrastrutture all'avanguardia. Mussolini pagò il viaggio ai tifosi stranieri, mentre la giunta argentina costruì un muro lungo la strada principale che porta a Rosario, facendoci dipingere sopra le facciate di case eleganti, nel goffo tentativo di nascondere le baraccopoli (il “muro della miseria” ebbe vita breve, perché gli abitanti della baraccopoli rubarono il cemento per allargare le loro case). Putin permise ai visitatori di entrare in Russia senza bisogno di un visto.

Protesta in diretta

Trump non è interessato allo sport-washing, anche perché non vuole apparire rassicurante ed è orgoglioso di essere ostile nei confronti degli stranieri. I tifosi di Haiti, Senegal, Costa d'Avorio e Iran non potranno chiedere un visto per assistere alle partite della loro nazionale, un elemento che sembra violare la regola della Fifa contro la discriminazione. Inoltre Trump non cerca minimamente di nascondere le violenze commesse dal suo esercito e dall'Ice, anzi ne vanta. L'obiettivo di questi Mondiali non è cambiare l'immagine degli Stati Uniti di Trump all'estero.

Piuttosto il presidente vuole essere il protagonista principale del più grande spettacolo del mondo. Ha dichiarato che la coppa è “come avere molti Super Bowl di football in pochi giorni. Alcune partite sono più importanti del Super Bowl”. Ha ragione: da tempo le singole partite dei tornei internazionali di calcio attirano un pubblico televisivo più numeroso.

Se altri leader puntavano a patrocinare un evento senza scossoni, Trump ha imparato dalla TV e dai reality show che il conflitto genera intrattenimento. Possiamo aspettarci che parli quotidianamente del torneo, con commenti sui tifosi di Haiti, sulla squadra iraniana, sul Canada, (il “51° stato americano”) e su altro. Sarà tentato di intervenire direttamente nelle vicende del torneo.

Quello che forse non farà è sostenere più di tanto la nazionale statunitense, perché la squadra ha pochissime speranze di vincere e perché alcuni giocatori potrebbero criticarlo (è successo più di una volta che atleti statunitensi snobbassero i suoi inviti alla Casa Bianca.

Ma questi mondiali non saranno solo “lo show di Trump”. Se i leader politici cercano sempre di strumentalizzare il torneo, i loro oppositori usano quel palcoscenico per contestarli. Quando la squadra italiana arrivò a Marsiglia per la Coppa del Mondo del 1938, si scontrò con la Norvegia in campo e con 10.000 esuli politici italiani sugli spalti, scrive Simon Martin, autore di Calcio e fascismo, (Mondadori 2006). In quell'occasione il saluto fascista eseguito dai calciatori prima del calcio d'inizio provocò quella che il commissario tecnico dell'epoca Vittorio Pozzo definì “una raffica di fischi e insulti”. La squadra rispose ripetendo il saluto.

Spesso i Mondiali finiscono per attirare l’attenzione verso i problemi che il paese ospitante vorrebbe nascondere. Le ong straniere hanno approfittato delle elezioni in Argentina e Qatar per sottolineare rispettivamente le torture inflitte dalla giunta militare. Al contrario di quei regimi, Trump deve preoccuparsi delle proteste interne, e sfortunatamente per lui il torneo si svolge quasi per intero in città progressiste. Tutte le undici città che ospiteranno le partite, infatti, hanno scelto un candidato democratico alle elezioni più recenti. All’interno e all’esterno degli stadi, una Coppa del mondo offre un palcoscenico ideale al dissenso. I Mondiali potrebbero trasformarsi in un terreno di scontro nella guerra culturale, come d’altronde quasi ogni evento negli Stati Uniti.

Lo stadio storicamente è un luogo di libertà universale. Anche in paesi guidati da regimi autoritari, è spesso l’unico luogo dove grandi folle si riuniscono per cantare e gridare quello che vogliono. Tradizionalmente la Fifa reprime ogni gesto “politico” negli impianti in cui si disputano le partite, e agli spettatori è vietato diffondere messaggi di natura politica. Nel 1998, in occasione dell’incontro tra Iran e Stati Uniti disputato a Lione in Francia, ho assistito a quella che forse è stata la più eclatante protesta della storia della Coppa del mondo. Appena prima del calcio di inizio, migliaia di iraniani che vivevano in Europa si sono alzati hanno mostrato magliette con la fadissidente mariam Ryan. Ogni volta che il pallone finiva sugli spalti, gli spettatori si alzavano in piedi per far vedere le magliette. Ma chi guardava la partita in tv non se ne accorto, perché la fifa aveva dato ordine di non riprendere quelle persone. Purtroppo per Trump, stavolta la strategia non funzionerà, perché i tifosi si fermeranno da soli con i telefoni. Con la sua popolarità ai minimi storici, probabilmente verrebbe fischiato se la sua faccia dovesse comparire sui maxi schermi. La prospettiva di una simile umiliazione potrebbe tenerlo lontano dagli stadi.

Lacrimogeni sui tifosi

L’America progressista sta sfruttando il torneo per organizzare una mobilitazione coordinata. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, appassionato di calcio africano e tifoso dell’Arsenal, ha capito che c’era spazio per un politico di sinistra innamorato del calcio. Oggi guida la protesta contro il costo esorbitante dei biglietti di recente annunciato di averne ottenuti mille che saranno distribuiti a 50 dollari ai newyorkesi. Anche Karen Bass, la sindaca di Los Angeles, ha cavalcato la rabbia per i prezzi dei biglietti, mentre i procuratori generali di New York e del New Jersey stanno indagando sulla gestione italiana da parte della Fifa. Tutto questo riflette la recente attenzione riservata dai democratici all’accessibilità economica in un paese governato da un miliardario. […]

Internazionale, 12 giugno 2026