da Il Manifesto del 12/06/2026
La tassa sui super ricchi e le passioni tristi
di Valentina Pazé
La piazza di un piccolo paese. Un personaggio stravagante, in vesti sgargianti, agita una scatoletta piena di polvere esaltandone le prodigiose virtù curative, circondato da una folla rapita. Di fronte a tale fascino a nulla valgono gli avvertimenti del farmacista del luogo. «Un uomo giallo, magro e severo», che invita a guardarsi dall’imbroglione, intento a smerciare semplice zucchero. È un ricordo d’infanzia di Gustave le Bon, richiamato da Francesco Gallino nella sua bella Introduzione alla nuova edizione critica della Psicologia delle folle (Bollati Boringhieri 2025). Da Platone a Le Bon a Reich, si torna sempre lì: da un lato la forza magnetica di un messaggio che punta dritto all’inconscio; dall’altra la razionalità, i numeri, le statistiche, che lasciano freddo chi ha bisogno di credere e di sognare.
Il dibattito sulla patrimoniale è solo l’ultimo esempio del riproporsi di questo dilemma. Nella forma di un’aliquota dell’1% applicata a pochi milionari, converrebbe a tutti, tranne all’esiguo drappello di super-ricchi che dovrebbero pagarla. Eppure, secondo Antonio Floridia, <<parlarne così è un suicidio elettorale>> per via del valore emotivo di una parola <<che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare da milioni di italiani proprietari della loro casa>> (manifesto, 5 giugno). Come allarmano al di là di ogni ragionevole smentita le notizie di cronaca su rapine e omicidi, nonostante i numeri più che rassicuranti delle statistiche.
Per Gallino <<l’inevitabile sconfitta del farmacista – nonostante le argomentazioni di buon senso – condensa una decisiva evidenza psicologica: ciò che gli esseri umani (soprattutto se in folla) vedono, pensano e scelgono non dipende primariamente dal criterio di verità. La speranza, il mistero, il prestigio, la paura, il contagio mentale: tutte queste forze plasmano il modo in cui percepiamo il mondo più dell’evidenza logica, o del dato di realtà>>. E’ questo, in fondo, ciò che si intende oggi quando si parla di post-verità: il prevalere di opinioni soggettive, per lo più filtrate dalla rete (dove gli <<sciami digitali>> fungono da equivalente funzionale delle folle), sulle leggi della logica e le evidenze fattuali. Ma, a dar retta a Le Bon, che scrive a fine Ottocento, profondamente turbato dai tumulti dei lavoratori in piazza, si tratterebbe di un fenomeno senza tempo, che si radica negli strati profondi della psiche umana. Quelli che, di lì a poco, indagherà Freud, sotto l’influsso decisivo proprio di Le Bon. Qualcosa che i vari Trump, Meloni, Vannacci, e i loro staff di esperti comunicatori, mostrano di conoscere molto bene e di riuscire a capitalizzare.
E la sinistra? Quando prova a scendere su questo terreno non si può dire che non colga qualche successo, come la folgorante ascesa di Renzi ha mostrato. Ma la parabola discendente del rottamatore è istruttiva della trappola insita in questa strategia. Inseguire la destra sulla politica dell’immagine e delle emozioni non paga, alla lunga, per la banale ragione che l’originale è sempre più convincente della copia. E per la, meno banale, ragione che pulsioni primordiali come la paura, il risentimento, la speranza irrazionale, una volta risvegliate non si placano con le mezze misure. Assecondare le narrazioni securitarie (<<perché la sicurezza non è un valore di destra>>) funziona, dal punto di vista elettorale, solo se si è disposti ad andare fino in fondo. Come sta facendo il fior fiore della socialdemocrazia europea, da Starmer alla danese Frederiksen, sempre meno distinguibili da chi promette tolleranza zero e remigrazione.
Un’alternativa consiste nel cambiare decisamente frame e contrapporre alle passioni tristi della destra le passioni gioiose della sinistra: amicizia, solidarietà, fratellanza. Come è riuscita a fare la Flotilla, suscitando un entusiasmo non spiegabile esclusivamente sulla base dei freddi numeri dello sterminio a Gaza. Tra l’altro, anche in questo caso vale la regola dell’originale che brilla più della copia. La sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione sulla difesa con Israele non è servita a Meloni per rifarsi l’immagine. Né le gioverebbe un tardivo via libera alle sanzioni europee contro Israele.
E allora, la patrimoniale? Se la parola <<non funziona>>, perché impropriamente associata alla tassazione della prima casa, si parli più esplicitamente di una tassa destinata ai super-ricchi, che andrebbe a finanziare bisogni di base dei ceti medio-bassi. Non rinunciando a sfruttare l’impatto anche emotivo dei numeri della diseguaglianza (12 individui che possiedono più ricchezza di quattro miliardi di persone, secondo Oxfam). Senza eccessiva prudenza e tentennamenti, che sarebbero solo controproducenti.