da Il Manifesto del 01/07/2026
Salvate Prosfyghika’
di Elena Kaniadakis - Atene
Nel mezzo di leofòros Alexàndras, una delle principali arterie della capitale greca, l’esploratore poco esperto di quel labirinto di palazzi dismessi che è Atene potrebbe rimanere, incuriosito, con il naso all’insù. Incastonata tra lo stadio della squadra di calcio del Panathinaikòs, pitturato di verde, la facciata austera della corte di appello di Atene, e il quartier generale della polizia ellenica, fa capolino una schiera di edifici fatiscenti color ocra, ricoperti di striscioni mossi dal vento. Sono i palazzi occupati di Prosfyghikà, in greco «le case dei profughi». In questo quadrante della capitale, dove il traffico sembra perenne, una comunità di quattrocento persone sta lottando con tutte le sue forze per impedire lo sgombero voluto dal governo e il riconoscimento di «un esperimento unico di edilizia sociale», come non si stancano di ripetere gli abitanti, in un Paese in cui, di fatto, non esiste alcun programma di aiuto per la casa.
Per opporsi allo sfratto, uno dei residenti, Aristotelis Chantzis, ha portato avanti per quasi cinque mesi uno sciopero della fame, interrotto solo lo scorso mercoledì, dopo l’intervento del sindaco socialista di Atene, Haris Doukas, che si è impegnato a mediare tra i residenti e il governo. Arrivato a pesare appena trentacinque chili, Chantzis si trova ora in terapia intensiva. Anche un’altra residente, la belga Suzon Doppagne, ha posto fine al suo sciopero della fame, intrapreso lo scorso primo maggio.
«La comunità dei Prosfyghikà difende una società alternativa al mondo dell’individualismo, dell’insicurezza, dei senzatetto, di chi non riceve un’assistenza medica adeguata, grazie ai rapporti basati sulla fiducia e solidarietà», ha rivendicato Chantzis in un messaggio.
GLI OTTO EDIFICI del complesso residenziale furono costruiti, in stile Bauhaus, nel 1933 per ospitare i profughi greci affluiti nella capitale dopo la loro cacciata dall’Asia minore, l’attuale Turchia, per mano dell’esercito guidato da Atatürk. Le loro mura, attraversate dai graffiti, sono state testimoni di alcuni degli eventi più drammatici del novecento greco. I segni ancora visibili dei proiettili e delle granate documentano i primi scontri della guerra civile, tra comunisti e monarchici, scoppiati nel dicembre del 1944. Più tardi, negli anni terribili della crisi del debito, quegli stessi palazzi di proprietà dello stato sono diventati il rifugio di anarchici, curdi in esilio, cittadini indebitati senza più una casa.
Negli ultimi sedici anni, una comunità composta da persone di 27 nazionalità diverse, tra cui molte che versavano in condizioni di vulnerabilità – migranti, anziani, malati cronici, donne con bambini, ex tossicodipendenti – ha ridato vita agli edifici, abbandonati a loro stessi. Con le sue mura scrostate e i balconi fatiscenti il complesso non si presenta come un luogo invitante in cui vivere, ma gli interni sono stati preservati dai residenti, per i quali i prosfyghikà sono diventati casa.
TRA I VIALI INTERNI che corrono da un edificio all’altro, alcuni bambini con lo zainetto trottano verso l’«asilo nido», lo spazio adibito all’assistenza delle madri lavoratrici, una delle venti strutture di servizio sociale aperte per i bisognosi all’interno della comunità, tra cui si conta un ambulatorio per chi non riesce a ottenere una visita negli ospedali pubblici, un rifugio per le donne in cerca di aiuto, una biblioteca.
I residenti, le cui decisioni vengono approvate nel corso di assemblee generali, hanno dedicato anche alcuni appartamenti ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati in un ospedale vicino, che hanno difficoltà a sostenere le spese della trasferta.
UN LABORATORIO SOCIALE al quale la Regione dell’Attica, governata dal partito di governo Nea Dimokratia, vuole mettere la parola fine: il progetto di «riqualificazione» della struttura, approvato l’anno scorso e finanziato con fondi europei, prevede lo sgombero della comunità, senza che sia stato presentato un piano per il suo ricollocamento, così da permettere il restauro degli edifici e, secondo la versione ufficiale, una nuova destinazione d’uso dedicata proprio ai familiari dei pazienti oncologici ricoverati negli ospedali della zona.
«Pensiamo che sia solo un pretesto per avviare la speculazione edilizia alla quale il nostro paese è abituato: la destra al governo vede in noi un nemico, perché abbiamo costruito dal basso un esempio di mutua assistenza e convivenza tra culture», sostiene N. un residente affacciato al davanzale della sua finestra, su cui spicca un vaso di gerani in fiore. Nel palazzo accanto, uno striscione promette: «La nostra lingua comune è la solidarietà».
DA QUANDO IL GOVERNO Mitsotakis è salito al potere, nel 2019, ha intrapreso una lotta senza quartiere contro gli alloggi occupati durante la crisi del debito e quella migratoria: gli edifici di Prosfyghikà sono tra i pochi a non essere stati ancora svuotati a colpi di manganelli. Per il portavoce del governo, Pavlos Marinakis, quei palazzi scrostati sono «l’esempio di una delle più grandi patologie che affliggono la Grecia: lo Stato, purtroppo, ha permesso che venissero occupati da specifici gruppi politici».
Il governo, indifferente fino agli ultimi giorni allo sciopero della fame intrapreso dai cittadini, ha chiarito: «Se ci sono soggetti vulnerabili, è stato disposto un piano per non farli finire in strada, ma ogni spazio occupato va liberato immediatamente».
L’UNICA MANO TESA dall’amministrazione è arrivata dal sindaco di Atene, Doukas, che ha esortato la Regione «a evitare qualsiasi intervento violento, e a intraprendere un dialogo con la comunità per una soluzione che tenga conto sia del restauro degli edifici, che della necessità di assicurare un alloggio a chi vi risiede». Il primo cittadino, eletto con il Pasok, ha promesso di farsi carico delle richieste degli abitanti ma le sue armi sono spuntate: Nea Dimokratia, indispettita dall’aver perso il feudo di Atene, ostacola da anni la sua amministrazione. In attesa di nuovi sviluppi, la comunità autogestita rimane in allerta.
Anche Amnesty International in Grecia ha espresso, in un comunicato, la propria preoccupazione, ribadendo che «ai sensi del diritto internazionale, gli sfratti possono essere effettuati solo come ultima risorsa», e che tra «le persone che verrebbero colpite, molte sono rischio di discriminazione ed emarginazione».
«La Regione insiste nel voler smantellare la struttura esistente per far posto a un’altra, con un costo finanziario elevato, senza che gli attuali abitanti siano coinvolti nel progetto», dice Nikos, militante anarchico di ritorno da una manifestazione a piazza Syntagma in sostegno della comunità. Dal forno autogestito dei prosfyghikà alle sue spalle, dedicato a Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia turca nelle proteste del 2013, si spande il profumo di pane. «Per questo governo sono solo gli edifici ad avere un valore, noi invece difendiamo la vita di chi li popola».